Durante la seconda metà del ventesimo secolo, numerosi intellettuali, militanti ed artisti ebrei hanno difeso l’immigrazione ed il multiculturalismo. Dobbiamo anche supporre che l’immigrazione, la tolleranza, il pluralismo ed il multiculturalismo siano intrinseci alla cultura ed al pensiero ebraico.

Mentre l’occidente diventava progressivamente consapevole dell’ampiezza del razzismo israeliano e dell’intolleranza verso le comunità di migranti, molti intellettuali sono stati abbastanza coraggiosi mostrando questa differenza tra le idee progressiste che gli ebrei pretendono di rappresentare e ciò che è lo stato ebraico. Non ci sono molti paesi che siano più contrari all’immigrazione di Israele. Lo stato ebraico è anche molto selettivo quando si tratta di multiculturalismo. Israele ha integrato volentieri l’humus ed i falafel nella sua cucina. Utilizza anche alcune parolacce arabe nel suo dialetto ebraico, ma è molto meno interessato alla sorte luttuosa dei palestinesi, per la Nakba in particolare.

Tuttavia, la passione ebraica per l’immigrazione sta chiaramente sparendo oggigiorno. Non è un segreto che l’immigrazione di massa di musulmani e di arabi ha messo, a dir poco, a disagio molti ebrei occidentali. Durante gli ultimi anni, abbiamo potuto notare una veloce crescita della partecipazione ebraica nelle attività politiche ed intellettuali anti-immigrazione. Alcuni cosiddetti ebrei ” progressisti” combattono il velo in nome del ” femminismo”, altri insistono sul principio di laicità.”

Suppongo che anche la ” tolleranza progressista” ebraica abbia i suoi limiti, soprattutto quando si tratta di musulmani. Tuttavia, i sionisti sono in realtà un po’ più coerenti su questo punto : si alleano apertamente con gruppi ultranazionalisti » come i sostenitori di guerra dell’EDL. Le posizioni anti – Islam sono spesso promosse dai media interventisti e neoconservatori come Harry’s Piazza. I messaggi xenofobi sono diffusi anche in generale dalla letteratura, i mezzi universitari ed i media. Qui, in Gran Bretagna, il giornalista divo Mélanie Phillips ha pubblicato il suo famoso Londonistan.

Questa settimana, lo Spiegel ha pubblicato un’intervista interessante di Alain Finkielkraut, un cosiddetto filosofo, francese, ebreo e figlio di immigrati. Inutile dire che l’argomento contro l’immigrazione di Finkielkraut merita la nostra attenzione, ma solamente perché questo da l’idea del passaggio della politica ebraica da ” pro” a ” anti” immigrazione/multiculturalismo.Il precedente sostegno ebraico all’immigrazione e al multiculturalismo è facile da spiegare. Per ragioni evidenti, numerosi ebrei preferiscono vivere in società multi-etniche e frammentate, facendo di se stessi una minoranza tra altri. La politica identitaria, i discorsi pro-immigrazione ed il multiculturalismo sono là per smantellare il legame coesivo nazionale e patriottico in favore di una struttura molteplice e complessa che consiste in uno scambio fragile e dinamico tra una moltitudine di gruppi minoritari.

Gli ebrei si sentono minacciati dalla possibilità che la classe media inferiore e la classe operaia possano seguire le loro inclinazioni nazionaliste e patriottiche e possano ritorcersi contro di loro. A questo proposito, un aumento demografico radicale della classe operaia con una mescolanza variata di etnie straniere è considerata dagli ebrei progressisti come una misura preventiva necessaria contro l’antisemitismo.

Però ecco uno sviluppo interessante. Il filosofo ebreo Alain Finkielkraut non si sente più minacciato dalle ” classi medie inferiori.” Anzi,  pretende di essere loro alleato e si pone addirittura come il loro ambasciatore: ” I francesi ,che non osiamo più chiamare Francesi di ceppo, stanno già lasciando la periferia parigina per andare a vivere più lontano, in campagna. Sanno, per esperienza che in certi quartieri, sono la minoranza nel loro stesso paese. Non hanno paura degli altri, ma piuttosto di diventare loro stessi gli altri. ” In altri termini, i Francesi di ceppo, associati agli ebrei, sono adesso invasi dallo « tsunami islamico ». Non passa molto tempo ed ecco che Finkielkraut passa a designare direttamente “il nemico interiore” : ” Molti musulmani in Europa si stanno re-islamizzando di nuovo. Una donna che porta il velo annuncia infatti che una relazione con un non musulmano è impensabile per lei.”

Immagino che Finkielkraut trovi inaccettabile che i musulmani non aderiscano al paradigma di Mendelssohn di assimilazione ebraica: siate un Goy nella via ed un ebreo nel vostro alloggio. L’apparenza di fare finta di fondersi nella massa, aderendo clandestinamente alla supremazia tribale. Sembra dunque che i musulmani non aderiscano collettivamente a questa doppiezza. Evidentemente, non sono timidi dell’amore che portano verso Allah. Sono in effetti fieri dei loro simboli. Questi fatti soli sono riusciti a sfidare la nozione di tolleranza della sinistra e dei progressisti. E non è un segreto, la sinistra è fallita a questo test di tolleranza.

La sinistra e l’Islam

Forse Finkielkraut non è un spirito sofisticato, ma non è neanche un idiota completo. Sottolinea, a buon diritto, la natura ingannevole dell’ appello progressista e di sinistra.” La sinistra ha voluto risolvere il problema dell’immigrazione come un problema sociale, e ha affermato che le sommosse nelle periferie erano un tipo di lotta di classe. I media ci hanno detto che questi giovani protestavano contro la disoccupazione, le disuguaglianze e l’impossibilità di promozione sociale. In realtà, abbiamo visto un’eruzione di ostilità verso la società francese.” Il pensatore ebreo esprime allora la sua preoccupazione particolare : ” La disuguaglianza sociale non spiega l’antisemitismo. “

Finkielkraut ha infatti parzialmente ragione, la ” sinistra” è ingannevole. Tuttavia, in un tentativo sintomatico di nascondere la verità, Finkielkraut devia l’attenzione dal vasto sostegno istituzionale francese verso Israele, i suoi politici razzisti e l’impatto della lobby ebraica in Francia. Perciò, è  possibile che i sentimenti anti-ebraici nelle comunità di migrati in Francia siano provocati dall’atteggiamento pro-israeliano francese. In altri termini, abbiamo a che fare qui con un senso di disuguaglianza razionale chiaramente motivato etnicamente e politicamente (piuttosto che semplicemente materialmente).

Dopotutto, la Francia partecipa attivamente alla distruzione di alcuni Stati arabi. Il reazionario-sionista Bernard Henri-Lévy era il principale ambasciatore dell’intervento in Libia. Durante le ultime settimane la Francia si è molto impegnata nel compromettere un accordo tra l’ONU e l’Iran. Così, è naturale che certi musulmani facciano fatica ad accettare la politica squilibrata pro-israeliana francese. Gli ebrei parigini sosterrebbero la Francia se avesse deciso di bombardare la sede del governo israeliano a Tel-Aviv in seguito a crimini contro l’umanità? In breve, è più che probabile che questo che Finkielkraut descriva come antisemitismo sia in realtà una reazione diretta al potere ebraico.

In fin dei conti, la sinistra francese non può occuparsi di un tale sviluppo per la ragione evidente che la sinistra è in se stessa uno strumento di questo potere. Esiste per mettere a tacere ogni discussione che riguardi l’influenza e l’egemonia ebraica nella politica.

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