Fonte: Rinascita

L’attuale presidente della Repubblica di Serbia, il filo-atlantico Boris Tadic, vuole che la sua nazione diventi un membro attivo della Comunità Europea. Tuttavia la strada che porta a Bruxelles è fatta di omaggi e adorazioni, inchini e baciamani. Da quando Belgrado ha presentato la domanda di adesione all’Ue il 22 dicembre del 2009, è cominciata per il governo serbo una corsa a ostacoli. Uno di questi è la partecipazione alla caccia all’uomo ordinata dal Tribunale penale internazionale dell’Aja per l’arresto dell’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, e del latitante Goran Hadžic. Tadic e il suo governo hanno fatto “un’enorme passo avanti”: il primo è stato catturato, condannato e arrestato il 26 maggio 2011, mentre il secondo, ultimo dei ricercati, è stato ammanettato la settimana scorsa.
Il presidente della Commissione Europea Herman Van Rompuy ha applaudito il premier serbo appena ha sentito il tintinnio delle manette e la sentenza dei giudici dell’Aja che accusavano gli imputati di “crimini contro l’umanità”. Il governo serbo spera adesso di riavviare le trattative di adesione, tuttavia Bruxelles ha spiegato che l’eventuale candidatura all’Ue si terrà il 10 ottobre, mentre un vertice orchestrato dai capi di Stato e dirigenti europei che ha la responsabilità di conferire al Paese balcanico lo status ufficiale di “Paese candidato”, si svolgerà a dicembre. Il commissario Ue all’Allargamento, Stefan Fule, ha fatto capire però che la Serbia per sedurre Bruxelles deve ancora fare grandi sacrifici: “Se mi chiedete se la Serbia oggi è più vicina all’Europa rispetto a ieri, la risposta è assolutamente sì. Ma questo non vuol dire che la lista dei compiti da svolgere… sia stata eliminata: è stata solamente accorciata di un punto,” aggiungendo che la Serbia ha come compito quello di “intensificare il lavoro sulle riforme”. E proprio dietro questo temporeggiamento evocato dal commissario europeo, si cela la questione Kosovara, a suggerirlo è stato proprio il quotidiano nazionale Vecernje Novosti: “il Paese non sarà in grado di aderire all’Ue prima del 2020”.
Belgrado potrà diventare un satellite dell’Ue solamente ad una condizione politico-diplomatica: a patto che la Serbia riconosca la regione indipendente del Kosovo, o perlomeno riapra il dialogo con Pristina. É noto come questo Stato fantoccio, primo Stato musulmano d’Europa, voluto dagli Usa per edificare la base militare “Camp Bondsteel” al fine di controllare militarmente i Balcani e il Caucaso, sia il figlio illegittimo e prediletto di Washington e Bruxelles. Nel quotidiano serbo, il parlamentare incaricato nell’integrazione europea del Paese, Laslo Varga ha spiegato: “è chiaro che le relazione tra Belgrado e Pristina sono la chiave dell’adesione all’Ue, poiché senza risolvere il problema non potremo attivare l’ingresso. Speriamo di non riconoscere l’indipendenza del Kosovo, ma non sappiamo che cosa significhi in concreto il termine “normalizzazione” del contenzioso”. Di conseguenza il governo serbo non sembra determinato per ora a riconoscere l’usurpazione americana della regione kosovara, terra culturalmente e storicamente serba, ma in un prossimo futuro potrebbe farlo a causa dei legami fortissimi tra i politici di Belgrado e quelli di Washington.