Come noto, come vuole l’ideologia marxista-leninista dello Stato cinese secondo cui un sistema socialista deve essere retto da un partito comunista, il sistema politico del “Dragone” è caratterizzato dalla presenza di un’unica, grande formazione politica, il Partito comunista cinese appunto. Un partito, che pur mantenendo i connotati e le linee generali dell’idea che porta avanti da ormai quasi un secolo, si è dovuto adattare al mutato scenario storico-socio-economico, abbracciando, paradossalmente, un vero e proprio capitalismo di Stato. Tuttavia, nonostante, la Cina è legittimamente considerata come uno dei colossi mondiali della realtà contemporanea, dotata di metropoli e capitali che fanno invidia ai tempi dello “splendore” occidentale, non sembra tutto oro quel che luccica.

Evidentemente, da un punto di vista pedagogico, sembra ancora lontana dagli standard di democraticità auspicabili nel terzo millennio; dimostrazione di ciò è il raccapricciante dato relativo agli atti di bullismo dei giovani studenti cinesi, in quanto pestaggi e omicidi futili fanno ormai parte della normale quotidianità. Ma ciò che è ancor più rilevante a riguardo è che questi comportamenti traggono origine dall’insegnamento che questi giovani ricevono nelle scuole del Partito, dove vengono educati alla violenza e al disprezzo per la vita, poiché la competitività e il successo, nella cultura del Partito, sono più importanti del rispetto per la vita. Parafrasando le parole di un ricercatore ed esperto di criminalità giovanile dell’università di Hong Kong, la fonte di questi comportamenti sarebbe proprio il forte impulso dato dagli amministratori scolatici, che seguendo le direttive dei funzionari di partito, intendono aumentare le loro credenziali per dare lustro alle scuole. E così, il tutto si tramuta in atteggiamenti aggressivi e criminali, considerati atti di eroismo, dai loro giovani autori.

Un partito che, oltre ad alterare le già burrascose anime dei giovani studenti cinesi, evidenzia anche una chiara necessità di essere riformato, come sostiene espressamente Zhang Xieng, professore alla Shandong University, il quale ha posto l’accento sulla composizione abnorme del Partito e sulla percentuale di membri che, per motivi di età e malattia non riescono più a comprendere le linee del Partito, rendendo lo stesso sempre più ingestibile; riforme necessarie per evitare il rischio che “la Cina imploda come l’Unione Sovietica”. Infatti, continua Xieng, i bolscevichi, prima della Rivoluzione di ottobre del 1917, contavano solo 240mila membri, per poi arrivare, nel 1991, ai 19 milioni di membri del Partito comunista russo, ormai impossibile da gestire. Una parabola discendente che potrebbe essere pericolosamente ricalcata dall’attuale Partito comunista cinese.