“Quando fai l’autostop capita che tu vuoi girare il mondo

ma il guidatore vuole solo parcheggiare sotto casa.”

(Anonimo)

“E’ il mio Destino che vuole la mia Volontà”

(F. Nietzsche)

Se si volesse identificare la grande assente dallo scenario politico italiano negli ultimi 20 anni (ma forse a guardar bene si potrebbe tranquillamente risalire alla fine del secondo conflitto mondiale) tutte le dita indicherebbero quella che Nietzsche aveva prosaicamente chiamato volontà di potenza. Nessun grande progetto, nessuna iniziativa a lunga scadenza, nessuna mobilitazione verso un obiettivo significativo: niente di niente. Solo una sempre più blanda lotta per un potere di facciata (fatta a colpi di presenza nelle televisioni e sui media, che assolve così anche all’altra esigenza dell’intrattenimento del pubblico a casa), che si limita ad amministrare l’esistente e che si diverte a spostare qualche decimale nei conti pubblici per rimetterlo da un’altra parte e di tanto in tanto esercita un uso repressivo della forza pubblica verso sedicenti antagonisti e frange marginali [Così non fa più politica, non fa che economia, e della peggior specie, condizionando tutti i riflessi sociali. (Giorgio Locchi, 1979)]. Tale grigio scenario è riscontrabile in tutti gli ambienti che si vorrebbero politici ed a qualsiasi livello.

Nessun anelito al titanismo, con tutte le contraddizioni che questo termine si porta dietro. Quando ci si riferisce ai Titani del mito greco infatti si apre la porta ad una duplice interpretazione; da un lato c’è la lettura più corretta dal punto di visto etnografico che vede gli Dei olimpici vincitori contro le forze primigenie dei Titani come la personificazione di una nuova religiosità importata dai conquistatori indoeuropei a danno delle tribù indigene abitanti nell’Ellade e dall’altro c’è una visione senz’altro più evocativa e mobilitante che vede i Titani protagonisti di una fatale lotta senza speranza per sovvertire l’ordine cosmogonico. Tale visione sarà ripresa dagli ambienti romantici europei del XIX secolo raggrumati intorno al movimento del Sturm und Drag. Le Rivoluzioni Nazionali che scossero il continente europeo nel secolo successivo molto furono in debito con i temi dell’irrazionalismo, del volontarismo e con le suggestioni faustiani che dei novelli Prometei avevano liberato nell’aria della temperie culturale del tempo. Partendo da anguste trincee di fango o da spoglie sedi di partitelli insignificanti e sconosciuti, determinati capi carismatici si fecero strada dall’anonimato alla fama, riuscendo per un paio di decenni a determinare i destini politici dell’Europa e del Mondo.

A guidarli, certamente ci fu una incrollabile fede in sé stessi e nelle proprie capacità ma soprattutto (anche in virtù della fiducia nelle validità delle proprie convinzioni) l’apertura a tutti e tutto, la disponibilità a fare letteralmente patti con il diavolo se quest’ultimo avesse portato vantaggi alla propria causa. Mossi dal desiderio bruciante di realizzare le proprie volontà spostarono montagne facendo cose che nessuno aveva mai neanche sognato di fare, semplicemente infischiandosene dei tabù del loro tempo anche e soprattutto di quelli delle loro presunte aree di riferimento. Le uniche aree che presero in considerazione furono i rispettivi popoli, non mitizzati e non ostracizzati, ma presi come erano per quello che erano nella prospettiva futura di trasformarli poi nel tempo. Sempre con la lucidità per capire che i loro movimenti non potevano né sostituirsi ai popoli e né avrebbero potuto inglobarli tout court. Guidarli, questo sì, essere da esempio magnetico, da pungolo e di riferimento, tenendo per sé i più decisivi gangli vitali della società, avendo capito che da sempre sono le minoranze organizzate a scrivere la storia.

Questo fu lo spirito vitalisticamente conquistatore, che sapeva decretare all’istante cosa e chi poteva essere utile ‘se non per il re almeno per la regina’ e che permise ascese politiche, sociali e militari a tempo di record. Questo fu l’atteggiamento vincente e non una futile e patetica attesa di una ‘sollevazione popolare’ che non arriverà mai (la gente vuole essere guidata da chi ritiene valido a pelle) o di una crisi economica spaventosa che getterà il mondo nel caos (perché tale crisi già c’è ed i suoi effetti vengono inoculati a tutti col contagocce giorno per giorno). Gli uomini che mossero il mondo furono disposti a tutto, a fare semplicemente quello che andava fatto, con i risultati concreti a getto continuo a riprova continua della giustezza delle loro azioni. Adesso oggettivamente la situazione lascia ben poche speranze a chi si ritrova in una ben precisa visione del mondo ma rimane sempre la consapevolezza che un pagliaio ben preparato può infiammarsi in un instante se viene messo a contatto con una scintilla. E di braci il XX secolo ne ha viste parecchie.