Il Paese nordafricano che a dicembre dell’anno scorso aveva ospitato il primo congresso del Consiglio Nazionale Siriano (Cns), continua a mettere pressione al governo legittimo e sovrano della Siria. “Oltre che a non riconoscere l’attuale regime siriano, la Tunisia ha cominciato le procedure regolamentari in vista dell’espulsione dell’ambasciatore della Siria residente a Tunisi”, con questo comunicato il governo tunisino ha deciso di schierarsi definitivamente contro Bashar al Assad. La scelta di campo, afferma la presidenza, è dovuta ai cosiddetti bombardamenti di Homs che secondo fonti incerte avrebbero causato più di 230 morti. “I massacri che vanno avanti da più di nove mesi provocati dal regime siriano ai danni del suo popolo, preoccupano profondamente il governo tunisino”, prosegue il comunicato, e poi conclude “questa tragedia troverà soluzioni soltanto con la caduta di Bashar al Assad e con la transizione democratica”, premendo di fatto su una nuova bozza di risoluzione Onu che possa soddisfare anche i governi di Russia e Cina che proprio questo fine settimana si sono opposti a qualsiasi tipo di ingerenza.
Il Cns, l’opposizione siriana all’estero, ha affermato che si tratterebbe “del più grande massacro da quando sono iniziate le rivolte”, per questo motivo ha chiesto l’intervento della comunità internazionale. Una comunità internazionale spaccata in due come ai tempi della guerra fredda: da una parte la coalizione sino-russa e dall’altra gli Usa e i suoi seguaci. Significativo lo scambio verbale avvenuto sabato scorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite tra Susan Rice, ambasciatrice statunitense all’Onu e il suo omologo siriano. Quando la nordamericana si è detta “disgustata” dei veti di Mosca e Pechino il delegato del governo di al Assad ha replicato che il disgusto è fuori luogo dato che gli Usa hanno messo sessanta veti sulle risoluzioni che condannavano i massacri israeliani in terra palestinese.
Intanto il Consiglio Nazionale Siriano cerca consensi in giro per il mondo, tant’è vero che la sua controfigura, il Consiglio Nazionale per la Transizione libico(Cnt) lo ha già riconosciuto come unico rappresentante legittimo della Siria. Il primo ministro tunisino, Hamadi Jebali, ha lanciato un appello domenica a tutti i Paesi durante la Conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera, “il popolo siriano aspetta delle azioni (..) La minima cosa é di tagliare l’insieme delle relazioni con il regime siriano(…) Dobbiamo mandare via gli ambasciatori siriani dai Paesi arabi e da tutti gli altri Paesi”. Il premier tunisino si è preso gli applausi del capo della diplomazia statunitense Hillary Clinton, “è il minimo che possiate fare per punire il regime di Bashar al Assad” e dal primo ministro del Qatar Hamed ben Jassem al-Thani, il quale ha attaccato la posizione sino-russa durante il voto al Consiglio di Sicurezza: “è un cattivo segnale, il veto ha dato ad al Assad il diritto di uccidere”. Dopo le accuse del premier Jebali, Abdullah Tourkmani, il rappresentante del Cns a Tunisi, ha lanciato un appello alla popolazione tunisina al fine di sostenere l’opposizione siriana con una manifestazione nel centro della capitale. Tuttavia l’appello non sembra aver ottenuto consenso, solamente una cinquantina di manifestanti si sono radunati dinanzi all’ambasciata siriana.
Inaspettata questa presa di posizione forzata da parte del governo tunisino, che per anni aveva optato per la sobrietà e la moderazione nei rapporti internazionali. L’accanimento contro Damasco risponde alla vittoria di uno schieramento politico (Ennahda) molto vicino ai Fratelli musulmani, che in Siria sono fuorilegge dagli anni ‘80 e che si celano – finanziati da Riad – dietro alle azioni dei terroristi salafiti che stanno destabilizzando il Paese. Non è un caso che la Tunisia abbia ancora eccellenti rapporti con l’Arabia Saudita nonostante da più di un anno il re Abdullah protegga Ben Ali, scappato il 14 gennaio del 2011 dopo la rivolta popolare dei tunisini.