Al Manar sostiene che i Paesi del Golfo finanziano “l’emirato salafita non-proclamato” di Tripoli per destabilizzare la regione

Tripoli, città situata nel nord del Libano e seconda metropoli del Paese per numero di abitanti, è stata questa settimana teatro di scontri tra sostenitori e oppositori del presidente siriano Bashar al Assad. Nei quartieri di Bab al Tabbaneh e Jabal Mohsen gli aleviti libanesi e i sunniti radicali si sono affrontati violentemente sino a partorire un bilancio tragico che registra 13 morti e più di sessanta feriti. Anche se attualmente gli incidenti riguardano solo una minima parte del Paese dei Cedri (Tripoli e la sua regione situata a sud della città siriana di Aleppo), e due gruppi distinti (gli aleviti, vicini al governo di Damasco, e i sunniti salafiti), il premier libanese Najib Miqati, originario della città, ha convocato per domenica una riunione dell’Alto consiglio per la difesa per discutere degli episodi di questa settimana, i quali rischiano di far sprofondare il Paese in una nuova guerra civile.

Tuttavia è già da diversi mesi che il conflitto interno siriano passa anche per il Libano nonostante le principali forze politico-confessionali e la comunità internazionale sembrino determinate ad evitare il contagio. Tanti sono gli episodi che da 19 difficili mesi- da quando è cominciata la crisi in Siria – hanno colpito indirettamente il Paese dei Cedri, e non è un caso che il governo di Mikati abbia cercato di astenersi da politiche che possano far scivolare anche il Libano nel vortice delle violenze, adottando una politica di “dissociazione”. “Chiedo a tutti di dissociarsi dagli eventi in Siria”, ha ribadito in questi giorni in un’intervista al quotidiano Daily Star il premier, rivolgendosi anche agli alleati di governo di Hizbollah, accusati dall’opposizione e dai ribelli siriani di essere impegnati con le loro milizie a sostegno del regime di Damasco. Ma l’invito, ha sottolineato Mikati, è indirizzato anche ad “altre forze partitiche”, compreso il deputato Okab Sakr di al Mustaqbal (Futuro), il movimento sunnita e anti-siriano dell’ex premier Saad Hariri, reo di aver avuto contatti con i ribelli per rifornirli illegalmente di armi e non solo. La questione siriana sta diventando per il governo di Beirut una seria preoccupazione, soprattutto da quando i Paesi del Golfo, Qatar e Arabia Saudita in testa, hanno intensificato – come sottolinea l’agenzia di stampa libanese Al Manar – le pressioni sul governo di Bashar al Assad attraverso “l’emirato salafita non-proclamato” di Tripoli. La stessa fonte afferma infatti che i due Paesi del Golfo si sarebbero ritagliati dei ruoli ben definiti: Riad opererebbe attraverso il finanziamento della corrente “wahabita”, mentre Doha agirebbe sui movimenti salafiti e sui gruppi vicini ad Al Qaida. Il tutto supervisionato da Washington e da Bruxelles.

E proprio da qui deriverebbero le tensioni di questi ultimi giorni nella roccaforte sunnita del Nord del Libano. Il futuro del Paese dipende indirettamente dagli sviluppi della crisi siriana. Una cosa è certa: finché Bashar Al Assad resterà al potere, gli scontri saranno sporadici e circoscritti, come avviene da diversi mesi a Tripoli. Ma se il capo di Stato siriano dovesse cadere, le conseguenze potrebbero essere disastrose. Hizbollah, il Partito di Dio da sempre alleato con il regime siriano, potrebbe non accettare la caduta di un sistema a lui favorevole che lo lega a doppio filo con l’Iran degli Ayatollah. Gli intrecci politici della regione sono complessi e intricati. Ragione in più per non sconvolgere i Paesi dell’area on pseudo-rivoluzioni foraggiate dall’estero e, per evitare una qualsiasi incursione militare occidentale nella zona.

Fonte: Rinascita