La maggior parte dei soldati israeliani sono ragazzini, truppe di leva. Il servizio militare in Israele è infatti obbligatorio per tutti i cittadini, uomini e donne. Il servizio dura 3 anni per gli uomini (dai 18 ai 21) e 2 anni per le donne (dai 18 ai 20). Inoltre gli uomini sono richiamati in servizio un mese all’anno per diversi anni dopo la fine della leva. Questi giovani svolgono un addestramento durissimo per 8 mesi e poi molti di loro si ritrovano con un M-16 in mano a prestare servizio nei territori occupati. Per queste persone il servizio militare è non soltanto un dovere sacro alla patria, ma anche un dovere religioso: i coscritti sono infatti tutti ebrei, dato che i cittadini israeliani non-ebrei (cioè arabi) non ricevono la cartolina militare. Dopo il servizio moltissimi giovani restano scossi da quello che hanno fatto. Così, mentre la maggior parte di questi va in India a fumare erba per dimenticare, altri si danno da fare in un modo più costruttivo.

L’associazione Breaking the silence (http://www.breakingthesilence.org.il/) è formata da ex-soldati che non riescono a vivere con il peso del male che hanno inflitto alla popolazione palestinese nei Territori occupati, e che cercano un po’ di pace interiore (ed esteriore) raccontando quello che hanno fatto. Ho partecipato personalmente ad una giornata organizzata da questa associazione. Si parte in pullman da Gerusalemme e si va nei territori occupati. Sul pullman una quarantina di turisti occidentali, un autista e un ex-soldato che racconta e che mostra i luoghi precisi in cui ha operato. Il soldato che ho conosciuto ha prestato servizio sulle colline a sud di Hebron, la città un cui la colonizzazione fa più male ai Palestinesi, perché i coloni hanno occupato il centro storico della città, dove si trova la tomba di Abramo.

 Nelle sue parole c’erano soprattutto paura e disgusto. Un ragazzo israeliano di 20 anni vuole stare in spiaggia a Tel Aviv, o andare all’università; non vuole ritrovarsi a far del male a delle altre persone. Però lo deve fare, perché gli è sempre stato insegnato che i Musulmani sono pericolosi e che potrebbero attentare alla sicurezza di Israele. Ed è per questo che si ritrova a sorvegliare inutilmente le colline a sud di Hebron, in cui i coloni (fanatici religiosi Ebrei) vanno a piantarsi illegalmente per strappare la terra ai Palestinesi. Ci ha raccontato che nel linguaggio tecnico, quando gli Arabi attaccano gli Ebrei arriva una comunicazione di “attacco terroristico” e invece quando i coloni ebrei che attaccano gli Arabi è solo un “litigio”. Israele è veramente il paese dei due pesi e delle due misure. Ma grazie a quello che fanno gli Israeliani di Breaking the silence la realtà può cambiare. Israele potrebbe diventare uno stato un po’ meno ebraico e un po’ più democratico. Ma non c’è la volontà politica, né da parte delle istituzioni né da parte della gente. I ragazzi di Breaking the silence sono infatti visti da molti (e spesso anche dalle loro famiglie) come traditori, come codardi. Ma sono forse gli unici in Israele che hanno il diritto di usare la parola “shalom”.