La mano trema, mentre l’indice traccia nell’aria ancora impregnata di cordite fantasiose traiettorie di schegge e pezzi impazziti. L’altro, l’ospite, osserva tra lo stupore e la meraviglia la scena apocalittica: tavoli smembrati, sedie dilaniate dal fuoco, frammenti sparsi ovunque di uniformi, berretti, suppellettili, finestre e umori umani. I muri della sala riunioni, meri diaframmi di legno, hanno attutito la deflagrazione, smorzando l’altrimenti immane onda d’urto verso l’esterno. Ciononostante un chilogrammo d’esplosivo al plastico ha dilaniato la stanza, graffiandola a sangue. Chi era vicino all’ordigno, semplicemente ed implacabilmente, doveva morire, ed è infatti morto. Tutti, tranne uno: quella guida improvvisata, goffa e rintronata, che fa da cicerone ad un altrettanto immiserito uomo precocemente invecchiato è il miracolato, il superstite, la vittima salva e risorta. Ha un conto aperto con il Fato, e ci gioca da inconsapevole pedina, campione di una qualche diabolica divinità che lo guarda e lo protegge alla maniera dell’Olimpo epico. Adolf Hitler, Fuhrer del Grande Reich, ha un timpano perforato ed escoriazioni da bruciatura lungo le gambe. Per il resto- ed è tutto- risulta incolume, tanto da poter accompagnare nel pomeriggio Benito Mussolini sul luogo del suo quasi-assassinio. La Provvidenza, nume tutelare della sua esistenza, l’ha salvato. Ancora. A migliaia di chilometri dalla Wolfsschanze e dalle buie foreste di Rastenburg un vecchio tommie, suddito di Sua Maestà Giorgio VI, maledice da tempo il suo nobile atto di clemenza nell’altra guerra, quando con una stoccata di baionetta poteva terminare il caporale Hitler. Poteva, ma non l’ha fatto. E la clemenza del vincitore ha tutelato il demone. Protezione completa, beninteso; solo nel duro e crudo inverno 1942-1943 il padrone della Germania è scampato a tre attentati. Rimorsi, incastri temporali, capricci del Destino e disegni della Storia. L’Uomo ha tentato di opporvisi, ma ha fallito.

Claus Schenk Von Stauffenberg è uno di questi tentati tirannicidi. E’ anzi IL tirannicida, colui che è andato più vicino al risultato, l’individuo che poteva porre fine all’esistenza mefistofelica di quel pittore fallito, responsabile del secondo suicidio collettivo della Germania in meno di trent’anni. Nel III Reich la resistenza antinazista è poca cosa, frammentata, dispersa, inconcludente: il popolo, per paura e per convinzione, sta con Hitler e il suo regime, baluardo della borghesia e del potente capitalismo industriale. Ordine, benessere e potenza son sirene assai più attraenti dell’idolo-libertà. Deutschland Erwache! E la Germania è risorta, dominando il Vecchio Continente dai Pirenei alla steppa russa, dai fiordi di Norvegia alla sabbia maledetta del deserto egiziano. La Wermacht fa miracoli, la Wermacht vince a est, a ovest, a nord e a sud. I militari sono gli artefici del trionfo hitleriano, gli apripista del millennio nazi. Sul campo manovrano i fanti e i granatieri alla perfezione, schioccano dardi d’acciaio con i cannoni Krupp, mordono le sacche nemiche con gli artigli delle Panzerdivisionen, rovinano le fughe avversarie con accerchiamenti magistrali. Tutto questo sembra non finire mai: 1939, 1940, 1941, 1942. Vorwarts! Nessun esercito però avanza all’infinito. Ed appena il sogno nibelungico si incrina, appena la marea cambia verso, quando la Storia sancisce a Stalingrado e ad El Alamein i confini estremi della volontà di potenza germanica, nelle menti junker degli alti papaveri dell’OberKommando il torpore connivente lascia spazio ad altri sentimenti. L’illusione finisce, e termina la speranza di vincere. Per la seconda volta nella loro vita i vari Colonnelli e Generali fasciati nell’elegante feldgrau di sartoria percepiscono l’acre presentimento della sconfitta. Vogliono evitare un altro 1918. Negoziare la pace con gli Alleati prima che le orde di Stalin violino il suolo del Reich è vitale.

6 giugno 1944. Il pericolo dell’invasione bolscevica si somma con lo sbarco angloamericano in Normandia, chiudendo in un’enorme sacca ciò che resta della Nuova Europa. Hitler ha perso, ma non lo dirà mai. Illuso e pazzo, sogna armi e armate che non ci sono, vaneggia e delira per ore, sbavando e annoiando gli interlocutori. L’estate del 1944 è l’ultima finestra temporale per salvare il salvabile. Hitler è l’ostacolo, Hitler morirà. Claus Schenk von Stauffenberg, Ludwig Beck, Erwin von Witzleben, Friedrich Olbricht, Henning von Tresckow, Erich Fellgiebel, Werner von Haeften, Albrecht Mertz von Quirnheim, Hellmuth Stieff, Eduard Wagner, Fritz Thiele, Friedrich Karl Klausing, Carl Friedrich Goerdeler, Wolf-Heinrich von Helldorf. Su questi nomi riposa l’unica vera possibilità di salvezza per la Germania. A vario titolo contribuiscono a rendere operativo un piano di golpe a lungo progettato e limato nel massimo segreto. Strategia eccellente: utilizzando un dispositivo di mobilitazione della milizia territoriale in caso di colpo di stato (il vero piano Valchiria) i congiurati avrebbero prima eliminato Hitler, poi disarmato le SS e le forze dell’NSDAP per scongiurare ogni possibile resistenza. A quel punto un nuovo governo tedesco, appositamente nominato per superare lo stato di pericolo, avrebbe iniziato le trattative per un armistizio. Hitler deve morire, Hitler morirà.

Von Stauffenberg si assume l’onere materiale di uccidere il Fhurer nella sua tana, a Rastenburg. 20 luglio 1944. Insieme al generale Werner von Haeften l’eroico colonnello trasporta due chilogrammi d’esplosivo al plastico, da innescare nei minuti precedenti l’inizio della riunione, fissata alle ore 13 in punto. C’è tempo. Ma il Fato è capriccioso, volubile e crudele. Sceglie curiosi meccanismi, e da supremo arbitro dell’esistente si fa beffa del resto. Benito Mussolini arriverà nel pomeriggio, colloquio privato con il Führer suo collega-alleato-padrone. Teufel! Non si può far aspettare il Duce, si anticipi la riunione! In pochi minuti vanno eccitate le spolette delle bombe vendicatrici. Von Stauffenberg ne riesce ad innescare una, l’altra rimane inerte. Prima beffa. Momenti cruciali. Inizia la riunione: siamo in una misera baracca di legno, le finestre son aperte, un tavolo pesante occupa la sala. Il caldo opprimente ha impedito di tenere il summit nel poderoso bunker sotterraneo, cappa di cemento armato e ferro. L’onda d’urto sarebbe stata lì fatale, convogliata dalla struttura senza aperture. Qui no, le finestre son spalancate e la porta rimane aperta. Seconda beffa. Stauffenberg entra di fretta, lascia la borsa mortale a pochi passi da Hitler, assorto nella contemplazione della sua rovina. La distanza è perfetta per far morire quel demonio. Terza beffa: per meglio esporre la situazione, si avvicina a quella posizione il colonnello Heinz Brandt, che senza pensarci spinge dietro la gamba del pesante tavolo la ventiquattrore. Questo gesto banale, automatico, salverà la vita dannata di Hitler provocando la morte di Brandt. Torniamo al Nostro: esce dalla costruzione, inventa un motivo e in preda ad una comprensibile agitazione corre verso la Mercedes d’ordinanza insieme a Von Haeften. 12.42 del 20 luglio 1944. Botto tremendo. Hitler ist tot! Stauffenberg è riuscito nell’impresa, e vola veloce verso Berlino. Inizia Valchiria, rinasce la Germania e la speranza. Azioni confuse, ordini contraddittori. Qualcosa non va.

Beffa suprema. Hitler è vivo. Il putsch fallisce senza realmente mobilitare le truppe della territoriale, bloccato dall’incertezza circa le sorti del Führer. Il miracolato, il redivivo ordina: morte ai traditori. In nemmeno 12 ore parte dei congiurati è fucilata (compreso il povero Stauffenberg) mentre vengono imprigionati e torturati decine e decine di individui vicini all’organizzazione. Nomi eccellenti cadono nell’ultimo atto del finis Germaniae: Erwin Rommel viene “suicidato”, l’ammiraglio Canaris imprigionato in un lager insiema al generale Oster. Il Nazismo raggiunge l’apogeo del terrore, inscena processi-farsa, celebra riti di devozione e di ringraziamento per lo scampato pericolo del “suo” Hitler, mobilita vecchi e bambini nella Volkssturm per resistere alla tenaglia Alleata. Le ceneri dei deicidi vengono sparse nelle fogne di Berlino, indegne di essere custodite nel sacro ventre della Vaterland Germania. Sacrificio umano celebrato dai dioscuri della svastica, osceno tributo di sangue alle divinità di morte e di guerra. Tutto vano, tutto vuoto. Non rimarrà nulla del Reich che si voleva immortale, nemmeno le ceneri del suo capo, sparse da quegli untermenschen sovietici che lo hanno annientato. Rimane invece l’epitaffio di Von Stauffenberg, e a noi basta

« Dobbiamo dimostrare al mondo che non eravamo tutti come lui. »