Una guerra lampo. Questo doveva essere il conflitto tra gli Imperi centrali e le Nazioni alleate, che invece si trasformò in uno scontro mondiale e logorante. Nelle trincee, dove era difficile se non impossibile avanzare, vennero utilizzati armamenti moderni e sperimentati nuovi prodotti dell’industria chimica. «Si è detto – scrive Raffaele Romanelli – che le nuove armi e la loro potenza, rendendo la morte collettiva, anonima, inesorabile, cancellarono l’idea eroica della guerra». Alla fine, i morti (tra i 10 e i 13 milioni), in quelle che il pontefice Benedetto XV nel 1917 definì “inutili stragi”, furono superiori rispetto a tutte le vittime dei due secoli precedenti messe assieme. La morte, così come la società, diventò di massa. In questo quadro, continua Romanelli:
«Una generazione partita con entusiasmo sentì subito svanire l’idea della guerra come una gloriosa azione in cui far rifulgere eroismo, coraggio, iniziativa individuale. Se i volontari avevano pensato di fuggire dalla modernità borghese, di voltare le spalle agli agi, al profitto, alla sicurezza del mondo di ieri, di trovare così una via di uscita dal privato per un mondo nuovo di valori condivisi, nella vita di trincea trovarono sì una fusione di destini, ma sperimentarono anche tutt’altra modernità, quella che annichiliva gli individui nel trionfo della tecnica, della subordinazione e dell’abbrutimento».

Mentre tutte le società moderne erano coinvolte nella guerra, accecate dal mito del progresso tecnologico, e le persone divenivano masse, travolte dalla brutalità delle vaste trincee, alcuni uomini non dimenticarono di essere tali. Elevati rispetto agli statici fronti, a bordo di aerei monoposto, solitari piloti sperimentarono la guerra aerea come scontro diretto, riesumando il duello corpo a corpo obliato dai nuovi armamenti e in maniera totalmente differente rispetto ai bombardamenti massicci che si verificheranno a partire dal secondo conflitto mondiale. Il cavallo si trasformò da animale in macchina, ma l’ardimento cavalleresco rievocò tempi oramai andati, testimoniando una certezza: l’eroismo non aveva ancora abbandonato il mondo. Figura simbolo di questo nuovo modello di cavaliere fu sicuramente il Barone Manfred von Richthofen, soprannominato il “Barone rosso”, perché aveva dipinto il suo aereo, per farsi riconoscere chiaramente in combattimento. Ricordato come l’asso degli assi dell’aviazione, vinse ottanta duelli, prima di venire abbattuto dal fuoco proveniente dalle trincee, dopo essersi avvicinato troppo a causa di circostanze poco note. Era il 21 aprile 1918, da lì a qualche giorno, avrebbe compiuto ventisei anni. Rispettato anche dai suoi nemici, fu seppellito con tutti gli onori militari nel cimitero del villaggio di Bertangles, vicino ad Amiens, per poi essere spostato, al termine della guerra, nel Cimitero Militare Tedesco di Fricourt, sulla Somme. Dal 1976, riposa a Wiesbaden, nella cappella di famiglia, vicino a sua madre e a sua nonna.

Qualche mese dopo la morte del Barone, Gabriele D’Annunzio, il cosiddetto “poeta armato”, organizzò un volo simbolico su Vienna, uno dei centri simbolici degli Imperi centrali. Il 9 agosto del ’18, dieci degli undici Ansaldo S.V.A. dell’87ª Squadriglia Aeroplani (detta la “Serenissima”) partiti per la capitale imperiale, colpirono simbolicamente la città con migliaia di volantini, di due tipi: uno, scritto dallo stesso D’Annunzio, ma difficilmente traducibile in tedesco, l’altro elaborato da Ugo Ojetti, considerato più pratico e per questo maggiormente efficace. Dal primo, emerge lo spirito dannunziano: «Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremmo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo. Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino. Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi. Viva l’Italia!». L’ala d’Italia aveva colpito: la risonanza nel mondo fu enorme, anche se militarmente irrilevante. Da lì a poco, la guerra sarebbe finita, ma la grandezza dell’impresa non è ancora stata dimenticata.

Tuttavia, oggi il ricordo di queste gesta eroiche, sembra assomigliare a quello che si ha nei confronti dei trecento spartani alle Termopili e degli scozzesi guidati da William Wallace: tempi passati, oramai andati. Ai soldati della prima guerra mondiale non mancò certo la vocazione eroica, non a caso molti erano volontari, così come non manca ai contemporanei che difendono la propria terra, le proprie tradizioni e il proprio spirito. È la struttura stessa del conflitto moderno, sempre più tecnicizzato, ad essere anti-eroico. E, allora, nell’era della post-modernità, in cui non sembra esserci più posto per alcuna grande ideologia e dove con un click si rischia di far saltare in aria l’intero globo, c’è ancora posto per l’arditezza?