di Alessio Mariani

L’autunno del 1613 era giunto al 20 di novembre, quando una nave fiamminga, proveniente dal porto libanese di Sidone, si avvicinò al litorale livornese. Niente lasciava prevedere una traversata extra ordinaria, fino a quando non fu l’emiro druso Fakhr ad Dïn al Ma’n II con il suo seguito a sbarcare nella città, lasciandosi alle spalle un vasto dominio in quella terra che la corte medicea chiamava Sorìa, vagamente corrispondente agli attuali Libano, Giordania, Israele e Siria. La visita fu tanto inaspettata quanto frutto della politica orientale del Granducato di Toscana, volta a  contendere a francesi e veneziani le rotte verso quei porti dove era tanto lucroso svuotare una stiva carica di armi occidentali per far posto alle sete da rivendere in Europa; possibilmente, quasi a sfuggire i determinismi geografici, aggirando la costosa intermediazione dell’Impero Ottomano.

 Tuttavia, se certo era che i mercati levantini accendessero la concupiscenza di casa Medici e ravvivassero una Toscana concentrata sul mantenimento della stabilità interna e sulla necessità di attraversare la Controriforma senza lasciarsi coinvolgere nello scontro tra Spagna e Francia, le politiche intraprese per raggiungerli non furono univoche. Attorno la Sublime Porta, i diplomatici si affaccendavano perché il sultano concedesse ai mercanti toscani l’agognato diritto di scalo nei porti dell’Impero; da Livorno, le navi corsare dell’ordine cavalleresco di Santo Stefano, il cui gran maestro era il granduca, facevano vela per depredare i turchi ogni estate. Dovevano risultare però ancor più invise a Istanbul le relazioni continue tra la Toscana e numerosi nemici dell’Impero. Nel 1609 furono ricevuti gli ambasciatori di Abbas il Grnade, scià di Persia; mentre pochi anni più tardi fu la volta di Jahya, personaggio enigmatico che girava l’Europa, professandosi fratello del sultano, desiderosissimo di sostituirlo sul trono.

 In Sorìa, intanto, sotto la sovranità ottomana, rivalità ed alleanze tra i diversi potentati erano ragione di instabilità continua. Sovente chi diveniva abbastanza forte ricercava sostegni esterni per poi tralasciare il pagamento dei tributi. L’Impero Ottomano interveniva allora in armi o favorendo altri capi che si sostituissero ai ribelli dimostrandosi più fedeli. Entro tale contesto, nell’ottobre del 1607, Alï Jāmbūlād, autoproclamatosi pascià di Aleppo ed in aperta ribellione contro l’Impero, incontrò il francese Ippolito Leoncini, diplomatico mediceo. Leoncini assicurò sostegno militare, ricevendo in cambio labili promesse di aiuto per la riconquista di Gerusalemme alla cristianità e l’assicurazione di ben più tangibili privilegi ai soli mercanti toscani. Fu allora che Fakhr ad Dïn strinse alleanza con Jāmbūlād ed i due riuscirono a conquistare Tripoli e Damasco. A tal punto Istanbul fu costretta ad intervenire direttamente e prima che i persiani si intromettessero. Fakhr ad Dïn, il cui potere dipendeva teoricamente dal sultano, ricevette l’ordine di appoggiare l’esercito turco. Il signore druso, tuttavia, seppe volgere a suo favore le incertezze, raggiungendo il campo di battaglia soltanto dopo la sconfitta di Jāmbūlād; quindi si schierò con i turchi, ottenendo in cambio il perdono, il titolo di emiro e le città di Beirut e Sidone.

La svolta filo-turca non fu però stabile perché il Leoncini raggiunse la corte dell’emiro, portando con se il dono di 1000 archibugi medicei. Soprattutto però, tramite il Leoncini, Cosimo II e Fakhr ad Dïn si accordarono per la fornitura di artiglierie occidentali in cambio dell’apertura del porto di Sidone alle navi toscane, comprese quelle corsare nonché vane promesse gerosolimitane da sfoggiare in Europa. La pace con i turchi rimase labile, tanto che il sultano prese in ostaggio gli emissari di Fakhr ad Dïned ingiunse al signore druso di smobilitare l’esercito e smantellare le fortezze. L’emiro si guardò dall’obbedire, continuando sia ad esternare lealtà verso Istanbul sia a ricercare appoggi in Toscana. Nessuno seppe però prevedere la decisione di affidare l’erede quindicenne alla propria madre Nasab Tanūkh e di raggiungere il Granducato, nella speranza di promuovere un’alleanza europea contro i turchi, immaginati tanto minacciosi nei riguardi della cristianità. Gli eserciti europei naturalmente non si mossero, già assai impegnati più vicino; il viaggio dell’emiro risultò piuttosto l’occasione di un contatto culturale insolito, sia per la corte medicea sia per gli ospiti mussulmani.

 Fakhr ad Dïn quindi, toscanizzato in Faccardino, fu accolto con riguardo e pare anche che tra questi e Cosimo II, nonostante l’appartenenza a due culture diverse, si sviluppasse una una forte simpatia personale. L’autore arabo di un resoconto del viaggio, forse lo stesso emiro, ammirò molto le chiese toscane. Una con minareto inclinato, nella sua ostinazione a restare in piedi, naturalmente a Pisa: Fra le opere di tutti i costruttori, l’inclinazione di questa torre è stupefacente.. di quindici piedi e non gli succede mai niente di male!“. A Firenze invece, dove l’emiro alloggiò in Palazzo Vecchio, Santa Maria del Fiore e le Cappelle Medicee “fra le meraviglie della città c’è la vecchia chiesa, che all’esterno è fatta di marmo, con le immagini degli apostoli e dei santi. Ha un minareto quadrato fatto con marmo colorato, e ha una scala che permette di salire fino alla cupola.. Ancora più magnifica di questa è la chiesa nuova.. più piccola ma più lavorata, perché all’interno le sue pareti sono fatte di pietre colorate.. e nel mezzo ci sono lamine di rame per cui si vede ripieno d’oro“.

Stupore destarono anche i luoghi della tecnica. L’emiro visitò la zecca, una tipografia ed un laboratorio dove si produceva la polvere pirica, per descrivere i cui meccanismi il resoconto mostra la carenza di termini arabi adatti, come anche per il teatro. Altri passaggi dello scritto paiono invece preannunciare a tematiche di discussioni più contemporanee, “da loro le donne non si nascondono dagli uomini né nel ballo né per le strade, e nella bottega, anche se l’uomo è assente, la donna si siede al suo posto per vendere“. Mentre i toscani, fantasticando esotici harem, si rivelarono tanto curiosi nei riguardi delle donne druse, quanto queste si nascondevano. Specialmente dopo che Cristina di Lorena e Maria Maddalena d’Austria, moglie e madre del granduca, vollero ricevere la moglie dell’emiro con le sue compagne soltanto in forma strettamente privata anziché a corte. Del particolare esoterismo dei drusi, distante dell’ortodossia sunnita, in Toscana non emerse nulla. Faccardino probabilmente adottò la pratica della dissimulazione, attenendosi ai precetti sunniti come del resto all’Islam sunnita doveva appartenere la più parte del suo seguito che annoverava anche cristiani maroniti (comunità strettamente alleata) ed ebrei; solamente incoraggiò la leggenda occidentale che ne faceva un discendente di Goffredo di Buglione e spiegava l’origine dei drusi con il sincretismo tra l’Islam ed il Cristianesimo, professato dagli ultimi crociati rimasti isolati in oriente.

 Faccardino rimase nel Granducato circa due anni e dopo uno sfortunato soggiorno siciliano, fece ritorno in Libano (1618), le sue peregrinazioni ebbero risvolti soprattutto economici. Il Granducato importò dal Libano il grano necessario a ripararsi dalla carestia dei Promessi Sposi e per il quindicennio successivo al viaggio di Faccardino, metà delle granaglie sbarcate a Livorno provenne dai suoi porti. Ma’n e Medici continuarono a scambiarsi lettere e regali, in particolare l’emiro richiese l’invio di tecnici toscani ed investì una buona somma, presso il Monte di Pietà fiorentino. Pare che oggi non rimangano vestigia del lavoro di questi toscani in Libano, pure non inoperosi; ad eccezione forse del medico Matteo Naldi, le cui cure scontentarono il console dei mercanti toscani Francesco da Verrazzano che tentò di rispedirlo in Toscana, temendo che “non facesse al signor emiro.. qualche minchioneria“.