L’immaginario che circonda i seicento giorni di Salò è sicuramente cupo o quantomeno plumbeo. Un’idea instillata nella mente del popolo italiano da più di settant’anni di cultura resistenziale da una parte e di mero e crudo revanscismo dall’altra. L’imminenza della fine, per dirla con Accame, avrà sicuramente reso l’aria irrespirabile lungo le rive del Garda ma al contempo non si possono non prendere in esame svariate vicende che hanno avuto, storicamente e politicamente parlando, un senso e un respiro molto più ampio del semplice finire in bellezza. Una di queste è sicuramente l’attività giornalistica, legislativa e politica di una triade molto particolare.

Già dal suo primo discorso, pronunciato ai microfoni di radio Monaco, Mussolini annunciava alla popolazione italiana la necessità di “annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro, finalmente, il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato”. Parole dure e schiette che non lasciano molto spazio all’immaginazione. Quello che ci si pone dinnanzi è un Mussolini sicuramente molto ridimensionato nel suo ego, un uomo oramai, conscio dei suoi limiti e molto più propenso agli amarcord che ad affrontare la situazione attuale o futura. A dispetto di quelle che erano le apparizioni pubbliche (del resto molto più rade e sporadiche di prima) in cui cercava di continuare a mostrarsi l’uomo sicuro e forte di sempre, il Duce si chiuse sempre di più in una sorta di ritiro politico e spirituale in cui l’unico vero argomento che sembrasse scuoterlo era l’economia. Non più le beghe di partito, l’andamento della guerra o i rapporti con l’alleato, ma l’economia applicata alla vita del popolo, quella che oggi chiameremmo economia reale.

La Stampa - 20 settembre 1943

La Stampa – 20 settembre 1943

Affermava infatti:

L’attuale governo assumerà un caratere, se non socialista, sociale. La borghesia ha tradito o si è dimostrata assai più sconoscente dei lavoratori. Noi abbiamo un’industria artificiosa e una banca del pari artificiosa; tutto ciò si è sostenuto per vent’anni con i miliardi del governo; ed allora tanto vale socializzare queste imprese e cioè in pratica porle sotto il diretto controllo dello stato.

Un’apertura così netta a sinistra -che non ebbe alcun tipo di revisione da parte di Mussolini- non poté far altro se non attrarre chi aveva ravvisato in lui la volontà di liberarsi dal compromesso monarchico. Un gran numero di personaggi vicini al socialismo di vecchia data, in questo nuovo Mussolini, deposto dal piedistallo della propaganda di regime, rividero dunque, il vecchio compagno romagnolo che batteva le campagne di Forlì per spezzare il pane dell’uguaglianza e della rivoluzione. Tra i tanti che vissero questo flashback i personaggi più in vista sono sicuramente l’ex capo redattore del Corriere della Sera, Carlo Silvestri e il segretario socialista nonché artefice del famoso strappo del ’21, Nicola Bombacci.

Nicola Bombacci e Vladimir Lenin

Nicola Bombacci e Vladimir Lenin

Il primo fu il grande accusatore del Duce durante il periodo del delitto Matteotti. Solo dopo aver scontato i dieci anni di confino a cui era stato condannato, si convinse dell’estraneità di Mussolini al delitto, e per dimostrare il suo autentico dispiacere lo seguì nella difficile esperienza di Salò. Insieme al secondo cercò in tutti i modi di dimostrare la totale distanza di Mussolini dall’uccisione del deputato socialista, tentando di ricucire quell’insanabile strappo venutosi a creare tra il Duce e i socialisti in quel lontano 1924. Ciò che mosse Mussolini, umanamente e politicamente, in quei tremendi seicento giorni fu questo. Riallacciare i contatti con i vecchi compagni della gioventù gli sembrava l’unica cosa importante da fare, l’unica a cui prestare realmente attenzione. Quel cadavere buttatogli tra i piedi ancora lo tormentava. I tre, come se tutto intorno non infuriasse il peggior conflitto armato vissuto dall’uomo, profusero tutte le loro residue energie in questo fantasioso progetto.

Mussolini e Bombacci si dedicarono con molta attenzione alla stesura dei punti economici del manifesto di Verona. Attraverso il superamento del semplice corporativismo, giudicato troppo riformista, si spinsero fino alle più ardue vette del socialismo italiano.

L'Assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano

L’Assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano – 14 novembre 1943

Il dodicesimo punto del manifesto recita infatti:

In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con un’estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di Fabbrica, in altre sostituendo i Consigli d’Amministrazione con consigli di gestione composti di tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato. In altre ancora, in forma di cooperative parasindacali.

Partecipazione, dunque, agli utili stessi da parte dei lavoratori, ovvero allargamento e divisione della proprietà privata tra capitale e lavoro, poiché

base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.

Un progetto che non si può che definire rivoluzionario e che fu tramutato in legge pochi mesi dopo grazie al decreto legislativo del Duce del 12 febbraio 1944 n.375.

Corriere della Sera - 13 febbraio 1944

Corriere della Sera – 13 febbraio 1944

Lo stesso Mussolini, in un colloquio con Ugo Manunta, direttore di “Secolo Sera”, ebbe a sintetizzare, anche sul piano ideologico, la portata della legge sulla socializzazione:

Socialismo è una parola che vuol dir tutto e può anche non significare nulla. C’è stato il socialismo di Marx e c’è stato quello di Corridoni. Socialismo fu anche, in un certo senso, il corporativismo. Forse troppo riformista, lo so, me ne hanno fatto una colpa, ma le grandi rivoluzioni o si fanno di colpo o non si fanno più. Del resto, tutto ciò è episodico, e quanto è avvenuto in Italia dopo il 1914 non ha senso che come avviamento alla grande conclusione che è in corso. La socializzazione viene a maturazione al tempo giusto. Sta per scoccare l’ora delle grandi conclusioni, e noi dobbiamo prepararci ad un’opera di ricostruzione che non sarà possibile senza il concorso delle masse. Ciò che la guerra ha distrutto potrà essere riedificato solo su basi nuove, e quest’opera immane non potrà essere portata a termine dall’iniziativa privata. Il sociale prevarrà sul politico, la massa sull’individuo, ciò che porrà una volta di più l’accento sullo stato. L’individuo può fare a meno dello stato, le masse no: lo stato dovrà pertanto corrispondere alle esigenze del popolo sia sul piano materiale, attraverso dei piani prestabiliti uno dei quali per la ricostruzione delle città, l’altro per la creazione di una società nuova. Questo secondo piano è quello che io ho inteso delineare con la socializzazione.

Per quanto la promulgazione del decreto legge sulla socializzazione arrivasse fuori tempo massimo, non si può negare che l’ultima decisione autonoma del fascismo e di Mussolini fu quella di ritornare alle origini socialiste.

Giorgio Bocca, del resto, nel suo libro “Mussolini socialfascista” ha espresso una serie di possibili interpretazioni sul significato della socializzazione, che ci possono sicuramente aiutare a comprenderne le motivazioni politiche oltre a quelle economiche per cui venne varata:

Una mossa propagandistica per accogliere simpatie proletarie attorno alla repubblica; una vendetta simbolica, per far capire che il fascismo è stato sconfitto per il sabotaggio degli industriali, che ora punisce con la socializzazione; un ricatto al governo del sud, alla monarchia, agli alleati che stavano vincendo la guerra; uno sfogo ai fascisti diciannovisti, alla sinistra fascista e al popolo tutto che tanto aveva aspettato […] la socializzazione di Salò nasce morta, ma anche a prenderla per quello che è stata, pura volontà testamentaria o, se si preferisce, ultima preghiera per i defunti è difficile non cogliervi ciò che sta dietro di memorie, di tradizione, di mitologia e che è presente in Mussolini e nel suo fascismo, dal principio alla fine.

La socializzazione fu probabilmente varata per l’intreccio di motivazioni descritto da Bocca; ma è allo stesso tempo indubbio che con questo ultimo colpo di coda il fascismo tentò di riempire il territorio dell’Italia del nord di Mine sociali, che a guerra ultimata (e persa) avrebbero reso, lo stesso, la vita difficile al nuovo governo dei vincitori. Le masse, questa volta, avrebbero avuto in mano uno strumento innovativo e funzionante per liberarsi dal giogo capitalista.

Nicola Bombacci al congresso di Livorno - 19 gennaio 1921

Nicola Bombacci al congresso di Livorno – 19 gennaio 1921

Un progetto arduo che, per funzionare, avrebbe richiesto l’appoggio di almeno una parte del CNL. In questi termini va inteso uno dei gialli giornalistici più intricati ed irrisolti della storia italiana: la serie di articoli comparsi sulle pagine del “Corriere della Sera” tra il 12 marzo 1944 e il 23 maggio dello stesso anno a firma Giramondo. In questi articoli si affrontavano gli eventi degli ultimi vent’anni. La curiosità dei lettori fu soprattutto suscitata dalla spregiudicatezza e dalla libertà, del tutto inconsuete in un periodo di censura, con cui venivano trattati argomenti anche delicati. I temi e le tesi sviluppate dall’articolista erano spesso sorprendenti: ora polemizzava con il CLN clandestino, distinguendo però tra antifascisti “onesti”, “in buona fede e meritevoli di rispetto”, e antifascisti “asserviti allo straniero”; ora esaltava le origini socialiste del fascismo; ora avanzava ipotesi di compromesso storico tra fascismo e socialismo e tesseva le lodi della socializzazione promessa dalla RSI. Non risparmiava recriminazioni e revisioni storiche, né si tratteneva dal riconoscere gli errori compiuti dal regime, mentre lanciava messaggi trasversali di non facile interpretazione, apparentemente diretti a qualcuno di sua conoscenza.

Questa apertura, che arrivava direttamente all’attenzione dell’antifascismo dalle colonne del maggior quotidiano nazionale, fu un’altra di quelle strade che il fascismo tentò di percorrere per lanciare un ponte tra sé e il futuro. Un ultimo disperato tentativo di attrarre il mondo socialista non tanto nel momento contingente quanto in un futuro più o meno distante, successivo al cessate il fuoco. Mussolini, Bombacci e Silvestri consci della reale situazione militare non speravano di certo di vincere la guerra, ma tentavano, anche con la forza della disperazione, di non distruggere completamente il lavoro iniziato più di vent’anni prima. Chi fu Giramondo probabilmente non si saprà mai, è sicuro che comunque gli articoli in questione venissero corretti e visionati da Mussolini stesso. Questo si evince facilmente da una lettera del direttore del Corriere della Sera, Ermanno Amicucci, indirizzata al capo della Provincia di Milano Piero Parini:

… l’autore mandandomelo [l’articolo] mi aveva scritto: esso deve andare d’obbligo assoluto per direttissima disposizione del Duce nel giornale recante la data di domani domenica 12 marzo […]

Non solo il direttore del Corriere della Sera pensò a un diretto interessamento di Mussolini alla faccenda, ma anche la stessa opinione pubblica si convinse della paternità mussoliniana di quegli articoli. Glauco Licata, storico del Corriere della Sera, si spinge addirittura a ipotizzare la collaborazione di sei mani per la loro stesura. Le mani in questione sono quelle, per l’appunto, di Mussolini, Bombacci e Carlo Silvestri.

Le parole di Giramondo fanno luce sul clima intorno al quale si sviluppò l’intera faccenda:

L’argomento è così di suggestivo interesse che meriterà a tempo debito una particolare trattazione, ma come premessa si può affermare che vi è una coerenza strategica di Mussolini alla quale si deve il programma rivoluzionario della socializzazione che, se non fosse sopravvenuta la guerra, sarebbe stato compiuto tra il 1939 e il 1940 (diciamo questo per chi parla scioccamente di improvvisazione). Ma esso era già chiaro nella mente di Mussolini quella mattina alle otto di un drammatico giorno dell’ottobre 1920, durante l’occupazione delle fabbriche, in cui egli inopinatamente si presentò nella camera di Bruno Buozzi, allora segretario di quella FIOM che aveva promosso l’occupazione stessa, e gli disse: “Se voi siete decisi a fare la rivoluzione, io sarò al vostro fianco e vi darò l’appoggio delle forze che mi seguono”. Ma non se ne fece nulla perché alla direzione del PSI v’erano dei rivoluzionari di […] burro cotto.

I rimandi alla vita di Mussolini e le tematiche prettamente socialiste non possono di certo che tranquillizzarci almeno sull’autenticità dell’interesse dei tre vecchi socialisti alla faccenda.

Nicola Bombacci durante il comizio a piazza De Ferraris - 15 marzo 1945

Nicola Bombacci durante il comizio a piazza De Ferraris – 15 marzo 1945

L’ultimo atto di questa tragedia romantica si consumò il 15 marzo 1945; a pochissimi giorni dal tracrollo definitivo Nicola Bombacci tenne un comizio in piazza De Ferraris a Genova, davanti a decine di migliaia di lavoratori delle aziende portuali. Fu l’estremo tentativo della Repubblica Sociale Italiana di riavvicinarsi al proletariato. L’oratoria di Bombacci, il suo passato, la voce tonante, gli occhi limpidi, il piglio e le parole di un discorso che sembrava provenire dal passato accattivarono di certo la massa operaia.

Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre. […] Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno […] Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito […] ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario […]

Fu l’ultimo tentativo che il tempo concesse alla triade rossa per interporsi tra la caduta del fascismo e la sua conseguente damnatio memoriae. Gli eventi si susseguirono in rapida successione: il 21 aprile 1945 gli americani occuparono Bologna, il 22 attraversarono il Po e, dividendosi su tre direttrici, il 25 aprile 1945 si presentarono dinanzi a Torino, Genova e Milano. La mattina di quel 25 aprile Bombacci era in prefettura a Milano, pronto a seguire Mussolini dovunque decidesse di andare, nonostante le pressioni di Carlo Silvestri che cercò di dissuaderlo, salì in macchina con il Duce. Nicola e Benito si avviarono insieme, verso il loro destino, seguiti, forse, con lo sguardo da Carlo.