Quando il cameriere Matteo Renzi, dopo aver preso gli ordini dal padrone Napolitano, ha annunciato con voce tremante l’elenco dei ministri, i più si saranno chiesti: ma chi è questa, con pronuncia renziana, Federi’a Mogherini? Il barista, che parla di politica più di certi parlamentari, probabilmente prima non l’aveva mai nominata nelle quotidiane chiaccherate con i clienti, e plausibilmente non ne ha mai parlato nemmeno dopo – e beati loro, aggiungiamo. Durante il totoministri, tanto sacro quanto noioso rituale della sempreverde stampa italiana, si era quasi certi della riconferma alla Farnesina di Emma Bonino, apprezzata dal Colle. Qualcuno puntava invece su Lapo Pistelli, viceministro durante il governo Letta, altri sul montiano Andrea Romano. Il nome di Federica Mogherini veniva accreditato da pochi alla Difesa, insieme a quelli di Arturo Parisi e di Emanuele Fiano, o agli Affari Europei, per cui venivano menzionati anche Enzo Moavero e Sandro Gozi. Invece, quasi fosse una punizione divina, ecco la Mogherini diventare Ministro degli Esteri. E, al dubbio su cosa abbia fatto di male il popolo italiano per avere ciò, si aggiunge la domanda sull’identità della suddetta signora.

Romana, classe 1973, è laureata in Scienze Politiche con una tesi sull’Islam politico. Cresciuta negli ambienti del politicamente corretto, vanta sul suo blog (blogmog.it) di aver «seguito, da volontaria Arci, le campagne nazionali ed europee contro il razzismo e la xenofobia». Una foto, che in questi giorni ha fatto il giro del web, la ritrae con Yasser Arafat, verosimilmente negli anni della militanza nella Sinistra giovanile, dove è stata resposabile Università ed Esteri. Un amore giovanile, appunto, o forse un abbaglio, dato che il curriculum del Ministro dice tutt’altro che un appoggio alla causa palestinese. Vicepresidente dello European Youth Forum e della Ecosy (i giovani socialisti europei), membro della Segreteria del Forum della Gioventù della Fao, iscritta ai Democratici di Sinistra, per cui è stata responsabile delle Relazioni  Internazionali con il Pse, il Forum Sociale Mondiale ed Europeo e i movimenti per la pace. Attualmente è socia dell’Istituto Affari Internazionali e parte del Consiglio Internazionale della rete dei Parlamentari per la Non-proliferazione e il Disarmo Nucleare. Ma c’è una costante, nel ruolo pubblico di Federica Mogherini, che salta agli occhi: Stati Uniti, li chiamano.

Il Ministro, infatti, ha curato i rapporti tra i Ds e i Democratici americani, e fra i tanti ruoli che ha avuto risaltano quelli di Presidente della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della Nato, di membro del Consiglio per le relazioni fra Italia e Stati Uniti, di fellow del German Marshall Fund for the United States. Cattivi presagi, certo, eppure nihil sub sole novum. Le sue idee e la gestione del Ministero per gli Affari Esteri sono e saranno in continuità con la sua biografia. Ci ha già dato prova dell’indirizzo che la politica estera italiana prenderà durante il governo Renzi: lo stesso servilismo verso l’ordine unipolare che vediamo da molti, troppi anni a questa parte. Commentando sul suo blog la situazione ucraina, scrive che «sì, certamente la Russia di Putin ha rivitalizzato un atteggiamento di egemonia regionale che accentua la competizione con “l’Occidente”, senza dubbio alcuno», auspicando che né l’Unione Europea né gli Usa cadano «nella trappola della contrapposizione». Infatti non sono gli Stati Uniti coloro che fomentano rivolte e sguinzagliano criminali, con i soliti carichi di denaro (si parla di 5 miliardi di dollari donati in modo ufficioso dalla segreteria di Stato ai golpisti), salvo poi aggiungere, per bocca di Victoria Nuland, segretario di Stato aggiunto, «fuck the Eu!», e tanti saluti agli “alleati”. Alla faccia dell’egemonia regionale e della contrapposizione.

«C’è voglia di Occidente, di Europa, di modernità», dice la Mogherini in un’intervista a Repubblica, «ma ci sono anche delle spinte pericolose, di estremisti, di radicalismi neo-fascisti o neo-nazisti». La domanda, che in malafede il Ministro non si fa, è: se invece quella voglia di Occidente fosse, in Ucraina, inscindibile dagli estremismi politici? E se la destabilizzazione del ponte russo in Europa non fosse a favore della democrazia e dei diritti, ma funzionale al mantenimento del potere unipolare degli Stati Uniti sull’ecumene mondiale? «Renzi ha bisogno di studiare un bel po’ di politica estera… non arriva alla sufficienza», scrisse Federica Mogherini su Twitter nel novembre del 2012. Il medesimo giudizio, se ci è permesso, noi lo abbiamo su lei stessa. La questione ucraina ha messo a nudo quello che molti sospettavano: o si è dalla parte della piovra a stelle e strisce, che ha attualmente il monopolio della violenza organizzata, o si è dalla parte dei paesi liberi e sovrani, che lottano per un mondo multipolare. Oggi non esistono altre vie, caro Ministro, ma solo un aut-aut.