La strada si scalda. La strada si agita. Dal nord soffia un vento di rivolta. La Polonia infonde coraggio, il riabilitato Władysław Gomułka fa credere che una via polacca al socialismo, indipendente e nazionale, sia possibile. I vicini vengono contagiati dall’illusione. Per l’URSS, centro decisionale, militare e politico di tutto il mondo orientale rosso, c’è il pericolo di un devastante effetto domino. In lunghe e notturne riunioni del Politburo, l’aria delle sale del Cremlino è impregnata dalla nebbia di sigarette e dal nervosismo. Il sistema è incrinato, le crepe si diffondono ad occidente, alla periferia dell’impero. Gli studenti ungheresi dell’Università di Tecnologia e di Economia scendono in piazza, il momento è maturo, credono. Hanno stilato un manifesto: vogliono processare lo stalinista Mátyás Rákosi, fedele e feroce mastino di Mosca e realizzatore della “strategia del salame” (eliminare oppositori e rivali al trono di viceré dei territori sovietici magiari uno alla volta, cioè tagliare il salame una fetta alla volta), vogliono elezioni, vogliono che l’Armata Rossa si tolga dai piedi, vogliono Imre Nagy come primo ministro. Chiedono il cambiamento, otterranno piombo. Vicino al ponte Margaret che collega Buda con Pest, una folla di 20.000 studenti e intellettuali si raduna sotto la statua di Józef Bem, rivoluzionario ed eroe dei moti del 1848; è pomeriggio, ad ogni minuto la folla s’ingrossa di altri cittadini; nell’aria euforia e desiderio di lotta, si alzano canti patriottici, la moltitudine attraversa il Danubio in direzione del Parlamento, imponente e neogotico; dalle case, dai palazzi, dalle strade laterali, altri s’aggiungono, la protesta si fa imponente, da 20.000, i manifestanti decuplicano, ora sono 200.000. Imre Nagy è acclamato, Imre Nagy tenta di accontentare il popolo. Pronuncia però un discorso debole, tentennante, non mostra il polso che la gente s’aspettava. Fischi. Si fa sera, il crepuscolo fa precipitare la situazione, rapidamente. Il potere, terrorizzato, perde la calma.

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Imre Nagy

Il luogotenente di Rákosi, il Primo Segretario Ernő Gerő, discepolo della linea dura della vecchia scuola stalinista, sfuria alla radio nazionale, condanna senza mezzi termini la piazza e minaccia gli studenti. Boati di protesta. Ore 20.00 spaccate, siamo al minuto 00:00 di una rivolta; osserviamo come una moltitudine di arrabbiati varchi quella linea di confine tra manifestazione pacifica e insurrezione. Quello che stiamo per vedere, Signori Lettori, è una rivoluzione. I fatti si susseguono veloci, il ritmo degli eventi deve essere incalzante, nevrotico, a perdifiato. Non può essere diversamente. I drappelli di soldati ungheresi, chiamati a presidiare l’agitazione, dai bordi della calca si fanno avanti, non per reprimere, ma per partecipare. Strappano dai loro berretti la stella rossa, la gettano in terra. I tricolori rosso-bianco-verde a bande orizzontali sono forati, lo stemma con la stella rossa è pezza che brucia nei tanti falò della sera di Budapest. La bandiera dell’Ungheria ha il buco in mezzo: nasce un simbolo, il vessillo con il buco. Intanto la fiumana, provocata dall’odiosa voce di Gerő, ha da sfogarsi, si guarda attorno, laggiù!

Buttiamo giù Stalin!

Al parco Városliget, nella piazza degli Eroi, giganteggia la statua baffuta di 12 metri in bronzo, fissata su un piedistallo in marmo, del dittatore georgiano. Sorride beffardo, il vecchio. Gli studenti legano un cappio al collo bronzeo e assicurano la corda ad un camion che parte sgommando per tirare giù il colosso, ma niente, la fune si spezza, l’uomo d’acciaio rimane in piedi, maledetto. La folla si apre tra gli applausi, arrivano da una fabbrica metallurgica di Pest operai ben forniti di fiamme ossidriche e si mettono subito all’opera. Spostatevi da lì, cade! Uno schianto fa tremare tutto il centro di Budapest, il gigante precipita sul selciato nell’ovazione generale, il gigante Stalin di 12 metri è decapitato, l’eccitazione è totale, i ragazzi si galvanizzano, è il gong della rivoluzione.

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La testa decapitata dall’ira della Rivoluzione giace sul selciato tra i frizzi e i lazzi della popolazione

La libreria filo-russa Horizon viene devastata, volano in strada pagine di libri, gli scaffali sono rovesciati, i testi della propaganda sono calpestati e bruciati. L’eccitazione aumenta, sempre più pericolosa. Marciano i rivoltosi verso il palazzo della radio in via Ulloi. Cominciano i guai seri. Dalle finestre non ci sono solo impiegati spaventati. Militi della AVH o AVO, la temuta e odiata polizia segreta dal colleto blu, guardano di sotto. Squadre prendono posizione sul tetto, sono armate pesantemente, da casse di legno marchiate in cirillico le mani afferrano nuovissimi fucili d’assalto AK-47 chiamati kalashnikov – Avtomat Kalašnikova in onore del padre della celebre sputafuoco, l’ingegner Michail Timofeevič Kalašnikov. Quel ferro, affidabile e robusto, sarà imbracciato da milioni di soldati in tutte le guerra e guerriglie del pianeta. Ancora oggi usatissimo, fa a Budapest ’56 una delle sue prime apparizioni storiche. Una delegazione di manifestanti chiede all’ingresso della Radio di entrare e di poter leggere alla nazione il loro manifesto in 16 punti. Va bene, è concesso. Appena entrati finiscono al pavimento con le canne dei mitra sulla testa, sono arrestati immediatamente. Ma fuori non ci stanno, liberateli subito! La calca si stringe attorno ai muri del palazzo della Radio … un raffica dall’alto … un’altra raffica … eco di spari in via Rakocsi, grida … la folla non è più compatta, è come lanciare un cerino acceso in un formicaio, migliaia di persone terrorizzate fuggono al riparo nelle vie limitrofe, in terra rimangono le prime vittime della rivoluzione.

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Blindato in fiamme tra le strade di Budapest

La situazione precipita. Frastuono dal fondo della strada, vibrano le vetrine dei negozi su cui hanno scritto con la vernice bianca: Ruszkik haza! Russi a casa! Gli agenti dell’AVO, asserragliati con il colpo in canna alla Radio, avvistano l’avvicinarsi di una colonna militare, composta da 14 carri armati e 17 camion stipati di soldati in assetto da battaglia. Arrivano i rinforzi, pensano a torto quelli della polizia segreta. Ma i soldati ungheresi si fermano, si rifiutano di sparare, dalla torretta di un carro esce un colonnello tra gli applausi. Ora non è solo più il regime a far fuoco contro la piazza; la piazza reagisce facendo fuoco contro il regime. Dalla fabbrica della United Lamp di Csepel, gli operai hanno portato un carico di armi e munizioni: sì, perché gli stabilimenti industriali di Pest son ben forniti di armi leggere, gli operai sono difatti inquadrati in milizie paramilitari come accadeva nell’URSS della guerra mondiale, e anche gli studenti masticano un poco di tecnica bellica perché formati dai programmi di difesa imposti dai sovietici. I russi hanno armato i propri nemici. I civili caricano i fucili e imparano svelti a manovrare mitragliatrici. È ormai notte, crepitio di mitra tra le gole urbane degli edifici cittadini, carcasse di auto della polizia bruciano capottate in mezzo ai viali, le rastrelliere delle stazioni delle forze dell’ordine sono saccheggiate, nessuno dorme più a Budapest. La tensione nei palazzi del potere della capitale è estrema. Al Cremlino decidono di spegnere l’incendio in due mosse: una politica, concedendo il potere a Nagy, e l’altra di natura militare.

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Studenti e operai, armi alla mano, si coprono dal fuoco dei cecchini

Partono in volo due emissari della Roma Rossa, verso la provincia ribelle, Anastas Ivanovič Mikojan (per la linea morbida) e Michail Andreevič Suslov (per la linea dura). Nel frattempo, l’orecchio dell’ ambasciatore sovietico Jurij Andropov (poi diventato Direttore del KGB e nel 1982 Segretario generale dell’URSS) è da ore che cuoce alla cornetta del telefono con la linea diretta con Mosca, e all’altro capo, il ministro della difesa russo Georgij “Uragano” Žukov, una vecchia conoscenza della seconda guerra mondiale. Quando vede il bicchiere tremare sul tavolo delle riunioni, l’ambasciatore riattacca e si avvicina alla finestra. Ore 2:00 del mattino, dalle colline, un centinaio di carri pesanti Iosif Stalin e T-34 sta penetrando in città. È in atto il piano sovietico di controrivoluzione. In viale Tanacs, i cannoni sparano ad ogni finestra illuminata. Non è più sommossa, ora è battaglia notturna, come nel terribile e gelido febbraio di undici anni prima, negli scontri furibondi tra Waffen SS e Armata Rossa tra le rovine di Buda. Il Danubio è di nuovo illuminato dalle fiamme della guerra.

 Avanti ragazzi di Buda,

avanti ragazzi di Pest,

studenti, braccianti, operai

il sole non sorge più ad Est!

È tutto confuso e disordinato. La resistenza è tenace e le barricate sono alte. I vecchi residuati bellici T-34 sono molto vulnerabili alle rudimentali molotov. Gli ordini alle truppe sovietiche arrivano tardi e contraddittori. Non si capisce nulla. Quando i delegati di Chruščëv giungono all’aeroporto, atterrano nell’occhio del ciclone, il loro corteo blindato attraversa una metropoli surreale, già alcuni carri della gloriosa Armata Rossa bruciano nelle strade ottocentesche. Il giorno fa luce su quanto per ora accaduto. Strano, quei russi da tanto tempo di stanza in Ungheria, chiamati a reprimere i moti, talvolta solidarizzano con gli insorti. I russi delle caserme ungheresi infatti, hanno in molti casi stretto amicizia con la popolazione. Non sembrano molto determinati. Regna l’indisciplina: la truppa è mal nutrita, i reparti logistici funzionano da schifo, di nascosto si barattano armi d’assalto in cambio di cibo. Tocca allora ai boia dell’AVO fare la parte dei cattivi: sparano dai tetti, ma quando vengono acciuffati dalla folla inferocita, beh Signori, la loro fine è orribile, come potete immaginare. AVO/AVH: delazione, processi farsa, minacce, furti, torture, fucilazioni sommarie, ferocia. È da anni che gli aguzzini di stato si impegnano a farsi odiare. Sanguinaria resa dei conti con gli inquilini della “Casa del Terrore” al numero 60 di Andrássy út. Dalla capitale, l’incendio dell’insurrezione si propaga nel resto del paese, violentemente. A Magyarovar la polizia di regime spara sulla gente, ammazzando 90 civili. Ma è Budapest, l’epicentro della lotta e della storia. Il colonnello Pál Maléter, comandante della divisione corazzata magiara di guardia nella capitale, è chiamato a reprimere la piazza. Con cinque carri si dirige verso il cinema Corvin, tana di rivoltosi, per riportare l’ordine. Nella zona si sparano accanitamente studenti e russi. Maléter sceglie di passare dalla parte dei suoi concittadini, diventando uno dei capi della rivoluzione. Alcune migliaia di ribelli entrano alla caserma Kilian per saccheggiare i depositi di armi, i tre battaglioni di genieri non oppongono resistenza, anzi, alcuni soldati si uniscono alla lotta. La questura è assediata, stanno per entrare, tirano sulla facciata, già si sentono le urla degli insorti per le scale. Dal megafono intimano di esporre il tricolore forato. Nello studio del questore capo, Sándor Kopácsi, un gruppo di ufficiali è in piedi davanti alla sua scrivania.

Compagno questore, che facciamo?Gli chiedono.

 Già … che facciamo?Borbotta il questore capo.

Kopácsi si alza dalla sedia, gira le manopole della vecchia cassaforte asburgica. Tira fuori una cartella con l’intestazione del Ministero degli Interni. “Piano M” c’è scritto in grandi lettere sulla cartella. Il questore toglie i 5 sigilli grandi e i 14 sigilli piccoli alla busta segretissima. Il questore capo legge, alza la testa, guarda sconsolato i suoi uomini. Il “Piano M” dice di resistere a tutti costi: fare affidamento sulle riserve strategiche dell’edificio, cioè sulle 20 mitragliatrici pesanti, sugli 80 fucili automatici, su divise, cibo, munizioni e sigarette per resistere ad un lungo assedio. Il capo si volta verso il tavolo su cui sono poste le vere riserve strategiche della questura: quattro vecchi moschetti Mosin-Nagant e due cassette di mele. Benché comunista convinto, Sándor Kopácsi non è più sicuro di sapere chi siano gli amici e chi i nemici. Ordina di rimuovere la falce e il martello dalla bandiera, e di esporre il nuovo vessillo nazionale. I rivoltosi stanno vincendo, incredibile, stanno battendo la gloriosa Armata Rossa. Gli sgherri dell’AVO hanno le ore contate, a bordo di auto nere impazzite e spinte a tutta birra, gli agenti con abiti civili tentano sortite disperate sparando come matti. Carambola di auto, schianti contro le barricate, capottamenti di lamiere ridotte colabrodo come gli uomini a bordo. La conta delle vittime in questa prima fase è di 1000 caduti da parte ungherese e 500 circa da parte russa. Nagy tratta con i sovietici il cessate il fuoco e il ritiro dal paese delle forze straniere. Sembrerebbe un lieto fine. Ma …

Il Ma arriva dall’esterno. È un “Ma” di malasorte. È il “Ma” d’Egitto. Ora facciamo attenzione. Nostra Signora Storia sa essere imprevedibile, capricciosa, pestifera. Negli stessi giorni in cui si svolgono gli importantissimi fatti d’Ungheria, un altro episodio di portata mondiale irrompe nella scena internazionale. In Sinai, il 29 ottobre 1956, Israele dà l’inizio alle danze in quella che verrà ricordata come la crisi di Suez. Commandos britannici e parà francesi combattono a Porto Said, contro l’esercito egiziano di Nasser. In gioco c’è il controllo del canale di Suez, Londra e Parigi, cocciute, tentano fallendo di riportare indietro l’orologio del tempo, e di imporsi nel Mediterraneo con rinnovato e arrogante spirito colonialista, ormai da relegare nel passato. Due eventi storici si contendono l’attenzione del mondo. La Signora Storia quell’autunno di 60 anni fa ha voglia di esagerare. L’affare ungherese perde di peso, la resistenza ne viene danneggiata, l’Ovest ha altri gravi ed imbarazzanti grattacapi, e al di là dei proclami politici di rito, Washington ben si guarda dall’intervenire nelle faccende oltre la Cortina di ferro, gli americani lo considerano un problema strettamente russo, quasi interno all’URSS, qualsiasi concreto aiuto militare farebbe scattare una spaventosa escalation verso la terza guerra mondiale, e il suicidio nucleare della Terra. Gli ungheresi sono da soli, Chruščëv sorride davanti alla scacchiera geopolitica, muove torri, cavalli, alfieri, circondando il re magiaro. L’inganno è ben confezionato. I sovietici trattano il ritiro, Nagy è fiducioso: presto l’Ungheria sarà libera, socialista, neutrale. I carri armati con la stella rossa lasciano Budapest, sembra davvero l’alba di una nazione ritrovata e l’autodeterminazione di un popolo. È un trucco. Strani movimenti di truppe al confine: stanno uscendo o stanno entrando? L’ambasciatore Andropov rassicura:

State tranquilli, si tratta solo di manovre tecniche per lasciare i vostri territori con ordine

Bugia. I generali di Chruščëv sono davanti alle mappe militari, sta per iniziare l’invasione con l’operazione “Turbine”. Tradimenti. KGB in azione. Arresti nella notte. I telefoni squillano a vuoto. Sparizioni di uomini chiave. Una tempesta sta per scatenarsi su Budapest. Una spaventosa forza d’invasione è alle porte, 200.000 soldati e 4.000 carri armati attaccano. L’armamento è migliore, ora i russi sono dotati di moderni T-54 e non più di residuati della seconda guerra mondiale. E non c’è più il rischio che queste nuove truppe solidarizzino con la popolazione. Questi son qui per reprimere e schiacciare senza pietà.

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La reazione sovietica. I temibili carri T-54 sfilano minacciosi tra le vie sconvolte della Capitale

4 novembre, l’Armata Rossa opta per una strategia classica di guerra, come se si trovasse in un conflitto su vasta scala; per preparare il terreno alla penetrazione via terra, combina il fuoco dell’artiglieria appostata sulla collina Gellert con l’azione dei Mig. Alle prime luci dell’alba, i carri e i blindati per il trasporto delle truppe d’assalto della Guardia occupano i punti nevralgici come i ponti sul Danubio, le centrali elettriche, le sedi del Partito, le stazioni ferroviare, l’aeroporto, le piazze antistanti i palazzi governativi. Stazionano agli angoli dei corsi principali, come abnormi scarabei guardinghi. Silenzio. Una prima raffica solitaria. Silenzio. Un’altra raffica più vicina. Silenzio. Due raffiche in simultanea. Se ne aggiunge una terza, più lunga. E ad una quarta, ne seguono altre cento, altre mille. Per giorni non c’è più silenzio, ma raffiche furiose. I combattimenti esplodono feroci. In quei primi giorni di novembre una grande battaglia viene combattuta nell’Europa del tempo di pace. I russi schierano tecnologia, potenza, numero. Agli insorti non resta che fare affidamento sull’improvvisazione e sul proprio coraggio. Scendiamo in strada, corriamo assieme ai nuovi ragazzi della via Pál in lotta contro le rivali Camicie rosse. Davide contro Golia. Carcasse di tram sono rovesciate per ostacolare i T-54, mentre dai tetti i cecchini aspettano che qualche incauto Ivan metta fuori la testa dalla torretta corazzata del proprio mezzo per fargliela saltare. Le comunicazioni ribelli tra un settore e l’altro avvengono sotterranee; gli ungheresi utilizzano le fogne e sbucano dai tombini sotto gli stivali del nemico. Contro i carri si deve agire d’astuzia. Con l’incoscienza che solo i disperati possono avere, piccole squadre fanno da esca, si fanno avvistare, si fanno inseguire e  attirano un mezzo nemico in una via isolata, allora un guastatore dalle gambe leste corre come il vento a zig zag sfidando le sventagliate di mitragliatrice e blocca i cingoli con una barra d’acciaio che resiste per pochi secondi, ma è quanto basta affinché un compagno si avvicini furtivo da dietro con una molotov in mano e la scagli sui serbatoi di benzina sul retro del carro.

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T-54 distrutto dalle molotov ungheresi. Due giovanissimi rivoluzionari osservano il campo di battaglia

Tecnica simile a quella del cul-de-sac: il carro armato insegue le squadre ribelli come un mostro cingolato contro nanerottoli insignificanti ma viene intrappolato in un vicolo cieco. Prima di azionare la retro, dai balconi e dalle finestre, pioggia di bombe incendiarie. Sul manto stradale vengono rovesciati bidoni di sapone liquido e srotolate balle di seta impregnate di olio. Poi ci si gode lo spettacolo di quei giganti d’acciaio che scivolano e girano su se stessi, in pazze giostre che finiscono contro i muri, incastrati. I T-54 fanno fuoco contro le postazioni di mitragliatrici nei crocicchi, contro i balconi rinforzati dai sacchi di sabbia, contro le finestre, in alto, in basso, ad altezza uomo, contro tutto quello che si muove. Sembrano invincibili, ma capita che vengano battuti con trucchi da bambino. Una formazione di blindati s’arresta d’improvviso in Viale Lenin, che diavolo sono quelle? Mine anticarro? In realtà basta una fila di scodelle rovesciate per stoppare una colonna intera della Guardia. Anche tra un edificio e l’altro vengono issate delle semplici casseruole penzolanti sulle vie: sembrano mine aeree, ma sono solo utensili presi in prestito dalle cucine delle massaie di Budapest. L’importante è bloccare quei mostri per poi prenderli di mira con le bombe, e se gli equipaggi se la svignano ci pensano le pistole mitragliatrici Shpagin a finire il lavoro.

Di notte, un ribelle con la divisa presa dal cadavere di un fuciliere russo si avvicina ad un carro. Bussa allo sportello. Gli incauti aprono, ricevono in regalo una bomba a mano che li maciulla. Addirittura, si usa la corrente elettrica come arma mortale. Al passaggio di un carro, fanno cadere i cavi dell’alta tensione delle linee tranviarie, per folgorare e friggere gli occupanti. I sovietici hanno paura a mettere il naso fuori dalle loro fortezze su ruota, e allora adottano le tattiche delle grandi battaglie degli anni ’40: semplicemente, se hanno solo il sospetto che in un edificio si possa celare una qualche minaccia, lo radono al suolo con tutta la potenza di fuoco di cui dispongono, anche d’artiglieria e aerea. Gli ungheresi non possono resistere a lungo contro l’esercito più possente del mondo. Combattono tenacemente, ma muoiono e perdono. Le strade di Budapest sono intasate da rottami fumanti, i cadaveri giacciono abbandonati sui marciapiedi, gli incendi fuori controllo sono ovunque, le facciate del Parlamento, del Partito, della Radio, delle caserme e dei giornali sono sforacchiate da migliaia e migliaia di buchi di proiettile. La rivolta è schiacciata. Rovine.

Anche il nostro grande Indro Montanelli si trova in quei giorni di sangue e passione nelle strade di Budapest. I suoi reportage per il Corriere della Sera dei giorni ungheresi sono adesso documenti storici. Ci spiega benissimo, da vero anticonformista, la natura stessa di quella rivoluzione. Non va a compiacere né la sinistra comunista, né tantomeno la destra liberale, anzi, prende a ceffoni tutti quanti. La sua spiegazione storica va contro tutti: contro i filosovietici del PCI che vorrebbero quei ragazzi come neofascisti, reazionari aristocratici, latifondisti e baroni, servi degli USA, agenti CIA ma anche contro i buoni borghesi filoamericani che avrebbero voluto vedere sulle barricate partigiani delle libertà economiche, guerriglieri del consumo negato, eroici anticomunisti o nobili cavalieri magiari con le giacche di tweed. No, sulle barricate ci sono giovani studenti e operai. Non combattono di certo per frigoriferi e televisori, combattono piuttosto per una via nazionale e indipendente al socialismo. Non più colonia dell’URSS, ma nazione d’Ungheria sovrana. Quegli studenti, intellettuali, operai e contadini sono comunisti che si battono per un comunismo diverso, indipendente, deciso da loro, dagli ungheresi.

Montanelli nel 1956 scrive e ci tramanda:

La Storia non va avanti a forza di saggezza, in nome della quale nessuno ha mai trovato il coraggio di morire. Quel che la muove è la pazzia, e mai pazzia fu più sublime di quella degli studenti di Budapest.