Dinnanzi alla città vecchia di Saint-Malo ed ai suoi bastioni, sulla roccia di un piccolo isolotto sommerso due volte al giorno dall’alta marea, il Gran Bé, giace la tomba del genio esaltato di Chateaubriand che continua la sua eterna lotta contro l’oblio. Infatti unicamente un “esaltato” potrebbe pensare di scegliersi per tomba uno scoglio nel bel mezzo del mare, battuto dal vento, fremente di onde e gabbiani; ma solo un “genio” riuscirebbe a trasformare questa esaltazione in realtà, a far della propria vita e a rendere se stesso e le proprie opere un monumento in pietra, talmente spoglio, ma così altamente grondante di richiami da non aver bisogno di alcuna lapide. Non vi sono né iscrizioni, né frasi, per volontà dello stesso Visconte che “pas d’inscription,ni nom, ni date, la croix dira que l’homme reposant à ses pieds était un chrétien; cela suffira à ma mémoire”. Già, quando si crea un opera grandiosa intitolata Memoria d’Oltretomba, si percepisce come si abbia ben chiara la sfida all’eternità. Mai infatti ci furono scrittori così presenti nel loro tempo, e così attenti agli eventi e al trascorrere della storia; eppure da un lato così inadatti ad esso, sempre irrimediabilmente in anticipo o sempre terribilmente in ritardo, progressisti nello spirito ma reazionari nell’indole, conservatori nei costumi ma rivoluzionari nello stile. Appassionati di politica ma incapaci di essere al servizio di altro che non fosse se stesso. Tutto ciò è Francois-René de Chateaubriand, che attraversa per intero Ancien Regime, Rivoluzione, e Restaurazione, testimone della fine di un mondo e di un cambiamento epocale che è poi all’origine della modernità, il tutto inseguendo una fedeltà sempre “individuale” e di carattere che sfugga alle contingenze e non si preda dei soli compromessi.

Orgoglioso, selvaggio, insofferente all’obbedienza della nobiltà di cui fa parte, Chateaubriand fa in tempo ad ereditare lo stile comportamentale ma non i vizi propri della decadenza. Quando scoppia la rivoluzione ha vent’anni, e ha già capito che l’aristocrazia ha tre successive età: l’età della superiorità, quella dei privilegi, quella della vanità. Uscita dalla prima, degenera nella seconda, si spegne nella terza. Ha giurato fedeltà al re e così sarà, ma capisce fin troppo bene che l’assolutismo è “finito” e che in fondo la nobiltà ha ucciso se stessa; ridottasi a sola forma, la sostanza era andata in cerca di altre casacche. Sull’epopea vandeana, e su come gli émigrés la lasciarono spegnere, sulla fiducia ingenua di quei combattenti per l’onore nei confronti di una corona imbelle e cialtrona, sul loro aspettare una guida, un qualcuno che si mettesse a capo della lotta, questo era sinonimo di decadenza per il Visconte. L’epoca dei viaggi precede l’età dell’esilio e intervalla ascese e cadute dell’età della politica. È un modo come un altro per coltivare la propria solitudine, il gusto dell’indipendenza, il non dover rendere conto agli altri e al tempo in cui si vive. Viaggiare gli permette altresì di fuggire da ciò che non gli piace. Tutta la vita di Chateaubriand è una corsa verso la disillusione, un combattere per cause perse, un opporsi a cause appena vinte. Al tempo giusto, ma spesso nei momenti sbagliati, si potrebbe affermare. Eppure il suo tempo lo capisce perfettamente: capisce che con il nuovo secolo si è voltata pagina che nessuna restaurazione è possibile, che nessun assolutismo è più proponibile, che nessuna repubblica rivoluzionaria è più appetibile. Se Napoleone per un quindicennio sembra bloccare la partita tra il vecchio regime che non si rassegna a scomparire e il nuovo mondo che si ostina a riapparire, dopo non si potrà più tornare indietro; ma per andare avanti occorrerebbe un insieme di forze, ideali, volontà, speranze e grandezze che ai suoi compatrioti manca. In conclusione, le pagine delle Mémoires d’Outre Tombe sono il più straordinario monumento funebre della letteratura, il più alto tributo che si possa fare alla scrittura, alla storia e alla politica, ai loro ruoli, ai loro significati.

Il vantaggio di potere analizzare e capire l’avventura politica di Chateaubriand è proprio quello di conoscere così uno dei principali testimoni, oltre che attore ed interprete, di quel periodo storico che ha sconvolto la storia contemporanea. Con il Visconte possiamo dipingere uno strepitoso affresco di quello che è stato il passaggio fra l’Ancien Regime e il Mondo Nuovo. Ciò che ne emerge non riguarda tanto o solo un cambiamento di regime – una rivoluzione, una guerra civile – ma la fine di una Francia tradizionale e plurisecolare, quasi pietrificata, con tutto ciò che essa significava in termini di arte, di cultura, di religione, di modo di vivere, insomma, e la modernità che ne prende il posto con al completo il suo corteo di novità: nuovi rapporti umani, nuovi rapporti sociali, nuove aspettative, una nuova cultura. Una fine ed un inizio bagnati nel sangue e in qualche modo dal sangue eternamente segnati e plasmati: l’Ottocento e il Novecento si portano dietro l’eredità degli Stati nazionali e della leva di massa, delle guerre patriottiche e della propaganda di parte, della tirannia della maggioranza e delle avanguardie intellettuali, dei totalitarismi ideologici e di quelli politici.

Non reazionario, più che altro “ultrà di facciata”, Chateaubriand vede là dove il “democratico” Robespierre e l’aristocratico illiberale Talleyrand non riescono ad andare. Non si tratta della “virtù in un solo Paese” teorizzata dal primo, o della “restaurazione in tutto il continente” perseguita dal secondo:  “Io non credo nella società europea. Fra cinquant’anni non ci sarà più un solo sovrano legittimo, dalla Russia alla Sicilia […]”, elemento di preveggenza, “non prevedo che dispotismi militari. E tra cent’anni […] può darsi che noi stiamo vivendo non solo nella decrepitezza dell’Europa, ma in quella del mondo”.

Solo chi ha virtù profetiche è in grado di analizzare cosa quel cambiamento abbia realmente provocato e ancora provocherà. I suoi artefici, i rivoluzionari, non se ne rendono conto e anche per questo Robespierre in fondo resta una sorta di mistero, perché nel suo inseguire una Francia virtuosa e democratica, il suo modello non è in un futuro da costruire, ma in una sorta di Sparta da riportare in vita. È l’eterogenesi dei fini che si impone: la modernità che si spalanca mentre si cercava un’altra tradizione. Chateaubriand, che della Rivoluzione ne è testimone passivo, capisce invece che cosa da essa scaturirà: ne comprende anche l’ineluttabilità e l’impossibilità di tornare al mondo precedente come se nulla fosse. Gli interrogativi sul destino e sul futuro della politica di Chateaubriand restano nostri contemporanei: “la democrazia non solo fa dimenticare a ogni uomo i suoi avi, ma gli nasconde i suoi discendenti e lo separa dai suoi contemporanei; essa lo riporta continuamente solo a se stesso e minaccia di rinchiuderlo per intero nella solitudine del proprio io”.

Con le Memorie, da molti definito come un “un Louvre della letteratura”, si capisce che Chateaubriand fu uomo di confine, “navigatore tra due rive”, che fa del Visconte un unico. È il primo dei romantici, ma anche l’ultimo dei classici, il che dà un tono di novità al suo stile, ma non lo invecchia nel nuovo pur quando questo diviene un genere: l’antico gli ha dato i mezzi per crearsi uno stile che è senza tempo. Per nascita, educazione, gusti, appartiene al mondo antico che è andato in pezzi, ma la sua fedeltà al passato non gli impedisce di capire che è divenuto marcio, da supremazia meritata si è fatto prima privilegio ingiusto, poi sterile vanità.