Se ne è andato Silvio Berlusconi. Chiude un capitolo durato diciotto, interminabili, anni, consegnando le armi a Giuliano Ferrara che, nell’edizione del 25 ottobre, pubblica su “Il Foglio” le sue ultime parole:

 “Per amore dell’Italia si possono fare pazzie e cose sagge. Diciotto anni fa sono entrato in campo, una follia non priva di saggezza: ora preferisco fare un passo indietro per le stesse ragioni d’amore che mi spinsero a muovermi allora. Non ripresenterò la mia candidatura a premier ma rimango a fianco dei più giovani che debbono giocare e fare gol. Ho ancora buoni muscoli e un po’ di testa, ma quel che mi spetta è dare consigli, offrire memoria, raccontare e giudicare senza intrusività. Con elezioni primarie aperte nel Popolo della Libertà, sapremo entro dicembre chi sarà il mio successore, dopo una competizione serena e libera tra personalità diverse e idee diverse cementate da valori comuni. Saranno gli italiani che credono nell’individuo e nei suoi diritti naturali, nella libertà politica e civile di fronte allo stato, ad aprire democraticamente una pagina nuova, quella che abbiamo fatto insieme, uomini e donne, dal gennaio del 1994 a oggi”.

 Questa volta non firma una tregua con la politica. Il Cavaliere capitola definitivamente, anche se la sua ombra veglierà, maledettamente, sul Bel Paese per ancora diversi anni. Disarcionato, esce a testa bassa, persino benedicendo Mario Monti, l’uomo che circa un anno fa, lo calpestò arrogantemente con l’approvazione del capo di Stato, Giorgio Napolitano. Proprio come nel 1995, appena dopo la sua discesa in campo, quando il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro impose il “tecnico” Dini a capo del consiglio dei Ministri. “La storia è un eterno ritorno”, diceva un filosofo tedesco.  Il 13 novembre del 2011, diede le dimissioni, fornendo prova di coraggio. Puntò il dito contro la speculazione e la moneta unica europea, ed, indirettamente, contro il suo successore. Durante la tregua, lanciò qualche frecciatina politica all’ex consulente della Goldman Sachs, addirittura affermando che “il ritorno alla lira” avrebbe potuto far uscire l’Italia dal collasso economico-finanziario. Quelle dichiarazioni, come la tutela delle aziende pubbliche italiane, o ancora come la sua amicizia nel Mediterraneo e con la Russia di Vladimir Putin sono costate care. E dimostrano un fatto importantissimo: Silvio Berlusconi – dipinto come un “magnate” dalla stampa italiana, in primis da Repubblica -, impersona in realtà un ruolo nettamente periferico nella grande scacchiera mondiale. Mario Monti è un gigante in confronto. Il Cav., un misero commerciante.

Il Berlusconismo è stato sicuramente da una parte, la rovina dell’Italia se si considera che in diciotto anni di governo i cardini della sua politica sono stati la mercificazione onnipresente e la rivoluzione liberista in continuità con il triste patrimonio progettato ad arte da Romano Prodi. È anche vero però che dall’altra, è stato “il minore dei mali” (che pur sempre è un male, per questo va contestato a tutti i costi) se si pensa che all’opposizione c’era, come c’è tuttora, una sinistra (non-socialista) di tipo “fabiano”. Vale a dire una sinistra ancora più liberista della sedicente “destra”, “idiota utile” del Capitale, e del capitalismo tanto criticato da Karl Marx (tra l’altro padre spirituale di questi demo-borghesi prima che il Partito Comunista Italiano si trasformasse in Partito Democratico di Sinistra all’indomani “dell’epopea” dipietrista). In ogni caso il ventennio di Silvio Berlusconi si chiude. O meglio soggetti “terzi” hanno voluto che si chiudesse, garantendogli un finale dionisiaco qualora lui chinasse il capo. Lo ha chinato. E ha evitato quel tragico finale costato la vita come ad Enrico Mattei e Aldo Moro o l’esilio come a Bettino Craxi.