Una tale sfumatura non permette generalizzazioni che risulterebbero accomodanti e ideologiche. Nell’Islam di Bausani le diramazioni teologiche della suddetta religione non danno adito a semplicismi. L’Islam è uno ma allo stesso tempo è molteplice. Un aspetto che dovrebbe risultare chiaro ad ogni cristiano che non si reputa un membro del Ku Klux Klan. La convivenza interreligiosa tra cristiani e musulmani, in Libano come in Siria, dove le moschee si affacciano sulle chiese, ci da forse un immagine più nitida di ciò che è l’Islam rispetto a quella riportata oggi stesso sulla prima pagina di Libero. Ma ancora la coabitazione di comunità ebraiche e zoroastriane – rappresentate ognuna da un seggio in Parlamento – e armene con la popolazione sciita in Iran mostra una religione tutt’altro che ostile. Se pensiamo ancora che sia la vittima (il poliziotto Ahmed) che i due carnefici erano franco-alegerini, il problema che si pone non sembra essere quello religioso o antropologico – il che disturba l’argomento culturale di Huttington e degli Occidentalisti tutti – ma propriamente quello deterministico, che va dall’integrazione sociale alle problematiche geopolitiche. In “Europa e Islam” di Cardini e in “Cabaret Voltaire” di Buttafuoco emerge in proposito l’arbitrarietà della visione huttingtoniana dello “scontro di civiltà”, isterilita dal primo autore che mostra i passati buoni rapporti sul piano economico, commerciale e umano tra l’Occidente e il Vicino e Medio Oriente, mentre il secondo si avvale, sul piano spirituale e religioso, oltre le visioni di destra e di sinistra, del rispetto islamico del sacro – immensamente prossimo ai nostri connotati decaduti – come punto di unione e fonte di ispirazione e di resistenza per l’Occidente in declino.

Le riflessioni di Chomsky sul ruolo dei servizi segreti e sui retroscena delle operazioni militari occidentali a danno degli “Stati Falliti” ci spingono più in là, e ci portano laddove le distorsioni ideologiche nei confronti dell’Islam, oltre a creare un clima di guerra civile, servono da giustificazione ideale a quello che è un embargo perenne in Medio Oriente a scopi geopolitici. Europa e Stati Uniti, assieme alle petromonarchie del Golfo – il cui integralismo non sciocca sufficientemente da mettere in discussione il partenariato commerciale – con il finanziamento e l’armamento di cellule paramilitari jihadiste – corollari, spesso, dalle missioni Nato – si attivano per la destabilizzazione di quelle stesse forze che rappresentano un equilibrio nella regione. Con la caduta di Saddam Hussein, l’instabilità irachena ha partorito l’Isis piuttosto che la democrazia, così come il fomento fondamentalista ha recuperato miliziani in Libia e in Siria – zona dalla quale, tra l’altro, hanno fatto recentemente ritorno i fratelli Kouachi. Sono poi quelle stesse forze sotto attacco, tra cui la Siria di Assad e l’Iran a combattere realmente il terrorismo (raid iraniani contro l’Isis in Iraq) più di quanto non lo faccia l’Occidente, che si sconvolge per “danni collaterali” dovuti a gruppi fondamentalisti, si denunciati in Europa, ma finanziati in Medioriente, che non sono, come si nota, espressione di un’intera civiltà.

Dopo mezzo secolo di guerra fredda e più di un decennio di anni di piombo e di strategia della tensione (Molinari, “Governo ombra”) sia in Italia che in Europa, siamo ancora disposti a credere alla storia ufficiale? all’informazione istituzionale? alle dichiarazioni politiche se ancora oggi, ad anni di distanza, non sappiamo la verità sul nostro passato recente. Come possiamo giudicare così facilmente l’attualità sino ad accettare lo Stato di guerra permanente caro al Big Brother di orwelliana memoria?

Spegniamo le televisioni e bruciamo i giornali, torniamo a leggere e a riflettere fuori dalla teca accomodante del pensiero unico.