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Se si pensa allo sconfinato fronte asiatico-pacifico della seconda guerra mondiale vengono in mente sbarchi su spiagge tropicali, palme, città d’Estremo Oriente, caldo, portaerei che solcano acque blu, giungla. Nella battaglia di Attu, nel contesto della campagna delle isole Aleutine, invece, la dimensione bellica è completamente diversa, inconsueta, rompe i nostri schemi che abbiamo sulla guerra nippo-anglo-americana.

L’arcipelago delle Aleutine si estende in modo semicircolare, una cintura vulcanica che nasce frastagliandosi dalla penisola dell’Alaska, si allunga nel Pacifico settentrionale, separandolo a nord dal Mar di Bering, e si prolunga fino alle isole del Commodoro, territorio russo. Sembra una virgola oceanica; ma è una proboscide dell’ultimissimo Estremo West americano o una scimitarra del punto più lontano dell’Estremo Oriente? I concetti geografici di Est e Ovest hanno a queste latitudini il loro scontro nei gelidi mari in tempesta, le dita del più remoto dei mondi russi sfiorano l’ultima unghia della frontiera nordamericana.

The End: la fine delle terre a stelle e strisce.

Конец: la fine delle terre dell’impero di Mosca.

終わり: la fine del fronte militare del Sol Levante.

Nel 1942, la macchina militare di Tokyo si spinge fin lassù e occupa due isole dell’arcipelago delle Aleutine. Non ci sono afa e monsoni, ma freddo e tempeste artiche, non barriere coralline e spiagge bianche, ma ripidi scogli e sabbia nera, non sole bruciante e scimmie, ma nebbia grigia e lontre alascane, non umida vegetazione e malaria, ma neve e ipotermia. Oltre a questa scenografia di guerra semi-polare, molto originale per lo storico, si aggiunge anche un altro elemento di forte interesse per l’indagine. Assieme all’isola di Guam, all’atollo di Wake e alle Filippine (all’epoca sotto il controllo diretto di Washington), le sperdute isole aleutine di Attu e Kiska sono territorio degli USA occupato dai giapponesi. Il conflitto è dentro i confini statunitensi, a casa loro. Anche questa caratteristica dà allo studio di oggi una carica di forte eccezionalità, di stimolante curiosità.

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Primi di giugno del 1942: la grande battaglia aeronavale delle Midway è imminente. Per l’alto comando della Marina imperiale del Sol Levante occorre un diversivo per distogliere l’attenzione degli americani prima dell’immane scontro ad ovest delle Hawaii, che sancirà un punto di svolta nel conflitto a favore degli USA e alleati. Inoltre, i vertici militari vogliono ampliare il perimetro difensivo nipponico, ponendo capisaldi d’avanguardia nel nord del Pacifico.

Nella notte del 3 giugno, la forza navale agli ordini del contrammiraglio Kakuji Kakuta si avvicina all’arcipelago delle Aleutine. Sulle portaerei Ryujo e Junyo girano le eliche dei caccia, si scaldano i motori dei bombardieri. Si alzano gli aerei in una notte primaverile tersa ma fredda, alcune nuvole all’orizzonte sono squarciate da raggi solari che si tuffano nelle tenebre, illuminando le creste bianche delle onde del mare. Sembra una tela romantica; è il sole di mezzanotte. La rotta d’attacco è verso il villaggio di Unalaska sull’omonima isola, e il suo porto di Dutch Harbor su Amaknak, un tempo insediamento di mercanti di pelli russi, e all’epoca dei fatti base americana di un certo rilievo: Fort Mears.

L’allarme strilla nella quiete addormentata di Unalaska e Amaknak. Si accendono i riflettori, fasci di luce cercano di stanare il nemico in volo

I serventi ai pezzi delle batterie contraeree dell’artiglieria costiera si buttano giù dalle brande e fanno lavorare le bocche da fuoco di terra, i piloti dell’ US Air Force ingaggiano battaglia in aria coi loro Curtiss P-40 dai musi dipinti come la bocca di una tigre dai denti aguzzi, per mordere le prede Mitsubishi Zero. Il raid giapponese non riesce ad assestare i colpi micidiali che avrebbe voluto.

Fort Mears e la città di Unalaska. Nella foto d'epoca sono indicati i vari obiettivi militari

Fort Mears e la città di Unalaska. Nella foto d’epoca sono indicati i vari obiettivi militari

E allora ripetono il giorno successivo, il 4 di giugno, sperando di picchiare più duro; una nuova ondata di aerei giapponesi si scaglia contro le postazioni nemiche. Gli americani, temendo un’invasione in forze, si sono trincerati, tutti hanno scavato per la difesa, marinai, soldati, pescatori, mogli dei pescatori, figli dei pescatori. Gli Zero riescono a distruggere una caserma e alcuni hangar, a far esplodere un deposito petrolifero, ad affondare due navi mercantili. Un caccia Zero viene colpito dalla contraerea, perde quota progressivamente, il motore borbotta, si schianta sull’isola di Akutan. Il pilota è morto con la testa fracassata, ma il Mitsubishi non è da buttare, anzi: viene riparato dai meccanici e gli ingegneri americani ne studiano a fondo pregi e difetti, con la lente d’ingrandimento, ogni componente, ogni bullone, ogni centimentro d’ala. L’Akutan Zero è una ghiotta preda di guerra, è la base di studio per costruire modelli migliori, per conquistare la superiorità tecnologica nei cieli.

Gli attacchi lanciati dalle navi del contrammiraglio Kakuta falliscono nell’obiettivo primario, cioè far sì che arrivino rinforzi nemici dalle Hawaii, per sguarnire lo schieramento a Midway, e per renderlo pertanto più vulnerabile. L’esca è gettata alle Aleutine, ma la marina americana non ci casca. La spedizione di Kakuta è costretta ad un rapito dietro front verso mari e fronti più caldi, nel Pacifico centrale, verso le Midway, Stalingrado del mare. Se l’obiettivo primario della missione non riesce, allora che si proceda con l’obiettivo secondario.

Una piccola forza d’invasione di 1.800 uomini occupa le isole di Attu e Kiska. Non incontrano alcuna resistenza. Non c’è quasi anima viva. Ad Attu, fatta eccezione di una quarantina di nativi aleuti, un tecnico radio e sua moglie maestra di scuola, rastrellati dalle quattro case di legno costruite attorno al porticciolo di Chichagof Harbor, non c’è nessuno ad opporsi al 301º battaglione indipendente di fanteria dell’Armata giapponese del Nord. A Kiska, i fanti di marina della terza squadra speciale da sbarco incontrano le braccia alzate dei dieci uomini della stazione meteo, e un cane. Oltre a questi prigionieri, internati in Hokkaidō, c’è solo nebbia, vento, pioggia fredda, tundra d’Alaska. Non esistono alberi. Parrebbe l’Islanda. La superfice di Attu è montagnosa, sulle cime la neve non si scioglie mai. È uno dei luoghi più inospitali e deprimenti della terra. L’habitat ideale per spettri. Ma per la propaganda confezionata a Tokyo, poco importa, dopo la batosta delle Midway, è essenziale pubblicizzare nuove strabilianti vittorie epocali. Teoricamente, l’occupazione dovrebbe portare tre grandi benefici strategici:

1) Come barriera difensiva per ogni attacco americano al Giappone dal nord

2) Come barriera tra gli Stati Uniti e l’URSS, se quest’ultima avesse deciso di intervenire contro il Giappone.

3) Per costruire basi aeree per future azioni offensive sul suolo americano e canadese.

Nessuno di questi vantaggi verrà mai raggiunto. Ed è sulla remota isola di Attu, nebbioso scoglio pacifico, che ha luogo la seconda parte di questa vicenda poco conosciuta, di questa fosca periferia della Grande Storia. L’attore che scegliamo come protagonista per narrare la battaglia di Attu è realmente esistito ed ha scritto un diario sul suo periodo di guerra. Paul Nobuo Tatsuguchi nasce a Hiroshima nel 1911, da genitori colti, viaggiatori, cristiani. Nella famiglia Tatsuguchi si parla un inglese perfetto. Il padre è dentista laureato in California e missionario. Paul Nobuo segue le orme paterne, studiando medicina negli States per diventare medico chirurgo. Sebbene lui e la moglie fossero legati agli Stati Uniti da sentimenti di forte amicizia, nel 1939 rientano in Patria e nel fatidico 1941 viene chiamato alle armi come soldato semplice nel 1º reggimento della Guardia imperiale di Tokyo.

Paul Nobuo Tatsuguchi nel 1941

Paul Nobuo Tatsuguchi nel 1941

Si diploma con il grado di sergente maggiore alla scuola medica militare. Pearl Harbour, tutto cambia. I vecchi amici americani ora sono i nemici da annientare. I suoi superiori gli impediranno qualsiasi avanzanzamento di carriera, non c’è posto tra gli ufficiali dell’Impero per un medico laureatosi in California, per di più con amici laggiù, dall’altra parte della barricata. Ciononostante, il medico in divisa non nutre sentimenti di astio verso il suo Giappone, Paul sa qual’è il suo dovere, sa cosa deve fare per il suo Imperatore. Indie Orientali Olandesi, isole Bismarck in Papua-Nuova Guinea, Pacifico settentrionale: la guerra fa viaggiare. E nel novembre del 1942, il sergente medico è sul ponte di una nave da trasporto che balza sulle onde dell’oceano in agitazione, stretto in una coperta di lana unta dalla salsedine, e guarda all’orizzonte la sua nuova casa grigia avvolta da una coltre di nebbia: Attu. Insieme a Paul, sbarca sull’isola una forza di occupazione di 2.600 uomini, con il compito di stabilire una guarnigione solida e duratura. Oltre ad un reggimento dell’esercito, ci sono i duri della Kaigun Tokubetsu Rikusentai – fanteria di marina d’elite. Il medico presta servizio all’ospedale di difesa numero 5126 del Distaccamento del mare del nord. Fuori, il gelo invernale.

Il tipico panorama delle Aleutine: di certo non lo scenario tattico migliore per i soldati del Sol Levante

Il tipico panorama delle Aleutine: di certo non lo scenario tattico migliore per i soldati del Sol Levante

Le temperature alle isole Aleutine non sono così estreme come altre regioni dell’Alaska, ma d’inverno la colonnina di mercurio scende quotidianamente sotto lo zero, e nevica, anche in abbondanza. Non tutti i giapponesi sopportano a lungo quel clima, nell’ospedale da campo 5126, Paul in quei primi mesi ha da curare soprattutto commilitoni lesionati dalle rigide temperature, con pomate per la pelle, e terapie per il congelamento di mani e piedi. Gli americani non attaccano. Ben si guardano dal farlo nel periodo più freddo. Il Mar di Bering, fabbrica di tempeste, con precisa regolarità due volte a settimana scatena la sua forza, investendo le isole Aleutine. Alte onde color ardesia s’infrangono schiumando sugli scogli, e gli spruzzi infradiciano le sentinelle. Attu appare come un deserto dei Tartari, qua La Fortezza Bastiani non si trova in una desolata pianura rocciosa dell’Asia centrale, ma in un mare mosso e selvaggio, l’orizzonte non è di terra bruciata dal sole, ma di spogli faraglioni nel mare infinito. L’attesa. E il nemico dov’è? Quando arriva la gloria?

I soldati passano la stagione aspettando. Scavano trincee nella neve, fortificano le grotte, tengono in perfetto ordine le batterie, vanno a pesca, bevono saké caldo. Il progetto di costruire una pista per i bombardieri viene presto abbandonato: il terreno non lo permette. Il servizio postale con la madre patria, all’inizio regolare, peggiora, la posta arriva a singhiozzi, sempre più sporadica. La primavera del ’43 porta cattiva notizie. Al largo delle isole sovietiche del Commodoro, un convoglio rifornimenti nipponico diretto ad Attu, viene intercettato dalle navi americane e costretto a ritirarsi. Da quel giorno, solo più i sommergibili riusciranno a raggiungere la guarnigione, rimasta pressoché isolata.

Maggio: ai piedi delle alture, la neve si scioglie, scoprendo ampi prati verdi. Il binocolo del colonnello Yasuyo Yamasaki, comandante della guarnigione, scruta le sagome degli incrociatori battenti bandiera a stelle e strisce. L’attacco americano è imminente. La marina nemica prepara il terreno allo sbarco, le postazioni difensive sono bombardate dai marinai yankee.

La flotta d'invasione statunitense pronta alla riconquista delle isole occupate

La flotta d’invasione statunitense in formazione alla riconquista delle isole occupate

Quatti, i team scouts del 1st Alaskan Combat Intelligence Platoon, conosciuti anche come Castner’s Cutthroats – i tagliagole del colonnello Castner, formati da pionieri alascani, eschimesi, aleuti, compiono veloci ma precise ricognizioni del suolo in mano al nemico. 11 maggio, cala un manto di nebbia, spessa, bianca. Non si vede nulla. La nebbia cala sull’isola, sale la tensione. L’ammiraglio Thomas Cassin Kinkaid e i subalterni contrammiraglio Rockwell e generale Albert Brown danno il via all’ “Operazione granchio di terra”. In diverse ondate protette da quella coperta di foschia,  12.000 soldati della 7ª divisione di fanteria sbarcano sulle spiagge meridionali di Massacre Bay e a Punta Alexai. È surreale, i giapponesi non ci sono, c’è solo nebbia. Un esercito invisibile si è nascosto laggiù tra i monti, da qualche parte. I soldati americani si aspettavano battaglia feroce già nei primi metri di terra di Attu, sul bagnasciuga. Avanzano, a cercare il contatto. Il colonnello Yamasaki, anticipando in scala ridotta la tattica poi usata a Iwo Jima, conscio della pesante inferiorità numerica delle sue forze, opta per asserragliarsi nell’entroterra, per colpire il nemico da posizioni più elevate e favorevoli, e sfiancarlo con una serie di contrattacchi fulminei. Che entrino pure gli ospiti, e una volta dentro, inchiodarli tra le valli e i passi sotto il fuoco dalle alture.

Le dure condizioni dei combattimenti

I fanti USA non procedono bene, il fango ostacola i mezzi, nonstante sia maggio fa ancora un gran freddo e quelle unità d’assalto non sembrano preparate ad un ambiente del genere. Le colonne appiedate penetrano a Massacre Bay – Baia del Massacro – tutto un programma – e ricevono una calda accoglienza. I giapponesi si battono con ardore, gli ufficiali statunitensi comprendono che non sarà facile strappare agli avversari quel fazzoletto di roccia e neve. I cannoneggiamenti dal mare sono resi pericolosamente imprecisi, picchiano a casaccio, complice il maltempo. I giapponesi contrattaccano più volte, per nulla spaventati dall’inferiorità numerica. Gli americani rimangono incastrati sulle spiagge. La battaglia infuria giorno e notte. Il dottor Tatsuguchi con i suoi infermieri lavora senza sosta. È costretto ad abbandonare l’ospedale, vengono improvvisate infermerie nelle caverne sui monti. Il medico si sposta di continuo, a seconda di come si evolve la battaglia, e dell’avanzata nemica, che procede a rilento ma è rabbiosa. Dal cielo bombe, dall’oceano cannonate, dal terreno colpi di mortaio. Nessuna galleria o buco tra le rocce ghiacciate è posto sicuro per Paul e i feriti, che sono sempre di più, ammassati.

Solo poche settimane prima ci si doveva preoccupare dei geloni ai piedi, adesso si estraggono proiettili, si fasciano ustioni da esplosione, si amputa

È notte, sotto una tenda al riparo di una grotta, Paul sta tagliando un braccio ad un ragazzo, tutt’attorno lamenti, bende macchiate, secchi colmi di sangue, corpi ammucchiati … un lampo accecante… esplosione… è un colpo di cannone … rintronamento … buio, crolla la tenda, orecchie che fischiano, nuovi morti, altre urla. Gli yankee devono arrampicarsi sui picchi, per annientare i nidi di mitragliatrice, uno ad uno. Se guardassimo anche noi quelle cime innevate, potremmo confonderci. La geografia bellica potrebbe trarci in inganno: sono immagini di guerra di montagna, che poco hanno a che fare con il resto dello scenario pacifico, assomigliano piuttosto ad altre battaglie; parrebbe essere nel Caucaso, coi reparti alpini tedeschi sul massiccio dell’Elbrus, o sulle Alpi occidentali, nei duelli ad alta quota tra alpini italiani e chasseurs francesi.

Il 17 maggio, i reparti giapponesi si assestano attorno alla ridotta difensiva di Chichagof Harbor. I giorni successivi si susseguono in serie furibondi combattimenti per la conquista della cresta Fish Hook, ceduta a carissimo prezzo da ambo le parti. Il colonnello Yamasaki sa che tutto è perduto, ma non si arrende. Anche Paul si rende conto della fine imminente quando, il 26 maggio, assiste ad una cerimonia di accoglimento di un Editto Imperiale. È una sorta di cupa rassegnazione, ma accettata con ferma determinazione nel compiere fino alla fine il proprio dovere.

Moriremo per la causa dell’Editto Imperiale!

L’ultima linea di difesa è spezzata. Gli ultimi mille uomini della guarnigione, ridotta ormai ad una piccola sacca circondata da tutti i lati, si adunano al quartier generale del colonnello. Raccolgono tutte le munizioni e le bombe a mano che possono, innestano le baionette ai fucili Type 99. Prime ore del 29 maggio 1943, Paul scrive le sue ultime righe del diario:

Oggi alle 2 ci incontrammo al Quartier Generale, compreso l’ospedale da campo. Bisogna condurre un ultimo assalto. … Addio Taeko, mia amata moglie, che mi hai amato fino all’ultimo. … Addio Mitsue, fratelli Hocan, Sukoshan, Masachan, Michichan. I partecipanti a questo attacco sono poco più di mille. Cercheremo di prendere le posizioni delle artiglierie nemiche. Sembra che il nemico lancerà un attacco decisivo domani.

 Il colonnello Yamasaki ordina l’attacco finale, l’attacco disperato, l’attacco banzai. Il piano, semplice nella sua lucida follia, è quello di un attacco a sopresa ad opera di onde umane – uno tsunami di baionette – per travolgere le linee nemiche con immane e inaspettata violenza, e raggiungere poi l’artiglieria americana, impossessarsene, girare i cannoni e fare fuoco a volontà  contro le navi al largo, e contro le trincee sull’isola. Questa è l’intenzione, ma ciò che muove veramente quei soldati messi al muro, è la ricerca di una morte onorevole.

Lo tsunami di baionette scende dalla montagna come una valanga. Nella valle scoppia il pandemonio di razzi, esplosioni di mine antiuomo, traccianti. All’inizio di quell’ultimo capitolo della battaglia di Attu, gli americani rimangono terrorizzati, pensavano di aver quasi concluso la partita ed invece … quei folli gli vengono addosso! I giapponesi, indemoniati, si tuffano nelle trincee, le occupano, dietro di loro altre cariche le superano in corsa, penetrano al di là delle linee, entrano negli accampamenti gettando caos e morte. Alcune unità yankee, prese completamente alla sprovvista, vanno nel panico, abbandonano le proprie posizioni, fuggono. Per un momento ad Attu, sembra davvero che l’attacco banzai, armato di quella disperazione che possiedono solo gli uomini che non hanno più nulla da perdere, possa avere successo. Ma è solo un attimo. I reparti americani lasciati come riserva nelle retrovie, intervengono rapidamente. Gli scontri sono furiosi, corpo a corpo, baionette nelle pance, spari a bruciapelo, katane, pugnali, accette e vanghe. La lotta dura lunghe ore, si ferma solo al mattino. Lo tsunami umano s’infrange, e crolla sul terreno. Il colonnello Yamasaki è caduto, con lui, la maggior parte degli ufficiali della guarnigione. I 500 giapponesi superstiti, stremati, si rintanano tra le rocce e usano le bombe a mano rimaste per ammazzarsi in massa. Soltanto 27 i prigionieri raccolti, tutti feriti.

Una pagina della traduzione "a caldo" del diario di Paul Nobuo Tatsuguchi

Una pagina della traduzione “a caldo” del diario di Paul Nobuo Tatsuguchi

Il dottor Paul Nobuo Tatsuguchi, muore durante l’attacco banzai. Un sergente americano fruga nella giubba del medico giapponese, trova il suo diario. Il quartier generale della 7ª divisione, lo traduce. Viene subito letto da molti: c’è molto interesse, da parte americana, di comprendere il punto di vista del nemico. Quelle pagine vengono lette altresì dagli ufficiali medici della 7ª divisione, i dottori J.Mudry e J.L.Whitaker, anche loro presenti alla battaglia di Attu. I due rimangono scioccati. Paul Nobuo era un loro compagno di corso all’università in California. Paul era un loro amico. Sembra la tram di un film di Clint Eastwood. Il mondo è piccolo, e la guerra è crudele.