Da quando i giornali hanno iniziato a rendere noti i fatti di Capodanno avvenuti a Colonia in molto hanno pensato si trattasse di un precedente inquietante. Le violenze fisiche e carnali protratte da parte di circa un migliaio di persone di origine araba e nordafricana ai danni di altre donne hanno fatto scattare l’allarme sicurezza.
Anche perché, a seguito delle prime denunce, episodi analoghi se non più gravi – come lo stupro di due ragazzine tedesche di 14 anni avvenuta per mano di quattro profughi siriani – sono venuti alla luce in tutta la Germania e in tutta l’Europa. Anche Svezia, Austria, Svizzera, Finlandia e altri Paesi europei si sono risvegliati con questo incubo da fronteggiare. In molti si sono chiesti e come sia possibile che una violenza così bestiale sia potuta esplodere oggi, in Europa. E soprattutto in Germania – il Paese che più di tutti si pone come esempio della riuscita del processo di integrazione europea – e a Colonia – città principale del Nord-Reno-Vestfalia, regione famosa per essere il laboratorio degli esperimenti per creazione della nuova Germania europea e multiculturale.

A differenza di quanto molti pensino, però, tali fatti non sono una novità nella storia tedesca ed europea. Episodi di violenza brutale, ripetuta e organizzata contro le donne hanno segnato infatti la nascita della Germania e dell’Europa moderna. Violenze che le donne tedesche, di Colonia e di tutto il continente subirono a partire dal 1945 durante l’invasione alleata. Anche in quel caso molti dei crimini più efferati vennero compiuti da soldati marocchini e mediorientali, inquadrati nelle truppe francesi e angloamericane.

Già da anni la letteratura ha descritto i crimini, gli stupri di massa e prepotenze di ogni tipo subiti dalle donne europee durante la Seconda Guerra Mondiale da parte delle truppe sovietiche. I racconti di quanto avvenuto nei territori controllati dalle forze alleate, invece, non hanno trovato gli stessi spazi. Solo negli ultimi anni sono state raccontate le violenze perpetrate dai vincitori. A farlo è stata Miriam Gebhardt , ricercatrice dell’Università di Costanza, che ha rintracciato una grande serie di testimonianze e documenti, custoditi nelle parrocchie e negli archivi dei commissariati di polizia, che raccontano le inimmaginabili barbarie subite dalle donne tedesche da parte delle truppe alleati dal 1945 al 1955. Non solo nel periodo bellico, dunque, ma anche in tempo di pace.

Il libro in cui ha raccolto tutto il materiale reperito, intitolato “Als die Soldaten kamen” (Quando arrivarono i soldati), presenta dati e numeri impressionanti: furono almeno 900mila le vittime di violenza perpetrata dai liberatori nella Germania occupata. Non solo donne stuprate, ma anche omicidi compiuti ai danni di chi queste donne cercava di difenderle o di denunciare quanto avveniva. Numeri e fatti, questi, di fronte ai quali i fatti di Colonia risultano essere di piccola portata. Ma che non sono mai stati raccontati pubblicamente per 70 anni. Appena pubblicato, però, “Als die Soldanten kamen” è immediatamente diventato un bestseller, confermando dunque quanto la sensibilità per quei crimini da parte dei tedeschi sia ancora fortemente sentita, anche se difficilmente ciò viene esternato pubblicamente.

Se le violenze di questi giorni non sono state circoscritte alla Germania, non lo furono neanche quelle che accompagnarono la liberazione angloamericana dell’Europa. Storie che per decenni sono state messe sotto silenzio furono subite non solo i tedeschi, ma anche tanti altre popolazioni dell’Europa. Anche in Italia.

Durante la campagna d’Italia della Seconda Guerra Mondiale, infatti, i militari marocchini inquadrati nelle truppe francesi che occuparono la penisola si lasciarono andare a efferatezze di ogni tipo nei confronti delle popolazioni locali. A partire dal 1944, infatti, i generali alleati concessero ai propri soldati la “libertà” di saccheggiare i territori conquistati e prendersela contro le donne locali. Migliaia sono le testimonianze scritte, sopravvissute nelle parrocchie e nei comuni di tanti paesi dell’Italia centro-meridionale, che raccontano degli stupri efferati, coordinati e di massa subìti da donne e bambine italiane. Episodi, questi, che hanno trovato anche spazio nella letteratura dell’epoca: descritti dettagliatamente anche nei racconti di Alberto Moravia nel romanzo La Ciociara e nell’omonimo film diretto da Vittorio De Sica. Avvenimenti che vennero rinominati “marocchinate” proprio perché i soldati marocchini vengono ricordati come i più efferati: così tanto da indurre addirittura il Papa Pio XII a scrivere a Charles de Gaulle per chiedergli di prendere provvedimenti. Ricevendo una risposta irata da parte dei generali francesi dislocati in Italia, che difesero l’operato delle proprie truppe. Ma che in seguito, a causa del perpetrarsi delle violenze, furono indotti a trasferire le truppe marocchine nell’aprile del 1945 in Germania, nella Foresta nera e a Freudenstadt, dove accaddero ancora episodi di stupri e rapine.

La Germania e l’Europa si risvegliano oggi dovendo fronteggiare un fenomeno che ha già tanti precedenti, ma per il quale non è mai stato preso alcun provvedimento punitivo commisurato alla gravità dell’accaduto. Le autorità alleate e le istituzioni della neonata Repubblica Federale Tedesca, infatti, non resero mai pubblicamente noto quanto subìto dai tedeschi sotto l’invasione angloamericana. Questo perchè, durante il secondo dopoguerra, gli alleati promossero una profondissima rielaborazione dell’identità tedesca, educando i tedeschi ad un profondissimo senso di colpa che rese legittima ogni brutalità subìta. Inducendoli addirittura a minimizzare, sminuire, giustificare e tacere gli orrori portati dai liberatori. E a nascondere per decenni quanto avvenuto, senza però riuscire a cancellare il ricordo di quanto patito, che riemerge propotentemento proprio oggi, di fronte a quanto si è visto a Colonia. Se ieri tali crimini non vennero puniti, oggi il problema si ripropone. E chiudere di nuovo gli occhi non è più accettabile.

Articolo pubblicato su Il Giornale