Piove, meglio, diluvia fin dalla mattina. In Italia, a quest’ora, il Solleone sarà già ben assiso in cielo a distribuire calura e sudore in egual misura. Qui no. L’atmosfera è lugubre, intristita dalle interminabili teorie di sempreverdi, un mare verde che annichilisce. È una mattina di fine luglio, ma sembra febbraio. Solo un dettaglio, fondamentale, salta agli occhi, tra la foresta e il cielo nero di rabbia e di ruina: un serpente grigio d’asfalto, torto e flessuoso qual tratto di stilografica su cartoncino.Lo chiamano Nurburgring. 174 curve, 22 interminabili giri, 502 chilometri totali. Costruito negli anni Venti per prostrare letteralmente le auto, si snoda lungo l’altipiano dell’Eifel tra gli abitati di Adenau, Nurburg (da cui trae il nome) e Mullenbach. È il circuito più difficile del mondo, sede del Gran Premio di Germania 1935. Da due anni, Hitler è cancelliere del Reich, e non perde occasione per galvanizzare il depresso volk, specie se si tratta di sport. Una vittoria in casa sarebbe ideale, ed è quasi scontata: Auto Union e Mercedes costitusicono la punta d’avanguardia della tecnica automobilistica, hanno ottimi piloti, sono veloci e vincenti. Per l’occasione duecentomila persone affollano le malridotte tribune del Ring, pronte ad acclamare il virgulto eroico della razza.

Tazio Nuvolari sa di poter vincere, lo sente. Prima di salire in auto, ha invitato i collaboratori a trovare un bel tricolore, da far garrire baldamente nel cupo cielo di Germania. Calza i guanti di pelle, indossa il caschetto e pone gli occhialoni sul viso roso da anni di pazze corse e folli derapate in giro per l’Europa. Sembra un aviatore della Grande Guerra, emulo glorioso della squadriglia di Baracca. Accende la vecchia Alfa Romeo P3 da 225 cavalli e si schiera sulla griglia. Solita storia: i crucchi hanno motori più potenti, materiali più leggeri, macchine più aerodinamiche, piloti più giovani. D’altro canto, non perdono il vizio di sottovalutare l’avversario denigrandolo. Neubauer, borioso capo corse della Mercedes, dichiara poco prima del via “Nuvolari ha solo un glorioso passato. Il presente e il futuro appartengono ai piloti del Fuhrer”.

Sulla lunga scia d’asfalto le pozze d’acqua s’alternano a tratti quasi asciutti, la visibilità è scarsa, la luce poca e attutita dagli alberi secolari. Il pilota è solo con la vettura, conta la bravura e il rischio, la fortuna e il fato. Nuvolari corre veloce, recupera posizioni dopo una partenza difficile ed un pit-stop disgraziato. È quinto, poi quarto, infine terzo! Futurismo puro. Il giallo della polo si fonde col rosso dell’Alfa a trecento chilometri all’ora, in un’orgia d’azione e di rivendicazione italiana contro lo strapotere e la superbia dei barbari biondi. Il mantovano volante schiaccia l’acceleratore a tavoletta, ha messo nel mirino Caracciola, gregario onesto, che viene ben presto superato. Secondo! Manfred von Brauchitsch guida la corsa con ampio vantaggio, sotto lo sguardo orgoglioso di Hitler. Dal muletto gli segnalano la bagarre folle di Nuvolari. Non lo vede, eppure sente il fiato sul collo del cacciatore, ed ha paura d’esser preso come una preda inerme. Cala paurosamente di giro in giro, lasciando all’Italiano decine di secondi. Le gomme sono usurate dai 500 cavalli della Mercedes, la paura assale il tedesco mentre inizia l’ultimo, fatale lap.

Lo speaker riporta le posizioni. “A mezzo giro dal traguardo, von Brauchitsch su Mercedes primo a 24 secondi di vantaggio su Nuvolari, Alfa Romeo”.  La folla è in visibilio, il gotha nazista freme di piacere trionfante. Wunderbar! Migliaia e migliaia d’occhi puntati sul rettifilo finale. Il lamento ossessionato del motore preannuncia l’arrivo del bolide argentato. Il boato muore sulle labbra dei bravi tedeschi. Gelo assoluto: la vettura è rossa, il pilota bruno, la vittoria italiana. Hitler e sodali abbandonano furenti la tribuna, la folla sfolla in fretta, non viene pronunciato nessun discorso celebrativo e nemmeno suonata la Marcia Reale, inno del Regno, per mancanza del disco, sostituita spiritosamente da O sole mio. Il tricolore, però, c’è, e sventola alto in quel giorno grigio di luglio, grazie all’intuito divinatore di Tazio, italiano temerario e ardito, pilota eroico e sublime, capace di sintetizzare a velocità inumana le migliori virtù dello spirito nazionale.