“Il capitalismo è un’ingiusta ripartizione della ricchezza. Il comunismo è una giusta distribuzione della miseria”.
W. Churchill

Nella confusione post-ideologica che attanaglia l’Occidente decadente sono molteplici le voci che criticano l’attuale modello di (non) sviluppo capitalistico, conformato ai dogmi della rivoluzione neoliberista iniziata ormai quarant’anni fa dai Chicago boys di Milton Friedman. Poche, o nulla, sono invece le proposte di superamento del capitalismo stesso, divenuto oramai un elemento dato e indiscutibile: crollato malamente il blocco sovietico, eliminata ogni resistenza statalista, il modello economico che da duecento anni caratterizza la Storia del mondo resiste e si evolve, adattandosi sempre e comunque alle tipicità del XXI secolo.

D’altronde, l’ultima grande innovazione in campo economico è datata 1936, allorché J.M. Keynes pubblicò la Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta: sfidando il classicismo ortodosso, annichilito dalla crisi del ’29, Keynes avvia una rivoluzione copernicana, dando finalmente la giusta attenzione alla domanda interna, all’occupazione, al ruolo decisivo del deficit e della spesa pubblica. Egli, però, interviene per aggiustare le distorsioni del laissez faire nel processo capitalistico, e non per creare ex novo un nuovo mondo economico. Da buon pragmatico, afferma ” Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi”.

Sono gli anni in cui il sistema, grazie al disastro di Wall Street e alla Grande Depressione,  sembra finalmente essere giunto al suo stadio conclusivo: preconizzando Sombart, la fase di maturità coincide con l’intervento decisivo dello Stato nel processo produttivo, e per risolvere la lotta di classe e per affrontare alla radice i problemi classici di una crisi economica. Corporativismo, collettivismo sovietico, interventismo keynesiano, sono tutte proposte che cercano di instaurare nuove e più alte forme di società avanzate,  lontane dalla logica classica dell’homo oeconomicus. I risultati saranno incoraggianti e ricchi di spunti, ma il trionfo degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale e la sottomissione dell’Europa occidentale a Washington pongono fine a qualunque tentativo di superamento organico del Dio Capitale. L’alternativa sovietica, lungi dall’essere realmente il paradiso dei lavoratori, diviene presto una forma distopica di Supercapitalismo di Stato, perdendo qualunque vivacità rivoluzionaria in favore di un grigio dogmatismo marxista. Tenuto a freno dalla guerra fredda, il capitalismo straccia lacci e lacciuoli ed impone, in seguito alla caduta del Muro di Berlino, il proprio imperio al globo globalizzato, rintuzzando l’ immenso esercito di schiavi salariati con sempre maggiore carne da cannone. La finanziarizzazione e la distruzione dello Stato nazionale fanno il resto. A fronte di tale scenario, l’opposizione è inesistente: il continuo tradimento dei partiti di “sinistra” ha eliminato qualunque dissenso in seno alle forze considerate progressiste, divenute oramai collaborazioniste del Capitale. Si cavilla sul tipo e sul modo di produrre e di intendere i rapporti sociali, ma nessuno ha più avuto la forza e l’intelligenza di porre le fondamenta di un edificio nuovo. Occorre entrare nell’ottica storica secondo cui nulla dura per sempre: se si lascia carta bianca ai fenomeni in decadenza, ci si condanna sic et simpliciter alle peggiori e più cruente degenerazioni di ogni sorta. Attualmente, il dibattito è agonizzante, proprio perché non è stato risolto; con una buone dose di ipocrisia, affidandosi al libero mercato si spera nella provvidenza e nella mano invisibile, bestemmiando il dettato di Smith e le sue concezioni originarie.

Citando nuovamente Keynes, “il problema economico può essere risolto, o perlomeno giungere in vista di soluzione, nel giro di un secolo. Ciò significa che il problema economico non è, se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana”.
Nel 2015, a quasi un secolo di distanza, possiamo avere l’ardire d’affermare che il problema, invece d’essere in via di soluzione, è divenuto sempre più grave e più esteso, nella complessità multiforme della povertà e della miseria al tempo di Facebook. Non c’è da meravigliarsi, comunque: a fronte di un gigantesco progresso tecnologico, le disuguaglianze e gli squilibri economici aumentano, mentre la dottrina economica, invece d’evolversi, compie balzi da gambero giungendo alfine ai polverosi concetti liberisti cari al secolo XIX. E i risultati, purtroppo, sono evidenti a tutti.