di Matteo Mollisi

Nei primi anni Novanta del Settecento, il principe di Talleyrand-Périgord, rampollo di una delle casate più nobili di Francia, non ha ancora 40 anni, ma la sua esistenza sembra già recare le stimmate del suo senso intrinseco: già essa è marchiata da parte e controparte, dal volto manifesto e dal suo umbratile rovescio, dalla fluida e disinvolta ricerca della maschera più lucida. Talleyrand infatti è già stato ecclesiastico, senza vocazione, e libertino, senza rimorso, ma soprattutto anticlericale, favorevole alla nazionalizzazione dei beni ecclesiastici e alla costituzione civile del clero. È stato la Chiesa ormai erosa ed instabile, e il suo zelante demolitore; è stato la Tradizione, il passato rinnegato, il consunto régime di un tempo ricacciato lontano, e allo stesso tempo il futuro imposto dal progresso. In quel periodo, l’avvenire profila una Francia incerta e che in poco tempo conoscerà lo sfregio, come le pagine sulle quali gli scrittori abbozzano le identità dei loro personaggi, ammucchiando su di esse le cancellature che testimoniano i troppi ripensamenti e gli aggiustamenti infiniti. Nei decenni successivi si avvicenderanno la deriva rivoluzionaria, l’Impero trionfatore, l’Impero prostrato, il mal del secolo, la Restaurazione. Potenzialmente, in Talleyrand vi è già tutta la Francia, determinazione e negazione costante di se stessa.

Talleyrand assemblò le molteplici sagome del suo Paese, e lo fece con quella spregiudicatezza che gli attirò i biasimi o le lodi, ma mai l’indifferenza, di ogni individuo che con la figura e il destino della Francia dovette confrontarsi. Gli Stati Generali, i governi post-rivoluzionari, l’Impero napoleonico, il congresso di Vienna, i Borbone: frammenti di eterogeneità estrema, accomunati solamente dall’essere parte della storia della Francia, della storia dell’Europa, della Storia; frammenti di eterogeneità estrema se indagati dallo sguardo dell’Ideale, per sua natura portato a discernere, ad escludere, a delimitare e determinare: non se li si guarda con gli occhi di Talleyrand, in grado di riconoscerli come un insieme perfettamente coerente, e di ricondurli ad un contesto preciso: il suo.

Il diavolo zoppo fece e disfece la Francia, a suo piacimento, o a piacimento degli altri. Intento a scambiare epistole con Luigi XVI in pieno fermento rivoluzionario, fu trattenuto a causa di questo in un soggiorno forzato a Londra, dove si era recato per affari diplomatici. Poco tempo dopo, ricomparve in patria nella veste di ministro degli esteri, carica dalla quale si dimise nel 1799. Ma a due mesi dalle dimissioni rientrò in gioco, andando a ricoprire lo stesso ruolo, stavolta per conto di Napoleone, in seguito al colpo di stato; da lì occupò per anni i più importanti tavoli politici d’Europa, dipanatore di intrighi diplomatici; prese a flirtare con lo Zar e ad ingraziarsi i Borbone quando il crepuscolo di Napoleone si profilava all’orizzonte, un attimo prima che il mondo se ne accorgesse. Negli anni della Restaurazione, dialogò con Metternich e riuscì ad imporre nelle stanze viennesi il Principio di Legittimità, salvando la faccia di una Francia ormai senza facce, volto che sembrava irrimediabilmente deturpato dopo Waterloo. Se la Francia riuscì a non uscire umiliata dal Congresso, fu merito del suo diabolico diplomatico.

Il personaggio Talleyrand lasciò dietro di sé una nutrita serie di giudizi e sentenze, alcune famose. Il conte di Mirabeau disse di lui: “per un po’ di denaro, si venderebbe l’anima, e avrebbe ragione, perché scambierebbe il proprio letame con dell’oro”. Napoleone lo definì “sterco in un guanto di seta”. Anche Chateaubriand lo biasimava. Diplomatici di ogni terra non si fecero scrupoli nel sottolineare la tendenza all’inganno disilluso e al machiavellismo, la presunta immoralità e l’ambizione smisurata di un uomo che definiva la politica come una questione di cinismo e che non ebbe problemi nell’affermare: “desidero che nei secoli si continui a discutere di quello che sono stato, di ciò che ho pensato e voluto”. Ma cosa ha realmente voluto Charles Maurice de Talleyrand-Périgord? Di che sostanza è fatta la sua indiscutibile grandezza? Forse di un ibrido, di un composto malleabile e ostinato, capace di aderire con efficacia ad ogni capriccio della Storia, e di riverberare nell’ombra? Quale fu la sua identità? Vi fu un’identità nell’animo del diavolo zoppo?

Nella Fenomenologia hegeliana, l’uomo religioso, per dare tutto se stesso a Dio, per far parlare Dio, è costretto ad annullare la propria identità: è lo scacco della coscienza religiosa, che rivela l’incompatibilità dell’uomo con l’Intransmutabile. O Dio o l’uomo. Nell’etica (non teologica) di Plotino si ravvisa un problema del genere. La questione non è solamente teologica, ma metafisico-antropologica: l’identità individuale è incompatibile con l’Assoluto? Il Dio di Talleyrand, o il suo Assoluto, fu la Storia, e Talleyrand fu il suo servo: la sua identità fu composta da più identità; il suo essere politico, il suo essere uomo, sembrano essere animati dall’impeto di trascendere la contingenza, la parzialità: egli volle essere trasvalutazione personificata, quasi malcelata illusione di immortalità. In questo senso, forse, va spiegata la sua ambizione, di fronte alla quale quella proverbiale di Napoleone appare quasi ingenua, bidimensionale. Talleyrand fu un archetipo del nichilismo: non lo fu nella teoria, ma nella prassi, più di chiunque altro. La sua stessa esistenza sembra avere lo scopo di farsi beffe della morale, degli ideali, dei valori, di sfidare il Tempo: egli attraversò e assecondò la Storia, e lo fece con la docilità ambigua di chi si piega ai fatti, di chi vive i fatti, poiché sono i fatti stessi, col loro flusso contorto e indefinito, ad essere ambigui.