Il giorno in cui veneti e lombardi saranno chiamati a esprimere un voto per una maggiore autonomia sarà il prossimo 22 ottobre. La data, non a caso, è stata proposta da Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto, il quale non ha dissimulato le proprie intenzioni quando dichiarava che

per il Veneto questa data ha un’importanza del tutto particolare […] in quanto andremo al voto esattamente 151 anni dopo il plebiscito con cui la nostra regione fu annessa al Regno d’Italia.

Non vi è un esplicito riferimento alla polemica sul plebiscito del 1866, che alcuni considerano “truffaldino”, ma un appello a che il referendum si trasformi nella risposta corale dei veneti a quel plebiscito del 1866 con la speranza che il Veneto voti compatto, dichiarando anzitutto e soprattutto la propria autonomia e la sua storica e genetica voglia di autodeterminazione.

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In verde i confini del Regno d’Italia al 1859, in rosa quelli del 1866.

Riprendendo un’abile sintesi di Celestino Bianchi, protagonista del nostro Risorgimento, possiamo affermare che il timore delle armi di Attila diede vita alla Repubblica di Venezia e quello delle armi repubblicane di Francia, guidate dal generale Bonaparte, vi pose fine. La fondazione della città devota a San Marco, infatti, avvenne al tempo delle invasioni barbariche che spinsero le popolazioni venete nella laguna. L’abdicazione dell’ultimo doge cui seguì l’occupazione francese, invece, ebbe luogo il 12 maggio del 1797.

A partire dal XV secolo, la Serenissima Repubblica – indebolita dal progressivo spostamento delle rotte commerciali verso l’Atlantico e fiaccata dai continui scontri con i Turchi (che d’altro canto, valsero per secoli a tener vivo l’ardore guerriero dei veneziani) – fu incapace a reggere il confronto con le potenti monarchie accentrate. Costruzione politica di tipo aristocratico e federativo – meravigliosa eccezione in pieno XVIII secolo, custode della tradizione comunale italiana – fu incapace a riformarsi dovendo cedere all’inesorabile avanzare dei tempi nuovi. Il generale Bonaparte, invano, aveva proposto a Venezia un’alleanza difensiva, dopo la capitolazione di Mantova (2 febbraio 1797), volendo rigettare gli austriaci fuori dall’Italia e marciare su Vienna. La Serenissima aveva sviluppato una decisa avversione per i princìpi della rivoluzione e troppo temeva il contatto con i francesi, così gelosa del suo governo aristocratico, che nulla valse a tirarla fuori dal letargo. Avvenne dunque che uno Stato, per lungo tempo superiore agli altri in saggezza, prudenza ed energia, venisse a chiudere gli occhi per non scorgere l’abisso in cui cadde in modo miserabile e incredibile, vittima di un governo debole, cieco ed ostinato.

Celestino Bianchi: insegnante, giornalista e politico italiano (1817/1885)

Celestino Bianchi: insegnante, giornalista e politico italiano (1817/1885)

Passò quindi in mano agli austriaci, che tennero per otto anni i possedimenti veneziani concessi dal trattato di Campoformio, ma con la pace di Presburgo (1805) – dopo la battaglia di Austerlitz – Venezia fu incorporata al Regno d’Italia che Napoleone aveva da poco tempo creato. Quasi per far dimenticare il misfatto commesso in precedenza, l’Imperatore fece quanto era in suo potere per rialzare questa città decaduta: l’abbellì con nuovi edifici, aumentò la sua importanza militare ampliando i lavori di fortificazione, ridestò nella popolazione il gusto per le armi e favorì il commercio con la concessione del porto franco di San Giorgio. Nel 1814, con il disfacimento dell’Europa napoleonica, l’Impero austriaco e il Regno Unito di Gran Bretagna si spartirono le spoglie dell’antica Repubblica: il nord-est della penisola precipitò di nuovo sotto il dominio della Casa d’Asburgo. Nonostante le cure che l’Austria impiegò per conservare la prosperità materiale di Venezia, nondimeno il governo restò arbitrario e sospettoso, la soldatesca licenziosa e prepotente. Venezia non era ormai stimata che per le sue meraviglie artistiche; ma il regime di subordinazione sotto il quale gemeva non valse ad estinguere il sentimento d’indipendenza né a farle dimenticare le sue tradizioni e la grandezza del suo passato. Essa diede una smentita alla sua fama di città molle, immersa nei piaceri e nei divertimenti.

La maggior parte dei popoli europei, nella primavera del 1848, si abbandonò ad agitazioni e sconvolgimenti sconosciuti da molto tempo. La Francia imboccava nuovamente la strada del radicalismo e della demagogia, subendo una rivoluzione che fu il trionfo dell’assurdità – contraria agli interessi, ai costumi e alle tradizioni della nazione. Venezia, dal canto suo, non imitò la presunzione di Milano, né la sfrontatezza di Roma, né l’apatia di Firenze; seppe governarsi con saggezza in mezzo a sconvolgimenti epocali, legando la propria causa a quella dell’Italia. Interprete del malcontento veneziano fu Daniele Manin il quale assunse l’iniziativa della rivoluzione nel marzo 1848 predisponendola con straordinaria intelligenza e instancabile coraggio.

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Questa era la situazione politica di Venezia allorquando giunse la notizia della rivoluzione di Vienna: l’ostilità taciuta si mutò in aperta e implacabile insurrezione. Il 17 marzo, la popolazione si portò in piazza San Marco chiedendo ed ottenendo a gran voce la liberazione di Manin e Tommaseo, altro patriota con il quale aveva scritto delle istanze di riforma discusse ed approvate dall’assemblea consultiva del popolo veneto, incarcerati per le loro attività patriottiche. All’indomani, a seguito di alcuni scontri tra veneziani e truppe di occupazione, Manin propose l’organizzazione di una guardia civica, sostenuto dal podestà Giovanni Correr, il quale, alla testa del consiglio municipale e dei cittadini più influenti, si recò dal Governatore civile conte Pallfy pregandolo che ordinasse l’istituzione della guardia come unico mezzo atto a garantire la tranquillità pubblica ed evitare qualunque collisione fra la truppa e il popolo. Il conte, discussa la questione con il governatore militare Ferdinand Zichy, non poté fare altro che accogliere le richieste.

Il 22 marzo, Venezia non tardò a seguire l’esempio di Milano e da quel momento il grido “fuori lo straniero!” diventò la parola d’ordine. Riuniti nella notte Tommaseo e molti altri patrioti, Manin propose d’impadronirsi dell’arsenale e di proclamare al suono di “Viva San Marco!” la Repubblica. Seguito da una discreta folla e da circa duecento uomini della guardia civica, comparve davanti l’arsenale dopo l’uccisione dell’odiato colonnello Marinovich, ne domandò le chiavi e occupò senza spargimento di sangue i posti più importanti. Una delegazione composta, fra gli altri, dal podestà e dai cittadini Angelo Mengaldo e Giovanni Francesco Avesani, ebbe l’incarico di recarsi dai due governatori onde indurli a rimettere i loro poteri nelle mani dei cittadini evitando così un’inutile effusione di sangue.

Manin e Tommaseo liberati dalle carceri - Napoleone Nani (1876)

Manin e Tommaseo liberati dalle carceri – Napoleone Nani (1876)

Nel frattempo Manin, padrone dell’arsenale, dopo aver provveduto alle sue difese, ne era uscito per chiamare la città alle armi e portare definitivamente a compimento la rivoluzione. Giunto in piazza San Marco, udito della capitolazione di Zichy, proclamò la fine del governo austriaco e propose la Repubblica come miglior forma di governo; un’esperienza, quella repubblicana, che ricordava a Venezia tante gloriose memorie, e da cui sarebbe presto dovuta sorgere l’unità italiana.

Viva la Repubblica! Viva san Marco!

echeggiava quella piazza, da mezzo secolo silenziosa, testimone di grandiose imprese. La commozione era profonda in tutti gli animi; molti piangevano, altri baciavano qualche antico leone deliranti di gioia e, riverenti, lo mostravano al popolo quale religiosa memoria da cinquant’anni tenuta nascosta. La sera della capitolazione, coloro che avevano ricevuti i poteri dalle mani delle autorità austriache li rimisero al comandante della guardia civica Mengaldo, incaricandolo di formare un governo provvisorio e, all’indomani, dopo che l’arcivescovo ebbe consumata la cerimonia della benedizione del tricolore, quel governo fu accettato da tutti. Daniele Manin ne era il presidente e ministro degli esteri.

In quasi tutte le città del Veneto, gli eventi si succedettero pressappoco come a Venezia; furono nominati dei governi provvisori che fecero in seguito adesione a quello veneziano e lo riconobbero come governo centrale; questi adottò subito, per emblemi, con pubblico e solenne atto, il leone di San Marco e il vessillo tricolore; ordinò poi che ogni provincia inviasse a Venezia tre deputati, che in unione ai tre eletti dalla capitale eleggessero il loro presidente. La Repubblica di San Marco ebbe vita breve: cadde diciassette mesi dopo, logorata da un lungo assedio. Manin e Tommaseo presero la via dell’esilio.

I funerali di Manin a piazza San Marco

I funerali di Manin a piazza San Marco

In verità, anche dopo l’annessione al Regno d’Italia nel 1866, il vessillo di San Marco non venne messo da parte, tornando ad accendere i cuori nei momenti di crisi e scoramento. Accade, ad esempio, che nel 1945, a guerra finita, un volantino dell’Associazione San Marco par Forza rivendicasse autonomia e indipendenza per il Veneto, nell’ambito di una Confederazione di Repubbliche o Regioni – del resto, non era questa l’idea del Manin? Vittima di malgoverni, gelosa della propria identità, riluttante all’obbedienza verso un potere distante migliaia di chilometri, negli ultimi decenni il popolo veneto si è fatto promotore di numerose iniziative a sostegno della propria emancipazione, ultima delle quali sarà proprio il referendum del prossimo 22 ottobre. La storia di Venezia, magnifica ed esemplare, è un libro dal finale non ancora scritto.