Secoli fa c’era un certo signore che sosteneva che il grado di civiltà di un Paese si potesse misurare attraverso il grado di umanità delle sue prigioni. E se è vero che i tempi cambiano, che i regimi politici vanno e vengono e che la società si trasforma al ritmo delle rivoluzioni e delle innovazioni, è anche vero che una simile realtà- quella che il signore in questione andava predicando- non decade mai. Cresce, matura, si trasforma e si adatta ai nuovi tempi, ma rimane intatta nella propria essenza. Cosa direbbe oggi Voltaire del nostro attuale grado di civiltà? In Italia c’è una popolazione carceraria che si attesta intorno ai 111 detenuti ogni 100mila cittadini, poco sotto alla media europea; tuttavia siamo agli ultimi posti per concentrazione di detenuti nelle nostre carceri: 140 carcerati ogni 100 posti disponibili. Peggio di noi- in accordo ai dati del Consiglio d’Europa (PAG. 39)- solamente la Grecia, con 172 detenuti ogni 100 posti.

All’oramai annoso problema del sovraffollamento delle carceri si aggiunge la questione delle strutture. Le condizioni igieniche dei nostri istituti penitenziari risultano addirittura fuorilegge in alcuni casi, e comunque inadeguate in moltissimi casi. L’Osservatorio dell’Associazione Antigone  ha inoltre rilevato gravi problemi nell’assistenza sanitaria dei detenuti. Quella che sarebbe dovuta essere la svolta del 2008, cioè il passaggio del testimone dell’assistenza sanitaria dei detenuti dall’amministrazione penitenziaria all’ASL, si è rilevata un totale fallimento. Assenza di fondi e spending review hanno determinato un sensibile peggioramento della condizione carceraria. E certo non vengono in aiuto all’igiene le precarie condizioni degli isitituTi penitenziari. Docce fatiscenti (Ancona), acqua piovana che entra nelle celle (Firenze) e strutture da Terzo Mondo sparse ai quattro angoli del Paese rendono le carceri italiane assolutamente invivibili.

Quel che più colpisce è forse la distribuzione del problema. È sbagliato e superficiale credere che il problema delle carceri esista solo nel Sud Italia. Tra le cinque regioni (la prima che si vede) in assoluto più sovraffollate solamente la Puglia si trova al Sud (al secondo posto col 176% di detenuti presenti rispetto ai posti disponibili: peggio della Puglia solo la Liguria (0,5% più della Puglia); a seguire Veneto (164%), Friuli (161%) e Lombardia (157%). Tanto l’istituto di Reggio Calabria quanto quello di Como o di Brescia sono nella Top Ten degli istituti più sovraffollati d’Italia. Un problema diffuso omogeneamente, che nella maggior parte dei casi riduce lo spazio a disposizione di ciascun detenuto a meno di 3 metri quadrati. Per avere una dimensione del problema, basti pensare che la legge italiana ne prevede un minimo di 9, e per questa grave violazione siamo stati- come noto- messi in stato d’accusa dalla Corte Europea per violazione dell’articolo3 della CEDU che vieta “trattamenti inumani  degradanti”.

Un capitolo a parte forse meriterebbero gli OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari che hanno negli anni sostituito i manicomi criminali. Eppure la riforma- come spesso succede in Italia- sembra aver riguardato solo il nome delle strutture, che però hanno mantenuto il grado di assoluta disumanità nel trattamento dei detenuti. In accordo con la legge, nessuno può essere condannato ad una permanenza negli OPG maggiore ai 12 mesi se non dopo un rinnovo da parte del giudice. Eppure la via del rinnovo viene spesso intrapresa, costringendo i detenuti ad un infinito rinnovarsi della pena che senza dubbio costituisce una palese violazione del principio di certezza della pena. Nel corso del 2010 è stata avviata un’inchiesta parlamentare sulla condizione di vita all’interno degli OPG ed è stata riscontrata una totale inadeguatezza delle strutture e dei trattamenti riservati ai detenuti che ha riguardato la quasi totalità dei sei OPG d’Italia. Dalle riprese effettuate nel corso dell’inchiesta parlamentare è nato il documentarioLo Stato della follia”, di Francesco Cordio, vincitore di numerosi riconoscimenti.

Ma al di là della contestazione e della narrazione, sia pur doverosa, di una condizione tanto inumana, è necessario proporre una soluzione a questi problemi sociali. Negli ultimi anni si è spesso sentito parlare di amnistia e di indulto quali soluzioni al problema. Ma, come evidenzia un ottimo studio di Roberto Cicciomessere, gli indulti più volte concessi negli ultimi anni nulla hanno fatto se non costituire una sorta di “pezza” messa ad un sistema estremamente lacunoso e certo incontenibile con sole pezze. Son sempre bastati pochi mesi per far tornare la condizione delle carceri identica a quella precedente l’indulto stesso, senza considerare il costo sociale che l’indulto porta con sé in termini- ad esempio- di aumento di piccola criminalità. Stesso discorso vale per un’altra soluzione di cui spesso si è sentito parlare come quella della realizzazione di nuove carceri: è chiaro che si avrebbe bisogno di nuovi istituti penitenziari, ma è altrettanto chiaro che ciò possa essere un punto di riorganizzazione carceraria, ma non il fulcro della riorganizzazione stessa.

Secondo Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone ed autore di numerosi libri in materia carceraria, occorre depenalizzare. In un’intervista rilasciata all’intellettuale Dissidente lo scorso febbraio Gonnella ricordava come il codice penale italiano sia ancora per molti versi simile all’originario codice Rocco (approvato nel 1930, in piena epoca fascista), e come emerga con forza l’inadeguatezza di un codice penale così datato. Ad oggi la legislazione sulle droghe, la cosiddetta Legge Fini-Giovanardi, è la causa del 40% della carcerazione totale. È in quest’ambito che, secondo Antigone, bisogna intervenire, depenalizzando atteggiamenti che comportano danni individuali ma non sociali e avviando campagne di sensibilizzazione che possano combattere il fenomeno della tossicodipendenza.

Bisogna inoltre rivedere da cima a fondo la concezione stessa di detenzione. Se, come è vero, l’Art. 27 della nostra Costituzione ci dice che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” e che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, allora è evidente che il sistema non funziona. I dati ci parlano di un esercito di circa 20mila persone,  circa il 40% dei detenuti, sotto regime di custodia cautelare (e dunque secondo la Costituzione non colpevoli) e dell’80% di detenuti che durante la propria permanenza non eseguono alcuna attività.  Larga parte del rimanente 20%, per altro, compie lavori di pulizia o manutenzione  del carcere, fondamentali alla vita del sistema ma di fatto inutili da un punto di vista di recupero sociale dell’individuo. Sono dunque pochissimi i detenuti che in carcere hanno davvero la possibilità di integrarsi e di essere cittadini onesti dopo la reclusione: significativo il fatto che in Italia si registrino numerosissimi casi di recidiva.

Quel che emerge è, in definitiva, un problema strutturale che, sfociando in violazioni di elementari diritti dei carcerati e in vere piaghe sociali, non può assolutamente essere ignorato né passare in secondo piano. La civiltà di un Paese- come diceva il signore di cui sopra- passa inevitabilmente anche per il grado di vivibilità delle carceri, sul quale non si può certo continuare a soprassedere come già per lunghi anni si è fatto. E per definirsi un Paese civile bisogna anzitutto ripartire dagli emarginati.