“Ci vediamo fuori”, una frase provocatoria, la tipica che si dice quando si vuole cercare una rissa, uno scontro fisico, un incontro violento. Questo è lo slogan del gay pride romano di quest’anno patrocinato per la prima volta (ne va fiero il sindaco Ignazio Marino) dal Comune di Roma. Le scorse edizioni ci hanno reso partecipi di cosa rappresenta quella che loro chiamano una festa, una sfilata per i diritti civili degli omosessuali, ma che in realtà non è altro che un rave in movimento, ove per stessa ammissione dei partecipanti, ci si va solo “per sballarsi un po”. Non è il caso di generalizzare, ma le immagini e i racconti degli anni passati, questo riferiscono.

Ad ogni modo è lo spirito del pride che colpisce: gli stessi si pongono come fazione, come gruppo di pressione che lotta per ottenere i propri diritti, come ogni gruppo di interesse che si definisca tale, ma ciò che spaventa è l’approccio con il quale questi diritti vengono richiesti, ammesso poi, che si possa chiamare “diritto” la pretesa di adottare dei bambini senza la possibilità di soddisfare i criteri di famiglia tradizionale fondata sulla figura paterna e materna. Chiunque si opponga alle loro richieste viene tacciato di omofobia e ignoranza, la storia è sempre la stessa. A prescindere dalle ragioni pro o contro le adozioni per le coppie omosessuali e quindi senza entrare nel merito, lo spirito del pride è “o ci date quello che vogliamo, oppure ci vediamo fuori”. In questi mesi la violenza verbale insita alle lobbies gay è diventata sempre più evidente, sono usciti infatti allo scoperto svelando i loro caratteri aggressivi e intransigenti. I mezzi di stampa raccontano di qualche riprovevole pestaggio ai danni di omosessuali e parte della comunità gay si sente in diritto di reagire con dei contropestaggi, perché succede anche questo, nonostante non venga raccontato in tv. Lo spirito è quello della guerra civile tra fazioni, dietro la maschera del vittimismo si nasconde la solita violenza di chi è passivo – aggressivo.

In questi mesi sono nati spontaneamente sul territorio associazioni di cittadini come la “Manif pour tous Italia” o il “Comitato della Famiglia” il quale a seguito di numerose iniziative ha coniato il termine “eterofobia”, lanciando un grido disperato nei confronti delle istituzioni che stanno abbandonando sempre più palesemente la difesa dei diritti della famiglia tradizionale, i diritti dei fanciulli e dei nascituri, per infine foraggiare e incentivare situazioni che ledano i pochi diritti acquisiti già esistenti. Esempio fra i più recenti è quello del “genitore 1 e genitore 2”, ma non solo: negli ultimi giorni il governo ha deciso di non adottare il quoziente familiare in modo da far sì che non ci siano sgravi fiscali per le famiglie, che, in un’epoca di tale crisi, non può che disincentivare i giovani dallo sposarsi e dall’avere figli. L’Istat ci dice che nel 2013 si è toccato il record in negativo di nascite in Italia, inoltre ha fissato l’età media del primo figlio per le donne: 31 anni, dunque i figli si hanno sempre meno e sempre più tardi. In un Paese che muore di disoccupazione in cui lo stato sociale ormai non esiste più e in cui la priorità dell’agenda politica imposta dai poteri stranieri ordina, parallelamente all’austerità fiscale e finanziaria, l’equiparazione ai modelli sociali basati sull’odio della tradizione e l’amore per il progresso, lo stesso “progresso” che ci sta portando alla degenerazione, il messaggio rimane quello: “o ti evolvi, o fai spazio al cambiamento, oppure ci vediamo fuori”.