La guerra è un ventre. Un ventre in rivolta in preda a dolori tremendi, un ventre enorme in espansione, dilaniato dalle piaghe che da solo produce, arrovellandosi su stesso, girandosi come in preda ad un isterico ballo di San Vito. Ma nel ventre tremebondo della seconda guerra del secolo passato, che più d’ogni altra è rimasta impressa nell’immaginario collettivo del mondo intero, giacciono, nelle pieghe di questo obbrobrio colossale, delle storie raramente raccontate. Pervenuteci intatte, lasciate per molto tempo intonse, un po’ per paura un po’ per disinteresse, tante storie rischiano di essere fagocitate nell’orrore che regna da incontrastato sovrano, in ogni racconto della mancata BlitzKrieg. Ma grazie alla perizia e al coraggio di alcuni storiografi, queste storie ritornano, invulnerabili al passare inesorabile degli anni, pronte a disvelare se stesse a chi abbia orecchio e “curiositas” per ascoltarle. Questa storia è quella di un uomo e una donna, innamorati in un tempo cupo, nel ventre del secondo conflitto mondiale. I due amanti, legati da un amore “clandestino” (extraconiugale) fugace e intensissimo, trovarono negli anni neri della guerra la nascita, l’acmè e la fine del loro amore. Un amore come tanti altri, pronto, più per necessità che per indole, a sopportare e a combattere contro i disagi e le ristrettezze della guerra, nemica dei popoli quanto degli amanti. L’unico tratto che rende speciale questo legame, l’unica macchia di colore, anch’essa nera come il conflitto, che lo differisce dagli altri, maledicendolo agli occhi del mondo, è l’identità stessa degli amanti. Non semplici spettatori, ma interpreti di prim’ordine delle trame della guerra totale, i protagonisti di questo sentimento sono Clara, alle cronache Claretta Petacci e il suo Ben, Benito Mussolini. Il duce degli italiani, “Pater Familias”di tutta una nazione, ha un’amante, ma non è questa la notizia (c’è infatti una letteratura sulle doti di amatore di Mussolini), questa amante è diversa. Lo segue da tempo, ha per lui un’ossessione innata che la anima sin dai tempi dell’adolescenza, quando in preda ad una platonica infatuazione scriveva smaniosamente il suo amore al grande capo.

La storia di Mussolini e della Petacci però merita di essere raccontata proprio per la sua dimensione “extrasessuale”, un idillio dunque che va ben oltre le lenzuola. In un libro che minuziosamente narra questa storia “L’ultima lettera di Benito” edito Mondadori, di Pasquale Chessa e Barbari Raggi (racconto del carteggio di Mussolini e della Petacci ai tempi di Saló) esce fuori una Clara tutt’altro che Claretta. Scaltra, previdente, lungimirante a tratti persino ingannatrice, Clara Petacci non è la gallina più aggraziata del pollaio del Duce che il suo vezzeggiativo vorrebbe consegnarci. La prima amante di Mussolini è per lui confidente e consigliere politico, nonché ultimo fiduciario di un uomo che a Saló, ridotto alla caricatura di se stesso, è sempre più solo e mal consigliato. La cifra di questo amore maledetto, la sua caratura assolutamente fuori dall’ordinario, si manifesta a pieno solo nell’atto conclusivo. In quell’immagine, fotografia di un’epoca che li vede inanimati e vicini, “appesi” insieme a piazzale Loreto, esposti al pubblico ludibrio coperti di sputi da una folla urlante e feroce. È questa, la levatura tragica e sublimata del sentimento nutrito dalla Petacci e per gran parte ricambiato dal duce, un amore pronto a farsi morte.Morte scelta con ponderazione dalla stessa Clara che tra la possibilità di espatriare in Spagna con la famiglia al completo e quella di rimanere accanto a Ben ( più solo e demoralizzato che mai) sceglie quest’ultima, forse per consegnarsi con lui alla dipartita finale, consapevole di passare alla storia come la compagna prediletta del dittatore, o soltanto perché mossa da un istinto incontenibile. Qualunque sia stata la ragione più intima di questa scelta, Clara seguirà Mussolini nella fucilazione di Dongo e nello scempio di Milano.

E a lei dunque, alla Petacci che dobbiamo dire grazie se questa storia d’amore “maledetto” sia pervenuta sino a noi. Si legge infatti in ogni lettera del duce un perenne invito a distruggere le carte:”Non lasciare carte in giro. Non voglio futuri epistolari che apparirebbero ridicoli”. Inviti a cui Clara risponde, conservando le lettere con cura certosina:”Non distruggere, è storia!”. Storia dimenticata forse, passata in secondo piano per via d’una catastrofe di dimensioni macroscopiche, capace con la sua ombra di offuscare un intero ventennio, impedendo così ogni valutazione storica imparziale e coerente, soffocando ma non del tutto l’afflato amoroso di Clara e Benito, conservatosi tra le carte gelosamente custodite dall’amante del duce e così pervenute sino a noi; per mostrare una della tante pieghe umane d’un periodo che agli occhi del mondo è costellato soltanto da assurde atrocità.