di Anna Bozzetto

L’imperatore bizantino Giustiniano mirava a unificare Oriente e Occidente sotto il suo trono. Il suo disegno prevedeva anche l’unificazione religiosa, con l’eliminazione di tutti i culti diversi dal cristianesimo niceno. Nel 535 l’assassinio di Amalasunta, figlia di Teodorico, per mano del cugino Teodato fornì a Giustiniano il pretesto per iniziare la guerra contro i Goti. I Goti erano “eretici” in quanto devoti al cristianesimo ariano: questo bastò per farne dei nemici da annientare.

Totila entrò nello scenario della Guerra Gotica nel 541, quando i Goti lo scelsero come loro sovrano. Secondo Procopio di Cesarea, cronista a servizio dei Bizantini, questo re manifestò la sua umanità verso le donne di Cuma, risparmiate dalle violenze del suo esercito e verso la popolazione di Napoli, da lui addirittura sfamata dopo l’assedio. Punì con la morte un soldato goto che aveva violentato la figlia adolescente di un cittadino. Prese Spoleto, Fermo e Ascoli con trattative, senza spargere sangue. Solo Tivoli subì il massacro dei suoi cittadini. Procopio non attribuisce però questa strage a un ordine di Totila: i soldati locali, in lite con quelli imperiali, invitarono un contingente di Goti accampato nelle vicinanze a entrare in città nottetempo. Il contingente entrò e non risparmiò nessuno. Quando poi prese Roma, sia nel 546 che nel 550, Totila non infierì sui cittadini. Nel 546, dopo la supplica del diacono Pelagio, fermò le violenze sui civili, impedì ai Goti di linciare la vedova di Boezio e di far oltraggio a qualsiasi donna. Riguardo alla conquista del 550, Procopio non parla di stragi di civili, ma del tentativo di conciliare Goti e Romani fatto da Totila: «Quanto a Roma, Totila non volle né distruggerla né abbandonarla a se stessa perché aveva intenzione di popolarla con Goti e Romani insieme». In definitiva, l’umanità di Totila verso la popolazione spicca davanti alle stragi sistematiche compiute dai mercenari bizantini: «Gli Italici venivano derubati dei loro beni dall’esercito dell’imperatore e capitava loro di subire violenze fisiche e di venire uccisi senza alcun motivo». Procopio riporta anche episodi in cui Totila punì duramente alcuni individui. Questi castighi non sono tuttavia da attribuire a un’indole crudele del sovrano, ma all’idea d’onore del tempo. Così, Totila mise a morte il bizantino Isace, reo della morte del suo amico Roderico, perché vendicare un amico ucciso era un obbligo d’onore.Fece giustiziare l’unno Calazar, comandante della guarnigione di Rossano, per aver finto di trattare la resa. Tuttavia, il sovrano diede la libertà ai soldati di Calazar. E se Totila fece mutilare il chierico Valentino, fu per la particolare gravità delle menzogne dette nel corso dell’interrogatorio.

Infine, Procopio si rammarica per la fine tragica di Totila nella battaglia di Busta Gallorum (anno 552), che vide la vittoria del generale bizantino Narsete. Scrive infatti che quella morte «non fu degna delle sue passate imprese» e «non coronò i suoi meriti».Purtroppo, non fu solo la morte a non coronare i meriti di questo sovrano. Appena Giustiniano conquistò l’Italia, iniziò la campagna di demonizzazione del re goto da parte della storiografia bizantina. L’Auctarium, redatto da un anonimo Continuator, presenta Totila come un distruttore di città e un uccisore di civili inermi. Contrariamente a Procopio, gli imputa il massacro degli abitanti di Fermo e di Ascoli e la distruzione di Napoli e di Spoleto. Sulla falsariga dell’Auctarium, Jordanes scriverà che Totila fu re per la sciagura dell’Italia. E seguendo Jordanes, si è ritenuto Totila una disgrazia per l’Italia in quanto unico colpevole di un  decennio di guerra senza tener conto di tutte le volte in cui il re goto mandò ambascerie di pace a Giustiniano, sempre respinte dall’imperatore, il quale arrivò persino a dire ai messi di avere in odio i Goti e di volerli cancellare dall’impero. Nella sua ottica, infatti, Totila era un usurpatore e un eretico a cui muovere guerra a oltranza. Ma il peggio per la memoria di Totila doveva ancora venire. Nei Dialoghi di papa Gregorio Magno, scritti attorno al 594, Totila è il perfidus rex,  simbolo della malvagità e del male. Getta in pasto a un orso il vescovo Cerbonio che ammansisce la belva e lega sotto il sole il vescovo Fulgenzio, ma giunge un temporale ad alleviare la calura. Ordina a un generale di scorticare e decapitare il vescovo di Perugia Ercolano, la cui testa e la cui pelle si riattaccano al cadavere rimasto intatto per ben quaranta giorni. Totila traveste da re un suo scudiero e si reca all’abbazia camuffato da soldato per mettere alla prova San Benedetto. Il monaco però lo riconosce, gli rimprovera il “molto male” compiuto e gli profetizza la morte al decimo anno di regno, terrorizzandolo.

Questa ostilità al re dei Goti si spiega con la provenienza di Gregorio Magno  all’aristocrazia senatoria. E l’aristocrazia senatoria fu impoverita dalla riforma agraria di Totila5 e privata delle sue prerogative perché filobizantina. E, soprattutto, Totila era inviso a Gregorio Magno perché aveva fede nell’eresia di Ario. Infatti, secondo il de Lubac, Gregorio Magno, nel chiamare Totila “perfidus rex”, usa l’aggettivo perfidus come sinonimo dieretico. Vinay tratta i Dialoghi come una mera opera letteraria e dottrinale di Gregorio Magno. Quindi, il Totila dei Dialoghi ha il ruolo di personaggio simbolico: è l’eretico avversario della Vera Fede rappresentata da Benedetto e dai vescovi. Le agiografie medievali, scritte vari secoli dopo la morte di Totila, esasperano questa visione demoniaca del sovrano goto. Spesso è evidente che il Totila rappresentato in esse non è un personaggio storico ma una rappresentazione del Male.In molte agiografie, Totila è persino confuso con Attila. Anche il Villani, nella sua Cronaca confonde Totila con Attila e gli attribuisce, oltre all’assassinio del fratello, svariati martirii e una distruzione di Firenze storicamente non avvenuta al tempo della guerra gotica.Così, per oltre quattordici secoli, questo personaggio è stato vittima di un’ingiustizia storica.