A cura di Saverio Mazzeo

È duro guardare in faccia la realtà studentesca, lo sapevano bene i membri dell’Internazionale Situazionista francese, autori del manifesto-capolavoro intitolato “Della miseria dell’ambiente studentesco”. Notizia di qualche giorno fa: la University College London Union (UCLU) ha voluto eccellere nel campo della più becera volgarità sub-culturale, deliberando – previa votazione del Consiglio degli studenti – la messa al bando di ogni attività culturale del Nietzsche Club, circolo filosofico legato all’università inglese e dedicato, appunto, al filosofo del martello. I giovani censori inglesi hanno pensato bene di giustificare la ridicola richiesta fascista con l’accusa – piovuta a carico del suddetto Club – di fare nientemeno che apologia di fascismo (qui la mozione). Ora, il punto non è questionare sul fatto che i membri del Nietzsche Club siano effettivamente degli analfabeti politici, oppure no. È chiaramente irrilevante. Il punto è che i nostri schizofrenici amici inglesi, in barba alle più elementari regole della pudicizia culturale e intellettuale, hanno deciso che il filosofo tedesco – maestro della rivolta del pensiero – sia stato uno degli ideologi della dottrina fascista.

Questi profondi istruiti, campioni della «menopausa dell’intelligenza», hanno associato Nietzsche finanche al tradizionalismo (e magari, già che ci siamo, all’accademismo…).Infatti, la prima nota della mozione recita: «That a group positioning itself as a “student club about traditionalist art and philosophy” and as “Tradition UCL”, has started operating at UCL». Ah! Il tradizionalista Nietzsche…! Ma non solo, secondo questi novelli campioni di liberalismo inglese vanno messi all’indice anche i testi di de Benoist, Heidegger ed Evola, che spesso, loro malgrado, sono oggetti di dibattito di questo orrendo Club di non-ideologi. Il punto 6 della mozione è un capolavoro di ignoranza e modestia intellettuale: «That the aforementioned philosophers and thinkers are on the extreme-right, racist, sexist, anti-immigrant, homophobic, anti-Marxist, anti-worker and have had connections, direct or indirect, with Italian fascism and German Nazism». Non c’è da stupirsi. Il volgare cretinismo non si occupa di arte. Nietzsche scrive da artista ed esige un’interpretazione e una sensibilità d’artista. È una regola elementare enunciata già da Oscar Wilde. L’arte per l’arte, il resto è fuori luogo, è intrusione. La prefazione alla “Genealogia della morale” è lapidaria:

«Un aforisma, modellato e fuso con vigore, per il fatto che viene letto non è ancora “decifrato”; deve invece prendere inizio, a questo punto, la sua “interpretazione”, per cui occorre un’arte dell’interpretazione. […] Indubbiamente, per esercitare in tal modo la lettura come arte, è necessaria soprattutto una cosa, che oggidì è stata disimparata proprio nel modo più assoluto – ed è per questo che per giungere alla “leggibilità” dei miei libri occorre ancora del tempo – una cosa per cui si deve essere quasi vacche e in ogni caso non “uomini moderni”: il ruminare… ».

Lo spiega bene Gilles Deleuze nel suo saggio dedicato al filosofo tedesco: «Nietzsche arricchisce la filosofia di due mezzi espressivi: l’aforisma e la poesia. Queste forme implicano anche una nuova concezione della filosofia, una nuova figura del pensatore e del pensiero. All’ideale della conoscenza, Nietzsche sostituisce l’interpretazione e la valutazione». E mette in guardia, infine, i lettori un po’ distratti dai “quattro possibili fraintendimenti” (1. sulla volontà di potenza; 2. sui forti e i deboli; 3. sull’eterno ritorno; 4. sulle opere dell’ultimo periodo). Straordinarie sono anche le pagine dedicate al filosofo da Albert Camus, ne “L’uomo in rivolta”.Il filosofo francese riconosce a Nietzsche il merito di aver accettato “per intero il carico della rivoluzione e della rivolta”:

«Poiché era spirito libero, Nietzsche sapeva che la libertà dello spirito non è un comodo, ma una grandezza che si vuole e, di tanto in tanto, si consegue con una lotta estenuante. Sapeva che c’è gran rischio, quando si voglia stare al disopra della legge, di scendere al disotto di questa legge. Per questo ha compreso che lo spirito non trovava la sua vera emancipazione se non nella accettazione di nuovi doveri. […] Egli andava immaginando dei tiranni artisti. Ma la tirannia è più naturale dell’arte ai mediocri. “Piuttosto Cesare Borgia che Parsifal” esclamava. Ha avuto e Cesare e Borgia, ma privi dell’aristocrazia del cuore che attribuiva ai grandi individui del Rinascimento. Mentre egli chiedeva che l’individuo s’inchinasse all’eternità della specie e si sommergesse nel grande ciclo del tempo, si è fatto della razza un caso particolare della specie e piegato l’individuo davanti a questo sordido dio. La vita di cui parlava con reverenza e tremore è stata degradata a biologia ad uso domestico. […] Aveva confuso libertà e solitudine, secondo la legge di uno spirito fiero. Eppure la sua “solitudine profonda del meriggio e di mezzanotte” s’è perduta nella folla meccanizzata che ha finito per straripare sull’Europa.

Difensore del gusto classico, dell’ironia, della frugale impertinenza, aristocratico che ha saputo dire che l’aristocrazia consiste nel praticare la virtù senza chiedersi perché, e che si deve dubitare di un uomo che abbia bisogno di ragioni per serbarsi onesto, smanioso di dirittura (“quella dirittura fattasi istinto, passione”), servitore pertinace di quella “equità somma della suprema intelligenza cui è nemico mortale il fanatismo”, trent’anni dopo la sua morte il suo stesso paese lo ha eretto a precettore di menzogna e di violenza, e ha reso odiosi concetti e virtù che il suo sacrificio aveva fatti ammirevoli. Nella storia dell’intelletto, fatta eccezione per Marx, l’avventura di Nietzsche non ha equivalenti; non avremo mai finito di riparare l’ingiustizia che gli è stata fatta. Si conoscono senza dubbio filosofie che sono state tradotte, e tradite, nella storia. Ma fino a Nietzsche e al nazionalsocialismo, non v’è esempio che un pensiero tutto illuminato dalla nobiltà dilaniata di un animo eccezionale sia stato illustrato agli occhi del mondo da una parata di menzogne, e dallo spaventoso ammucchiarsi di cadaveri nei campi di concentramento. […] Come Nietzsche, Marx pensava strategicamente, come lui odiava la virtù formale.

Le loro due rivolte, che ugualmente si concludono con l’adesione a un certo aspetto della realtà, si fonderanno nel marxismoleninismo, incarnandosi in quella casta, di cui già parlava Nietzsche, che doveva “sostituire il sacerdote, l’educatore, il medico La differenza, capitale, sta in questo, che Nietzsche, attendendo il superuomo, propone di dire sì a ciò che è, e Marx a ciò che diviene. Per Marx, la natura è ciò che viene soggiogato per obbedire alla storia, per Nietzsche ciò cui si obbedisce, per soggiogare la storia. È la differenza tra il cristiano e il greco. Nietzsche, almeno, ha previsto quanto stava per accadere: “Il socialismo moderno tende a creare una forma di gesuitismo secolare, a fare di tutti gli uomini tanti strumenti” e altrove: “Quello che si desidera è il benessere … Di conseguenza ci si avvia ad una schiavitù spirituale quale non s’è mai vista. Il cesarismo intellettuale sovrasta tutta l’attività dei negozianti e dei filosofi”». Lo sapevano bene i situazionisti francesi, che lo studente medio è il primo fruitore della società dello spettacolo e il primo responsabile della banalizzazione del linguaggio.