“Il mondo è vuoto dopo i Romani”, così nel XVIII secolo Saint-Just esprimeva la nostalgia, ereditata da Rousseau, dovuta alla mancanza di una civiltà superiore, per virtù e per organizzazione civica, dopo quella romana. In un giudizio così netto c’è sicuramente dell’esagerazione, ma anche della verità. La grandezza dei romani è testimoniata dalla lunghezza temporale e dall’ampiezza territoriale della loro storia: tredici secoli, almeno, in cui si è passati dalla polis monarchica all’impero “supernazionale”, edificato, nel corso del tempo, in nome di un imperialismo mai messo in discussione. Al massimo, in epoca tardo-repubblicana, Cicerone, nel De Officiis, si interrogava sui modi con i quali esercitare il dominio sugli altri popoli, non sulla legittimità, considerata un dato di fatto. Tuttavia, i romani avevano il grande pregio di non relegare i popoli conquistati (che si “romanizzavano” autonomamente) all’ultimo gradino della scala sociale, differenziandosi di molto da altri tipi di imperialismi, anche contemporanei.

Ma quali erano le qualità di questa civiltà, che tanto si espandeva e che ancora oggi continua ad ossessionare l’inconscio collettivo? Evidentemente, interrogarsi sulle caratteristiche di un popolo significa delineare un’antropologia di chi le esercita. Cicerone riconduceva la superiorità romana alla scrupolosa osservanza della pietas e della religio, mentre, sul finire dell’Impero, Vegezio la collegava all’esercizio delle armi e al modo di impiegare l’esercito. A distanza di secoli, però, è proprio l’immensa dilatazione spazio-temporale della civiltà romana, a rendere impossibile qualsiasi giudizio totalizzante. È proprio questa costatazione il punto di partenza del saggio curato da Andrea Giardina e composto dai contributi di alcuni dei più grandi storici internazionali. Uscito nel 1989 e divenuto oramai un classico, L’uomo romano è il tentativo di penetrare internamente nel mondo dei romani, analizzando le differenti “facce” di questo universo. Quando si parla delle società classiche in generale, e di quella romana in particolare, non si può non mettere in evidenza la dimensione pubblica. Il romano, come mostra Claude Nicolet nel saggio di apertura, era prima di tutto un cittadino, un membro attivo all’interno della comunità, considerata alla stregua di un organismo vivente. La cittadinanza era un problema perché, a seconda dei secoli analizzati, veniva estesa differentemente tra la popolazione. Per chi la possedeva costituiva un full-time job, visto che il cittadino era, a seconda dei casi, un soldato che poteva essere mobilitato, un contribuente, un elettore ed eventualmente anche un candidato per alcune cariche. I cittadini venivano raggruppati in tribù (territoriali) e classi (censitarie), chiamate centurie, attraverso le quali dovevano esprimersi riguardo questioni significative nelle assemblee, anche se a contare non erano le opinioni dei singoli individui, ma il giudizio elaborato dal proprio gruppo di appartenenza.

Tutto questo almeno in teoria. Innanzitutto, perché era difficile per chi viveva lontano dalla città (contadini, soldati, ecc…) recarvisi per far valere i propri giudizi. Inoltre, le pressioni, le violenze e la corruzione dei gruppi abbienti non erano meno presenti di quanto non lo siano oggi. Soprattutto, fu una limitazione essenziale ad impedire la realizzazione della comunità ideale: «Come è possibile – si chiede Yvon Thébert – inventare la filosofia, la politica, costruire monumenti che incarnano perfettamente questi nuovi valori e, contemporaneamente, fare combattere la gente nell’anfiteatro o ridurre in schiavitù parte dell’umanità?». È la schiavitù, che si evolve nel tempo (passando per sommi capi da “naturale” a “giuridica”), la caratteristica del mondo classico che più risalta in negativo agli occhi di un moderno. Tuttavia, è il possibile riscatto da questo stato, incarnato nella figura del liberto, in quel famoso Trimalcione del Satyricon di Petronio, a rappresentare lo scarto tra lo schiavismo antico e quello dell’America moderna, dal quale non c’erano vie di fuga, non esistevano possibilità di liberazione individuale.

Gli uomini di Roma sono certamente eterogenei, ma affascinano per delle caratteristiche socialmente condivise: il sudor dei soldati e dei loro generali, come simbolo della disciplina e del senso di dovere; lo stretto rapporto (anche di funzioni) tra i sacerdoti e i magistrati; l’importanza dei mores durante l’elaborazione dello ius; il disprezzo generalizzato verso l’artigianato e il commercio, di contro all’esaltazione dell’agricoltura, considerata la sola attività economica fondamentale nell’antichità; le lotte intestine alla Repubblica prima e all’Impero poi, portate avanti da gruppi di banditi organizzati, tenuti assieme da legami di fratellanza, ma sempre pronti a tradirsi. Conoscere la genesi e lo sviluppo di queste categorie di persone, non limitandosi solamente allo studio dei grandi personaggi e degli eventi più significativi, è fondamentale per comprendere le ragioni della grandezza e del declino di una delle più longeve civiltà della storia.