O tempora, o mores! –afflitto si leva l’urlo vibrante di una nazione: l’Italia ha appena perso i Mondiali. Gli italiani, che invece sono stati sconfitti da tempo, rivendicano il diritto ad un orgoglio nazionale, e lo fanno nel più italico dei modi: pretendono che la delegazione calcistica azzurra trionfi nei tornei internazionali; se ciò non avviene, impugnano le asce da guerra, con l’intesa di risotterrarle al primo aumento dell’età pensionabile. La recente, cocente sconfitta ha indotto un fremito ardente: è caccia al colpevole. Riaccordati i tromboni, l’orchestrina mediatica passa con nonchalance dall’allegro moderato dell’Inno di Mamelial grave della marcia funebre, per concludere nel greve di molte trasmissioni. Si assiste dunque al teatrino spregevole dell’uomo qualunque, prelevato dal bar e incravattato, “ingiacchettato”, scaraventato in uno studio televisivo e incensato di autorevolezza da ipse dixit. Emeriti incompetenti, meglio noti come “opinionisti”, ricreano la piazza in tv e dissertano dei motivi che hanno implicato l’esclusione della nazionale, con la stessa spocchia di Orson Welles in La ricotta di Pasolini. All’ennesimo “secondo me”, quando il cambio di canale diventa d’obbligo affinché un minimo di sanità mentale sia preservata, se si riesce ad evitare l’incombente pubblicità pro Europa, si incapperà sicuramente in uno spot sui Mondiali. La pervasività calcistica è assoluta, il messaggio veicolato chiaro: “il calcio è importante”.

Identità nazionale, desiderio di rivalsa, scatti d’ira: non è necessario aver letto Chomsky per accorgersi di quanto sia tutto assorbito, banalizzato e neutralizzato dal football (inglese non casuale).  L’Italia si è però rivelata impreparata alla tenzone. I tricolori, un po’ arrossiti per la figuraccia, ritornano in soffitta come lumache nei gusci. Tra un Mondiale e un Europeo, a rinfocolare gli animi ci pensa Luciano Onder, ossessionato dalla dieta mediterranea, di cui tratta con frequenza quasi ipnotica. Lo Stivale diviene così un ristorante a cielo aperto, per la gioia di Oscar Farinetti e di Eataly, che di italiano non ha sicuramente il nome.  All’inizio del ‘900 Alberto Gianni inventava la camera iperbarica, negli anni ’60 l’Italia, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica, era il Paese più avanzato del mondo in campo aerospaziale; oggi c’è da festeggiare se si fanno passi avanti nella produzione del provolone.

Si badi bene: quello agroalimentare è un settore da sostenere e da incoraggiare. Ma credere che una nazione possa fondarsi su “tarallucci e vino” è quantomeno puerile. Anche perché il vino, a ben vedere, non assomiglia molto all’elisir di lunga vita per cui viene spacciato. Il lettore approfondisca la questione, ma una cosa è certa: se l’apparato pubblicitario-mediatico-istituzionale non avesse premuto per conferire una bella immagine al mondo contadino e a ciò che, come il vino, è a esso collegato, probabilmente il mercato degli alcolici sarebbe stato dominato, più di quanto non lo sia adesso, dalla birra – economica e con una forte valenza sociale – e dai liquori – dalla marcata influenza sulla psiche.

Valorizzare le tradizioni, tutto sommato, è un bene. Osannare la tradizione perché va di moda, no. Il capitalismo, religione dagli innumerevoli seguaci (molti dei quali inconsapevoli) indossa un giorno il tacco 12 e quello dopo un sandalo spartano. Anche la tarantella, in certe manifestazioni a tema, diviene fenomeno turistico e di massa.

Per chi non ami il calcio e non sia di buon appetito, l’apparato fornisce essenzialmente altri due motivi di orgoglio nazionale. Il primo è quello naturalistico. Venerare le coste e i monti italiani, reputandoli “competitivi” a livello internazionale, implica però che si ignorino le bellezze di almeno quattro continenti: quello americano, quello africano, quello asiatico e quello australiano. Il secondo motivo è quello artistico. Peccato però che, in Italia, l’ignoranza presente superi abbondantemente la cultura passata. Si è dunque, generalmente, letteralmente incapaci di comprendere e apprezzare i lasciti artistici e architettonici delle gloriose epoche andate.  Colpisce tuttavia un dato: le spiagge sono affollate e le città d’arte, così come i musei, sono discretamente visitate. Forse anche perché i tg, con innumerevoli statistiche su quanti italiani vadano al mare, con epiche narrazioni bibliche di “esodi” e “controesodi”, lanciano quotidianamente, al pubblico conformista, un messaggio chiaro: “dovete andare in vacanza”.