Dai primordi della rivoluzione francese fino ai moti carbonari di inizio e metà ottocento – parte dei quali segnarono in maggiore o minore misura la storia di buona parte di alcuni tra i più potenti stati europei (ed in primis del nostro stesso, sebbene non annoverabile tra di essi in quanto, prima di tutto, non ancora “stato-nazione”) – l’evoluzione del pensiero politico o, in generale, della filosofia politica, ha avuto come sua genesi e base di evoluzione le riflessioni e le considerazioni intorno al contrattualismo di indubbia matrice rousseauiana, fatto non da poco irrilevante se si considera che esso è stato l’incipit di tutte le nefaste rivoluzioni che hanno portato l’Europa, attraverso un iter complesso, confusionario e indubbiamente sanguinolento, ha trovarsi agli albori della prima guerra mondiale con un assetto geo-politico completamente stravolto (due chiarissimi esempi: l’Impero Austro-ungarico e l’Impero Ottomanno, per non citare i casi di Francia e Prussia, divenuta poi Germania con il II Reich creato dal cancelliere Bismark).[1]

Orbene, considerando le espressioni della filosofia politica dal basso medioevo fino al suo tramonto (primo tra tutti S.Tommaso d’Aquino e la Scolastica, fino al Monarchia di Dante Alighieri, forse tra le più alte espressioni di un pensiero cristiano cattolico speso e vissuto per il sociale – ovviamente tenuto conto di tutte le considerazioni contestuali del caso, che fanno sì che parte del trattato sia, anche con buona pace dei più vividi conservatori, da rigettare[2]), con l’inizio del XVI secolo (ma anche tardo Quattrocento come bene afferma lo Heuzinga[3]) il pensiero filosofico (sia politico sia giuridico) declina inesorabilmente verso zone lambite e scalfite dal nuovo “umanesimo” (se così si può chiamare quell’espressione del pensiero che incentra la ricerca della verità e della vita dell’uomo – non per ultimo della scienza, promotrice della stessa rivoluzione del pensiero (si pensi a Copernico) – sulle humanae litterae) abbandonando così e demolendo piano piano tutta la costruzione elaborata e ideata con fatica dalla stessa scolastica, perfettamente impregnata nella vita sociale e politica di tutta l’Europa, che all’epoca qui trattata costituiva buona parte del mondo conosciuto (senza peccare di eurocentrismo).

Pertanto, le nuove espressioni della filosofia politica approdano così a nuove concezioni della stessa società, sia in campo prettamente cattolico, ma sia anche non con questo marcato indirizzo ( si prendano ad esempio Scoto, il De Victoria, Grozio ecc…); tuttavia, nonostante questi propositi nuovi e spesso contornati da spirito riformatore senza marcate pretese rivoluzionarie, è proprio nel movimento dei cd “monarcomachi” [4] che si ha un incipit delle prime contestazioni in nuce della costruzione sociale elaborata dalla Scolastica, e che poi approda e trova il suo centro nevralgico nell’opera di Rousseau, certo sostenuto ed aiutato da una lunga schiera di pensatori precedenti e contestuali (dal citato Copernico, Galileo, Francisco Bacone, Descartes fino a Hobbes e Locke).

Senza soffermarci sull’illustrazione del pensiero rousseauiano (non vuole questa essere una spiegazione di filosofia politica, bensì una riflessioni sulla stessa), è dato non controverso di come esso segni in realtà, come prima accennato, non una novita sorta ex abrupto, bensì il risultato di un sostrato di pensiero già presente nel panorama sociale ed espresso in maniera eclatante dal pensatore francese. Ovviamente non si può attribuire al Rousseau la caduta dei troni e l’inizio delle rivoluzioni, tuttavia è bene mostrare come sia stato il suo pensiero, e i chiari errori dello stesso, a porre le basi a tali movimenti e fare da culla naturale per gli eventi verificatisi dopo neanche tanto tempo.

Infatti è proprio l’idea stessa del contratto sociale, quale mezzo di aggregazione della comunità detta “sociale”(cioè di tutti gli esseri in grado di relazionarsi) che desta i maggiori interrogativi, in quanto basa la natura dello Stato (non ancora della Nazione, termine prettamente ottocentesco) sul semplice consenso intra homines, considerando quindi la forma dello Stato come puro intendo di consensi, e come tale formabile intorno ad un contratto[5] e allo stesso modo scioglibile, nel momento in cui le “condizioni” dello stesso non siano più valide, o meglio, non siano più gradite alla comunità, che l’ha sottoscritto. Come questo possa realizzarsi non è detto, e soprattutto non è specificato la sorte di coloro che, sempre secondo il contratto, sarebbero stati predisposti al controllo ed alla gestione dell’ordine sociale (la storia mostrerà tutti questi retroscena, dalle due rivoluzioni inglesi fino a quella più triste, devastante e macabra francese).

 Dunque, l’idea di un contratto come governante del potere sociale entra a tutto campo nel pensiero politico, sulla quale pensatori successivi arriveranno, seppur un poco correggendo il “tiro”, ad innestare concezioni maggiormente aperte ai “nuovi diritti” ed alle sempre crescenti espressioni di libertà reclamate dalla classe borghese[6], partendo dal “diritto alla resistenza” trasformato poi in un più crudele, ingiusto e soprattutto infondato “diritto ad abbattere i troni e rovesciare ogni altare”.

Ma è il rapporto del contrattualismo con le filosofie dell’individualismo e del costituzionalismo che destano le maggiori perplessità, e possono far intravedere una prima caduta di quel “velo di Maja” che tale concezione politica rappresenta. Infatti proprio la divisione degli uomini in “parti contrattuali”, l’assenza di un ordine superiore da rispettare, la natura non più vista come espressione della Creazione bensì come mezzo per fini utilitaristici (dunque da sottomettere), il disprezzo per la gerarchia sociale, la volontà di concepire gli uomini come divisi e non comunicanti se non per la revisione di un mero contratto, fino al raggiungimento dell’idea centrale del costituzionalismo, ossia il sinallagma nella gestione del potere politico, rendono il contrattualismo un tutt’uno con le filosofie progressiste (e in epoca più tarda, rivoluzionaria) e coi moti politici susseguenti.

Non da ultimo si può considerare espressione della stessa filosofia la singolare strada intrapresa dal contrattualismo nella versione di un “amministrazione fiduciaria della cosa pubblica”, via tentata storicamente dai personaggi di Oliver Cromwell e Jhon Milton. Tuttavia, come primissime constatazioni, è il prosieguo storico a mostrare come tali “rimpasti” adattati si siano rivelati del tutto insoddisfacenti e contro produttivi (se non peggio, come nel caso di Cromwell).

Gli effetti di tale concezioni, evolutisi nel tempo, sono sotto gli occhi di tutti nella realtà politica attuale. Senza la pretesa di elaborare chissà quali nuove “teorie politiche” contorniate più da vanità e presunzione che da reale impegno nel sociale, e seppur attribuendo al costituzionalismo ed al contrattualismo la capacità di aver risvegliato nelle coscienze di allora una nuova esigenza e necessità di difendere l’ordine costituitosi in epoca medievale, non si può nascondere come esso sia stato uno dei più grandi gradini per lo smantellamento della filosofia scolastica e la fine delle monarchie cattoliche e cristiane (pur con buona pace delle gravi lacune e falle al loro interno, già precedentemente presenti).

In conclusione: è l’idea stessa di un contratto come base sociale di partenza per la costruzione di uno stato, facendo tabula rasa del passato e annientando tutto ciò che rende tale contratto “non gradito” alle parti contraenti, che a mio avviso deve essere rifiutato: perché rende l’uomo sovraordinato rispetto alla natura, perché falsamente lo fa credere capace di non necessitare null’altro se non del consenso intra partes, perché lo porta a non accettare altro potere se non quello di un altro sistema costituito, e soprattutto, perché rende i diritti non più naturali e scritti nel processo della Creazione, bensì li “commercia” (per rimanere in tema di “contrattazione”) alla mercé del più alto e basso consenso, facendo così perdere del tutto la concezione fondamentale del “diritto naturale” quale bussola essenziale per ogni stato e potere politico, oltre il quale nessun governatore o monarca (quei pochi non abbattuti o sterminati) potrà mai andare contro, opporsi o ribellarsi, se non accettando la conseguenza di mettersi contro la natura stessa, dunque entrando in evidente errore prima di tutto morale, poi politico.

Come si vede con chiara evidenza, al giorno d’oggi tale concezione è dominante, e quasi non più si avvertono le sue contraddizioni: ma ogni buon pensatore critico ha il dovere di ridestare nelle coscienze quell’eco di giustizia che tale filosofia politica ha oppresso, al grido dei “nuovi diritti”, delle “nuove esigente”, del “pensiero libero”, del “consenso popolare”, del “libera Chiesa in libero Stato”, che altro non hanno fatto che rendere l’uomo alla mercé di qualsiasi pensiero esterno, senza più un identità, una cultura, una tradizione da onorare, rispettare e tramandare.

 [1] Si potrebbe anche proseguire interrogandosi ed investigando su come tali sconvolgimenti, chiaro frutto delle rivoluzioni, abbiano contribuito e se non determinato allo scoppio del primo conflitto mondiale.

[2] Si deve anche tenere conto delle espressioni del pensiero filosofico arabo medievale, come Averroé

[3] Johan Huizinga (1872  – 1945) “Autunno del Medioevo”

[4] Tale movimento, sorto a fine Quattrocento, affermava essere contro natura la stessa posizione del Re e della moanarchia, considerando sola espressione naturale il potere dato alle masse e da esso gestito. Forse una proto forma di democrazia ? nel prosieguo della trattazione si evidenzierà come questo non può essere ovviamente sostenuto.

[5] Si percepisce fin da subito come tutta la costruzione di tale pensiero sia incentrata intorno al contratto, mezzo di scambio commerciale esistito da lungo tempo anteriore, ma usato poi dalle masse più abbienti della “borghesia” (cioè dei cittadini “abbienti”) come mezzo di riscossione sociale, di conquista politica. Dunque dall’ambito prettamente economico (spazio entro il quale la borghesia è nata e ha acquistato i suoi primi poteri, all’epoca inquadrabili nell’ambito dei “privilegi”) il contratto è stato assurto ad elemento di lotta politica, sospinto e sostenuto dal potere economico sempre crescente che la borghesia aveva incominciato ad esprimere. Pertanto è singolare quanto emblematico come Rousseau arrivi addirittura ad incentrare la costruzione di uno Stato sociale intorno allo stesso contratto, oramai elemento non più secondario, ma addirittura dotato di potere “istituzionale” o politico, se si preferisce. Ecco quindi che il contrattualismo svela le sue prime vesti come chiara espressioni rivoluzionaria elaborata da una specifica area sociale, la borghesia.

[6] Qui si possono avere due riferimenti antitetici: Locke ed Hobbes.