15 febbraio 1933: Franklin Delano Roosevelt viene ucciso. Giuseppe Zangara non fallisce nel suo attentato. Niente Yalta, né Hiroshima, né tutto il resto. Le forze dell’Asse vincono la guerra. Un diluvio di eventi e ci troviamo negli anni Sessanta. L’America è in mano a giapponesi e tedeschi, stanziati rispettivamente a Est e Ovest. È la trama del romanzo più celebre di Philip K. Dick, The Man in the High Castle. Reso in italiano come La svastica sul Sole, l’anno scorso è diventato una serie televisiva, prodotta da Amazon per la regia di Frank Spotnitz. Una serie che non ha riscosso molto successo da noi (ne esiste una versione sottotitolata in italiano scaricabile on line). Come sanno bene i lettori di Dick, non è facile rendere le sue opere sullo schermo cinematografico, eccezion fatta per capolavori come Blade Runner di Ridley Scott (1982), Minority report di Steven Spielberg (2002) e Un oscuro scrutare di Richard Linklater (2006). La serie di Amazon si aggiunge a queste produzioni.

America del nord, 1962. I rapporti tra gli Stati Giapponesi del Pacifico e il Grande Reich Nazista (separati dallo Stato delle Montagne Rocciose, la neutral zone) sono sempre più delicati. Hitler è vecchio, si pone il problema di chi gli succederà. Al di sotto di formali incontri e impersonali riunioni di partito si muovono i servizi segreti, in complessi giochi di spionaggio e controspionaggio. A Ovest i nuovi padroni si sono imposti integrando le loro tradizioni e quelle degli americani, che non sembrano aver dimostrato ostilità particolari nei loro confronti (a parte sacche di resistenza, comunque non trascurabili), stabilendo un modus vivendi compatibile. A Est le cose non vanno molto diversamente. Ma la civiltà giapponese è più “tradizionale”: ovunque si praticano arti marziali e anche uomini di partito compiono esercizi di meditazione. Esemplare in questo senso è Tagomi, forse il personaggio più interessante della produzione: l’ufficiale giapponese lavora a San Francisco in un ultramoderno palazzo del potere, ma prima di prendere qualsiasi decisione consulta I Ching, il celebre Libro dei mutamenti.

Lo stesso Dick era ossessionato dall’oracolo cinese, che aveva scoperto due anni prima di pubblicare La svastica sul Sole grazie a un articolo di Jung (che leggeva assiduamente, come del resto si divorava anche i libri di Eliade) e che avrebbe consultato sino alla fine dei suoi giorni. Nell’ucronia del 1962 utilizzò selvaggiamente I Ching ad ogni svolta nella trama, facendo agire i personaggi di conseguenza. Si dice, anzi, che ogni volta che gli stessi personaggi del romanzo tirano le monete in realtà sia Dick a tirarle per loro, trasponendo narrativamente i risultati della sua divinazione. A tessere gli intrecci delle vite di Juliana Crain, Joe Blake e Nobusuke Tagomi – ma anche Philip. K. Dick – è dunque un oracolo cinese. Ma non è l’unico fulcro della narrazione. Il più importante è La cavalletta non si alzerà più (espressione tratta dall’Ecclesiaste): nel romanzo è un libretto, nella serie una bobina, trafugata in gran segreto da una parte all’altra del continente. Cosa contiene? Una storia alternativa, che dovrebbe esserci piuttosto familiare: la vittoria degli Alleati e la sconfitta dell’Asse, il disastro di Nagasaki, Stalin, Roosevelt e Churchill seduti allo stesso tavolo… La bobina raccoglie spezzoni che dimostrano un esito diverso della Seconda Guerra Mondiale. Una fiction nella fiction, insomma… L’autore di questa rivoluzionaria controstoria? Un misterioso Uomo dell’Alto Castello, che nel romanzo ha un nome e un cognome – Hawthorne Abendsen – nonché una residenza, a Cheyenne, nel Wyoming, dove lo trova Juliana Crain, intento a bere Old Fashioned. Nella serie non compare mai, adombrando l’idea che l’alto castello possa essere quello… di Hitler. È alla Settima Arte che Spotnitz affida il compito di insinuare tra le pieghe del reale le tracce di una Storia differente, che contamina tutti i personaggi, mettendoli alla prova. La finzione raggiunge la realtà negandola, come tra l’altro accade in molti romanzi dickiani, come Ubik e Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Da dove provengono i filmati misteriosi? Chi li ha girati? E, soprattutto, perché il regime è così interessato a entrarne in possesso?

In Io sono vivo voi siete morti, la splendida biografia di Philip K. Dick firmata da Emmanuel Carrère e appena ripubblicata da Adelphi (ben più interessante delle prosaiche Divine invasioni di Lawrence Sutin, uscite per Fanucci), l’autore avanza qualche ipotesi. Nel 1961 Dick aveva letto i resoconti pubblicati sulle colonne del «New Yorker» da Hannah Arendt dedicati al processo Eichmann (che sarebbero stati raccolti due anni dopo ne La banalità del male). Si era sorbito parecchi volumi sul nazionalsocialismo, ma quelle pagine l’avevano scosso profondamente: la tesi era che la quintessenza di ogni totalitarismo risiedesse nella creazione di una realtà parallela, un universo alternativo. Una distruzione del principio di realtà accompagnata dalla rimozione di ogni elemento storico. Sembra di leggere il libro dickiano, non solo in riferimento al “blocco occidentale” (quello nazista) ma anche a quello giapponese, più “morbido” ma comunque reo di aver resettato e riscritto l’immaginario degli americani sconfitti, popolandolo di fantasmi. Ma ecco irrompere una serie di eventi che fanno a pezzi la coerenza di questa realtà parallela, di questo contro-passato prossimo, per dirla con Guido Morselli, mettendo in scena uno stato di sonnambulismo collettivo da cui occorre risvegliarsi. La bobina incriminata, appunto, oppure i viaggi di Tagomi nella nostra dimensione (purtroppo assai ridotti nella serie), ma anche il ritorno di personaggi defunti, come la sorella di Juliana, che appare a sua madre poco prima di essere rinvenuta in una fossa comune, assieme ad altri oppositori del regime: tutti elementi che generano crepe nella Storia, sino all’epilogo ultimo, assolutamente inaspettato.

In questa continua contaminazione tra reale e fantastico – ma dove inizia l’uno e finisce l’altro? – trovano anche posto personaggi storici. È il caso di Akihito, figlio di quell’Hirohito che nel 1946 – nel nostro 1946 – rinunciò alla natura divina dell’Imperatore del Giappone, sconvolgendo generazioni di intellettuali. Ma non mancano nemmeno nazisti veri, tra cui Reinhard Heydrich (che nel film coinvolge l’ambasciatore svedese Rudolph Wegener in un complotto per eliminare il Führer) e… Hitler in persona. Da segnalare anche piccole chicche, disseminate qua e là. Nell’episodio pilota Joe Blake attraversa il Grande Reich per raggiungere la zona neutrale, trasportando – come scoprirà ben presto – una copia della Cavalletta. Accende la radio e cosa sente? Il primo movimento della Quinta Sinfonia di Anton Bruckner, che conobbe un gran successo (comunque inferiore a quello di Strauss e Wagner) sotto il nazionalsocialismo, grazie all’interpretazione del direttore dei Berliner Philarmoniker Wilhelm Furtwängler (tanto che il 30 aprile 1945 la notizia della morte di Hitler fu accompagnata per radio dall’Adagio della Settima, scritto da Bruckner in memoria di Wagner). Nei crediti non c’è traccia della versione utilizzata nell’episodio, ma secondo l’Archivio Bruckner sarebbe proprio quella di Furtwängler, artista non organico al Reich e nemmeno iscritto al partito, a differenza del suo giovane collega Herbert von Karajan, meno dotato ma ben più disinvolto e brioso negli interrogatori dei “liberatori”, in quelle peripezie giudiziarie che avrebbero quasi ridotto al silenzio il vecchio direttore dei Berliner.

Tutti aspetti che permettono di annoverare questa serie non solo tra le migliori produzioni cinematografiche ispirate ai romanzi dickiani, ma anche tra i capolavori della letteratura fantastica, intesa come un’apertura di spiragli verso un’altra realtà, al riparo dalle sbarre di ogni tirannide, totalitaria come democratica.