Sono vestiti di nero dalla testa ai piedi, portano sul colletto il simbolo del Totenkopf, il teschio di tradizione prussiana, simile a quello dei loro avi di guerra, gli ussari dei reggimenti Totenkopfhusaren, gli Ussari della morte. Le moderne Panzer-Division raccolgono l’eredità antica dei cavalieri degli Hohenzollern. I carristi tedeschi della Wehrmacht e delle SS sono Die Schwarzen, i neri. Non confondiamoci con lo stesso sinistro colore scelto dalle unità SD e Gestapo, questa è una storia di soldati, non di fucilatori. Nella classifica dei trenta comandanti di carro armato con il maggior numero di vittorie figurano assi dei cingoli diventati famosi nel Terzo Reich ma anche nei paesi nemici, avversari temuti e rispettati, un aspetto simile a quanto capita con i piloti di caccia nella sfida dei cieli. Nella lista compaiono ufficiali e sottoufficiali che hanno annientato centinaia di carri sovietici, inglesi, americani. Scorriamo la classifica. Il numero uno indiscusso è Kurt Knispel; impressionante, il suo Tiger ha messo fuori combattimento 168 mezzi (ma forse son di più). Anticonformista, ribelle, capellone e barbuto, molto poco nazista, viene alle mani con le SS, e ciò gli preclude carriera e decorazioni. Muore appena ventitreenne a seguito di orribili ferite. Il tenente Otto Carius ha vinto più di 150 sfide, mingherlino, combatte ad est dal 1941. Terminata la guerra, scrive il libro “Tiger nel fango” e apre una farmacia con l’insegna Tiger Apotheke – Farmacia Tigre del Dottor Carius – aspirine corazzate e supposte da 88 mm. Il capitano Michael Wittmann della forza speciale 1ª Divisione Panzer “Leibstandarte SS Adolf Hitler”, conosciuto anche come “il barone nero” è celebre cacciatore di carri. Durante la battaglia di Normandia nel ’44, nei pressi del villaggio di Villers-Bocage, il suo panzer fa strage di britannici; in un’ora annienta tra i 30 e i 50 tra carri armati e altri veicoli di re Giorgio VI. Nella classifica dei trenta assi rimangono scolpiti nella Storia altri nomi, e son tutti tipicamente crucchi, ma poi arrivando con gli occhi alla posizione 28 … Teufel! Ma cosa ci fa lì in mezzo tal Alfredo Carpaneto, tra i vari Heinz, Oskar, Karl?

Alfredo nasce il 4 gennaio 1915, ed è romano. Da ragazzo, fa la valigia ed espatria a Vienna, per frequentare la prestigiosa Akademie der bildenden Künste Wien – l’accademia delle belle arti; vuole essere artista, è bravo con i pennelli. Curiosità storica: alla stessa Akademie è stato bocciato per ben due volte all’esame di ammissione un personaggio del ‘900 molto più conosciuto, un giovanotto emaciato e senza un soldo che sogna di fare il grande pittore senza però averne il talento. L’artista mancato è Adolf Hitler. Ah, quanto sarebbe stata diversa la storia del XX secolo se il ragazzo avesse trovato sulla sua strada professori di manica larga? Halt!. Oggi ci occupiamo di “piccola” Storia non di grande Storia, oggi ci interessano le avventure d’azione di un ragazzo italiano di 70 anni fa, non la biografia fatta coi se, ucronica e mentalmente masturbante, di dittatori colossali.

Alfredo a differenza di Adolfo sa dipingere, si diploma, diventa assistente universitario, insegna. Dal punto di vista artistico quella è la Vienna che gode dell’onda lunga dell’ espressionismo, della cosiddetta Secessione viennese di Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka, e di Art Nouveau austriaca che geometrizza il gusto in Art déco. Dal punto di vista storico quella è la Vienna che osserva e subisce l’ascesa dei nazisti, l’argine a Hitler dell’austrofascista Engelbert Dollfuss e il suo assassinio, la quinta colonna di Seyss-Inquart e l’ Anschluss del 1938, l’Austria che si riduce a provincia del Reich Ostmark, croci uncinate sulle imponenti facciate della Hofburg, croci uncinate in Maria-Theresien-Platz, croci uncinate in Kärntner Straße, croci uncinate dappertutto.
Natürlich, il nostro amico romano parla il tedesco come se fosse sua lingua madre e questa sua abilità sarà determinante nelle prossime scelte.
Guardiamoci il polso sinistro, il quadrante d’oro dell’orologio storico con cinturino di coccodrillo segna le ore 4.45 del mattino, di venerdì primo settembre 1939. È guerra mondiale per il dominio di tutte le cose terrene, round secondo. L’Europa vibra sotto i colpi dei cannoni e dei bombardamenti aerei. Carpaneto sceglie. Sceglie di arruolarsi volontario, non come rappresentante di un’Italia ancora non partecipante alla baraonda bellica, ma a titolo personale. Entra nella Wehrmacht, l’esercito di Hitler ex-pittore mediocre ma ora Führer amato, odiato, temuto; indossa la divisa carrista della 2.Panzer-Division “la viennese”, di stanza a Mödling e comandata dal papà delle moderne truppe corazzate germaniche, il generale Heinz Guderian, Herr Blitzkrieg. Il sottoufficiale è bravo con i pennelli, lo abbiamo già detto, e scopriamo che è bravo anche dentro quelle scatole di metallo pesante tra leve, scossoni, fumo, bossoli di mitragliatrice, scoppi di cannone, periscopi, bestemmie, grandine di proiettili che picchiettano la corazza. In Francia i superiori gli decorano il petto con la Croce di Ferro: quella medaglia non la regalano di certo.
Otto Carius, che combatte con Carpaneto in Estonia, così lo ricorda nel suo “Tiger nel fango”:

“Era una testa calda e un fantastico capocarro e camerata. Gli si poteva chiedere di tutto, a patto di aver conquistato la sua stima e fiducia. Come si può immaginare, non era nato per le parate e le cerimonie. Non faceva una grande impressione nelle esercitazioni. Non si sarebbe mai potuto fare di lui un “prussiano”, ma il suo spirito combattivo e il suo incondizionato cameratismo non erano poi molto lontani dall’antico spirito prussiano.”

Parole di stima anche se un pò spocchiose, intrise di quel tradizionale razzismo e senso di superiorità teutonico. “Come si può immaginare, non era nato per le parate e le cerimonie …” Bah, a noi importa poco di fanfare, bande musicali bavaresi, passi d’oca con manico di scopa nel deretano; che l’alleato germanico consideri pure il nostro ragazzo di Roma come un coraggioso ascaro latino tra arianissimi guerrieri wagneriani, occupiamoci invece di altri aspetti più interessanti, di cingoli e duelli meccanici.
Riguardiamo le lancette del nostro orologio storico. 3.30 del mattino del 22 giugno del 1941. La terra dal mar Nero al mar Baltico trema, l’Oriente è illuminato dalle bocche da fuoco disseminate lungo centinaia di chilometri, oltre tre milioni di uomini si muovono in tre direttrici, tre spaventosi Gruppi d’armate, Nord – Centro – Sud. È l’epica della guerra, lo scontro immane e definitivo. La steppa brucia.
Avanzano sicure le Panzer-Division, prendono a spallate le mura marce dell’URSS, ora dilagano, poi la musica cambierà, tragicamente, le mura sono ricostruite granitiche. Anche il caporale Carpaneto a bordo del suo carro del Panzer-Regiment 4, viaggia verso est, sempre più a levante, chilometro dopo chilometro, nell’immensità russa, infinita, isba dopo isba, battaglia dopo battaglia, nel cuore russo e rosso.
Battaglia di Uman (1941): pesca d’Ucraina, i panzer sono pescatori di terra, nella rete finiscono 100.000 prigionieri.
Battaglia di Kiev (1941): la tenaglia dei titani, cappio elastico di difesa/attacco che si stringe e distrugge e annienta e cattura, la vittoria eccezionale della Wehrmacht, la più grande battaglia del mondo secondo Hitler.
Battaglia di Rostov (1941): l’Asse afferra Rostov sul Don ma non la tiene; è fine novembre, cominicia a fare freddo, le linee di approvvigionamento si sono allungate a dismisura, non reggono le distanze ciclopiche, la corda potrebbe spezzarsi. A Rostov c’è il primo campanello d’allarme per i tedeschi.
Battaglia del Caucaso (1942-43): serie di offensive, controffensive, difensive, ritirate rovinose. Si sogna di aprire a calci la porta del Caucaso, dissetare i carri con il petrolio ceceno, sfondare in Medio Oriente, marciare in Asia Centrale, calare in India, stringere la mano ai fanti nipponici e chiudere la partita mondiale. Illusione.
Alfredo combatte, ormai è veterano. Lo trasferiscono al comando di un nuovissimo Tiger nel Schwere Panzerabteilung 502 – battaglione carri pesanti, unità corazzata indipendente e d’elite, rullo compressore che in due anni e mezzo di azioni schiaccia qualcosa come 1.400 carri avversari. Sull’acciaio mimetico delle torrette portano il disegno del mammut, giganteschi e primitivi panzer viventi, ora simbolo di pesanti pachidermi artificiali battezzati con il nome della tigre; il carro armato, ultimo grido dalle fucine del Reich, è un felino predatore con sembianze elefantiache, un mostro sintetico dal peso di 57 tonnellate e con la proboscide che spara confetti calibro 88.
Il Tiger di Carpaneto duella a Narva per il possesso della testa di ponte baltica, nella primavera di fango del ’44, in quella che è ricordata dagli storici come “Battaglia delle SS Europee”, perché sono diverse le lingue dell’ovest sotto le stesse insegne, lo scontro in Estonia è multinazionale. Nel calderone umano vanno in ebollizione divisioni intere di ambo le parti, vaporizzandosi. Terreno di boschi umidi, bagnato da acquitrini e da fiumi, i crateri delle esplosioni diventano pozzanghere profonde, è una dannata palude, rasputica, un incubo per i carristi. E inoltre, adesso Ivan è ben conscio della sua superiorità, le artiglierie sovietiche martellano precise le colline, gli aerei con la stella rossa sciamano sicuri, i robusti e veloci T-34 brulicano spavaldi, e poi i fanti in corsa, quanti! Mein Gott! Ne cadono a centinaia, ne tornano a migliaia, ne muoiono a migliaia, ne ritornano a milioni, la sconfinata terra dell’URSS fabbrica macchine, produce soldati. Alfredo Carpaneto, è lì, anche lui, ad arrancare nel fango sotto il comando dell’abilissimo “conte corazzato” Strachwitz, spingendo su di giri il motore Maybach: il ruggito del Tiger. Una mina gli amputa un cingolo.
A settembre e ottobre di quell’anno, l’Armata Rossa è decisa a scacciare i tedeschi dagli stati baltici con un’imponente offensiva, i confini della Prussia orientale e del Reich stesso sono in pericolo, la guerra sta per entrare in Germania. Di nuovo, si scontrano centinaia di migliaia di uomini. Il Tiger di Carpaneto viaggia di gran carriera verso la Lituania su un convoglio ferroviario. Il treno speciale si scontra con un’altra locomotiva. Che disastro, solo due Tiger, tra cui quello di Alfredo, possono operare, gli altri sono incastrati sui vagoni deragliati. Ai due carri viene ordinato comunque di gettarsi nella mischia che infuria lì vicino, nel Territorio di Memel, subito, non c’è tempo, la situazione è disperata. L’Unteroffizier italiano si trova solo, l’altro mezzo rimane a fumare sul ciglio della strada, colpito in pieno dai russi. Il Tiger di Carpaneto è rimasto l’unico carro tedesco nella zona e Ivan è ovunque. Non si ritira, rimane a perlustrare l’area, per verificare quanto sono ingenti le forze del nemico. Rombo e nubi di polvere all’orizzonte. Tredici T-34 sono in avvicinamento veloce, puntano dritti alle posizioni tenute dai granatieri corazzati, lì trincerati, per spazzarli via. Il Tiger combatte. Uno contro tredici. Dentro il carro Carpaneto scruta il campo di battaglia dalla torretta, comunica con il suo equipaggio grazie all’interfono. Non potrebbe essere altrimenti: il baccano del motore e delle esplosioni è concerto infernale; il comandante dà ordini al pilota, semicieco: chi guida quel bestione può a malapena sbirciare dalla feritoia o dal periscopio, gli occhi sono quelli di chi sta sopra, del comandante del Tiger. Anche il cannoniere segue le istruzioni che gli vengono impartite dall’interfono, punta il cannone e si coordina con il servente al pezzo che carica la bocca da fuoco, nel frattempo il radioperatore mantiene le comunicazioni con il resto dell’unità di panzer … ma ora sono soli, la radio è inutile! Carpaneto strilla: Feuer! Il Tiger spara sei volte, sei colpi d’artiglio, quattro carri sovietici rimangono immobili avvolti da fuoco e fumo nero. Gli altri nove T-34 battono in ritirata, spaventati. È un capolavoro di audacia. Senza quell’intervento estremo, quel tratto di fronte sarebbe crollato. Un solo carro ha salvato l’intero settore.
Per l’ultima volta guardiamo l’orologio della Storia: adesso le lancette segnano l’alba gelida del 26 gennaio 1945. La Prussia Orientale è invasa, la pressione delle armate di Stalin è tsunami inarginabile. L’ultima battaglia del romano con la divisa da carrista della Heer è nei pressi di Königsberg, territorio che dopo la guerra diverrà l’oblast’ russificato di Kaliningrad. Un gruppo di Tiger, tra cui quello del nostro, è posto alla difesa di un paese prussiano sommerso dalla neve e dai colpi di mortaio. Eccoli, i russi, di nuovo alla carica, sbucano dalla nebbia di ghiaccio con i carri pesanti “Stalin” e i T-34. Carpaneto ed equipaggio, ciurma di una corazzata di terra, ne distruggono sei.
Scheiße! I cingoli del Tiger girano sulla superficie ghiacciata di uno stagno, che va in frantumi sotto il peso della macchina. A mollo, ma non vinto. Il carro è impantanato ma la torretta gira ancora e il cannone funziona, eccome. Altri due T-34 vengono centrati. I sovietici ne hanno prese abbastanza per ora, si ritirano a leccarsi le ferite. Il Tiger è tirato fuori dallo stagno e riparato in quattro e quattr’otto, non c’è tempo per riposarsi, tutto sta crollando, bisogna combattere senza sosta, per evitare l’inevitabile, la caduta. È l’ultima mano di Alfredo Carpaneto nella partita a poker con la morte. Questa volta la morte ha scala reale, il full di Alfredo non basta. Un cannone anticarro sventra il Tiger, uccidendo il ragazzo di Roma, il pittore viennese, il sergente vestito di nero, l’asso dei panzer con la Croce di Cavaliere al collo. Sul Baltico tramonta il sole d’inverno, fumano all’imbrunire le carcasse dei Tiger, incendi a Königsberg, cani randagi tra i cadaveri, la neve è rossa.