di Francesco Carlesi

Nel 2001, quando i soldati americani misero piede in Afghanistan, la coltivazione di papaveri (da cui si ottiene l’oppio) era stata vietata dai talebani. Nel giro di un anno, i campi coltivati a papaveri occupavano 74.000 ettari. L’anno scorso, secondo l’Onu, sono arrivati all’estensione record di 209. 000. Come se fosse coltivata a oppio l’intera provincia di Reggio Emilia, ha fatto notare Marco Pedersini su Panorama. Stiamo parlando di un aumento che ha avuto ripercussioni non indifferenti sull’aumento delle morti per eroina in Europa e Russia, e che riguarda una questione fondamentale  in una zona a dir poco strategica per l’America. E per gli equilibri mondiali. Il 2014 è infatti l’anno in cui è previsto il tanto sbandierato ritiro delle truppe statunitensi dal paese e la fine della missione ISAF, dopo 13 lunghi anni, difficili per tutto il Medio Oriente. Sulla questione della droga, mettere in dubbio la tranquillità garantita (con alterne fortune) dalla presenza dei propri soldati, potrebbe influire negativamente sull’immenso giro di denaro derivante dai traffici di eroina e cannabis. Se dei risultati tangibili sono arrivati dalla “stabilità politica” portata dal regime – change targato NATO, infatti, è stata proprio l’economia della droga la prima ad averne beneficiato. Così come la creazione di infrastrutture moderne, generosamente finanziate dagli USA, ha spesso agevolato e velocizzato i percorsi del traffico internazionale.

Oltre a questa preoccupazione, ovviamente taciuta dagli organi ufficiali, le perplessità sono notevoli e riguardano in primo luogo la figura del presidente Hamid Karzai. Una personalità da tempo legata agli Stati Uniti (al pari del fratello e di moltissimi elementi che hanno occupato cariche di governo) ed ex consulente del colosso energetico Unocal, come riportò il francese Le Monde. Nonostante questo passato, Karzai sembra aver tirato fuori sussulti di dignità nazionale a poche settimane dalla fine del suo mandato. Va letto in questo senso il rifiuto di concedere l’immunità per le truppe statunitensi che dovrebbero restare di stanza nel Paese oltre il 2014, e che nelle intenzioni di Washington andrebbero, in caso di problemi,  giudicate negli USA e non in Afghanistan. Parametri inaccettabili per ogni  Stato che voglia essere definito democratico e sovrano. Una sfacciata immunità che fino a oggi pochi avevano avuto il coraggio di mettere in discussione.

Lo stesso presidente, eletto per la prima volta nel 2004 in un contesto di astensionismo elevatissimo ed evidenti brogli, ha recentemente firmato la scarcerazioni di 65 pericolosi detenuti dal supercarcere di Bagram, suscitando le ire statunitensi. Secondo Karzai, le sevizie perpetrate nella prigione ne avrebbero fatto una “fabbrica di talebani”, per lo sdegno suscitato nel popolo afgano davanti a simili abusi sulle persone e sul diritto. Non a caso, proprio Bagram avrebbe dovuto costituire secondo molti “falchi” americani un legal black hole dove esercitare senza controllo il proprio arbitrio sui sospetti terroristi,  da quando  Guantanamo ha cominciato a “perdere colpi” sotto le sentenze della Corte Suprema. E giova qui menzionare come la chiusura del campo di prigionia cubano, da tempo annunciata ma non ancora attuata da Obama, costituisca ormai solo una mossa propagandistica per il presidente democratico, visto che la  necessità di una sua sostituzione è semplicemente inevitabile, per i motivi giuridici sopra accennati.

L’exit strategy in Afghanistan va studiata attentamente. Altro pericolo non di poco conto  sarebbe perdere le basi aeree usate per i droni, i sistemi a pilotaggio remoto con cui gli Stati Uniti conducono attacchi aerei contro Al Qaeda in Pakistan, che sotto l’amministrazione democratica hanno visto un aumento esponenziale. Ciò comporterebbe ovviamente rischi per l’influenza americana sull’intera area, con i signori della guerra e i talebani, mai realmente sconfitti, pronti a tornare protagonisti. Ardue sfide attendono Obama quindi, nel momento in cui già Ucraina e Siria fanno dormire sonni agitati alla prima potenza mondiale. La politica di potenza e il messianismo a stelle e strisce andranno bilanciati con considerazioni economiche e di prestigio internazionale. Tenendo ben presente il sempre più dibattuto principio basato su democrazia e diritti umani, quello tutto occidentale della “responsabilità di proteggere” (i propri interessi).