Ogni secolo della storia dell’Uomo, per comodità e fascinazione, è condensato in pochi e significativi aggettivi, piccoli quadretti sintattici in cui si incastona la polvere e la gloria di un’era. Abbiamo così il Seicento barocco, il Settecento illuminista, il Novecento breve: per l’Ottocento, invece, risulta meno immediato e più complesso trovare un’etichetta di rapida e facile fruizione. Gran secolo romantico e rivoluzionario, positivista e nazionalista, risorgimentale e liberale, imperialista e colonialista. Forse, e soprattutto, la difficoltà sta nella cifra essenziale e in fondo vera del periodo che va dalla pioggia di Waterloo alle pistolettate di Sarajevo, incomprensibile poiché varia, sfaccettata, difforme nei modi e nei tempi. L’Ottocento è stato un lungo e doloroso strappo, un’accelerazione nel carosello delle generazioni che ha permesso, come mai prima, un radicale e irreversibile mutamento di condizioni- materiali e ideali- tale da rendere irriconoscibile al nonno quel che sarebbe divenuto mera quotidianità al nipote. Splendide conquiste della scienza e della tecnica, formidabili avanzamenti nell’industria e nei trasporti, folgoranti balzi innanzi nelle comunicazioni e nelle arti: una simile grandeur non poteva però non presentare il conto, nevrotico e beffardo, agli elementi su cui maggiormente contava per poter tirare diritto verso le magnifiche sorti e progressive del Progresso interminato. Una storia, nel grande giuoco della Storia, ci fornisce uno spaccato ideale e drammatico del martirio silenzioso dei tanti che hanno costruito, col sudore e col sangue, le fondamenta e gli stucchi della Belle Epoque.

A Poggio Renatico, poche anime e tanta fame, il caldo della pianura ferrarese esalta lo squallore e il piattume d’un’estate povera e misera in campagna. L’unica boccata d’aria fresca, in queste contrade, la lascia il treno che porta a Bologna mentre taglia la distesa d’erba umida e putrida. Le parallele infinite e nere della ferrovia, dall’alto del castello della locomotiva, paion quasi fiumi di acciaio sempre attraversati da piccoli e prepotenti ponti di legno di traversine. A guardarle sotto il solleone, mentre la caldaia è in pressione e il vapore stantuffa fumo e potenza alle ruote, si dimentica per un momento la bestiale fatica, il caldo d’inferno e la sete cronica: si fantastica, si pensa ai signori di prima che vanno in villeggiatura, alle fresche ville di montagna e alle rigogliose tenute balneari della buona borghesia operosa e ligia che costruisce il futuro e prepara il Novecento. L’estate del 1893 non fa eccezione. Quanti convogli sfrecciano sotto il naso scuro di carbone di Pietro Rigosi, macchinista di 28 anni delle Ferrovie Italiane, di servizio alla stazione di Poggio. Tra una palata e un’altra scorge ogni tanto il nero delle palandrane e l’arcobaleno dei vestiti femminili, i baffi a manubrio e le parure delle signore che vanno al mare o in collina. Pietro ha una moglie e due figlie, ma in vacanza non va: 75 lire di salario bastano appena per arrivare a fine mese, nonostante gli capiti di alimentare la caldaia per venti, trenta, quaranta ore consecutive. Quintali di combustibile e migliaia di bestemmie, tra sfruttamento e voglia di ribellione: la rabbia cova nel caldo della frustrazione e cresce insieme alla consapevolezza di un’idea, quella anarchica, che all’agonia dell’Ottocento è diffusa come la miseria tra i proletari del Regno di Sua Maestà Umberto I. Pietro matura un piano, e con virile decisione lo porta a compimento nel pomeriggio del 20 luglio 1893. Sui binari è in sosta un convoglio-merci, il 1343: il macchinista è sceso, lasciando la locomotiva 3541 alle gelose cure del personale di servizio. Rigosi stacca la trattrice dal resto dei vagoni, aziona le leve e parte. Vuole arrivare a Bologna a tutta forza, e fare una strage.

Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura

Prima di Marinetti il macchinista inventa con la sua carne il verbo e l’azione del Futurismo più vero e sublime. Lo sfruttato è divenuto una bomba umana, s’è fuso con l’acciaio e la lamiera e il vapore della locomotiva rombante. Guarda con occhio febbrile e spietato il caleidoscopio di colori che la velocità gli consegna, la campagna piena di emarginati miserabili come lui, schiacciati dall’oppressione dei pochi che tutto possiedono. Ride, e grida forte Rigosi quando passa un casello e supera una stazione: a chi gli implora di fermarsi, di non fare pazzie, risponde ridendo e indicando con il dito avanti, avanti, verso i padroni e la morte. Come tutti gli idealisti, però, Pietro non ha fatto i conti con il progresso, unica divinità di questa fin de siecle. Il telegrafo ha infatti già avvertito Bologna, e da Bologna s’è già provveduto a neutralizzare quel pazzo, a cestinare la sua insolente provocazione da pezzente su un binario morto.

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La vicenda di Pietro Rigosi riportata da La Gazzetta Piemontese del 22 luglio 1893

Avvicinatosi il momento della sciagura, il macchinista anarchico abbandona il posto di conduzione e si pone sotto il fanale, all’estrema propaggine della macchina, girandosi di schiena per dare un ultimo e irriverente saluto di scherno alla vita. A cinquanta chilometri all’ora- velocità per quei tempi folle- il mostro scuro che pompa vapore si schianta su un treno fermo con un boato tremendo, un collasso sanguinoso di illusioni e morte. Rigosi viene sbalzato dall’impatto, schiacciato tra la sua locomotiva e- somma ingiuria del Destino- ad una vettura di prima classe. Pur in condizioni disperate, sopravvive con una gamba in meno e il viso deturpato. Rifiuterà sempre di fornire spiegazioni, trincerandosi dietro un mutismo sigillato da una frase da epitaffio

Che importa morire? Meglio morire che essere legato

La Storia si dimenticherà presto di questa vicenda, relegata a gesto d’un folle per comoda e ipocrita contingenza narrativa; Rigosi scomparirà nell’oblio senza lasciar tracce, foto o memorie. Dovrà venire il genio e la passione d’un grande artista del Novecento, appassionato cantore e strapaesano frequentatore d’osterie, per riportare la vicenda entro la giusta cornice d’attenzione e memoria. Occorreva Francesco Guccini per trasporre in musica la tragedia della disperazione di Rigosi nell’immortale ballata La Locomotiva. Sorte benigna per uno sfortunato e emblematico campione dello sfruttamento proletario, oggi più che mai attuale e drammaticamente contemporaneo.