73 a.C., periodo tardo-repubblicano. Lo schiavismo era una realtà consolidata e all’apice della sua estensione, mentre Roma si trovava impegnata su più fronti: in Spagna contro Sertorio, ad Oriente contro Mitridate, nel Mediterraneo contro l’eterno flagello rappresentato dai pirati. Erano tutte guerre che necessitavano un grande coinvolgimento di uomini, di armi e di risorse, destabilizzando il centro nevralgico del potere: l’Italia. Era il momento ideale per organizzare qualche sommossa, perché si aveva la certezza che la risposta romana sarebbe stata tardiva e, forse, inconsistente. Ecco allora perché, quasi alle soglie dell’estate, dal centro di addestramento per gladiatori del “lanista” Baziato, uno schiavo fuori dal comune guidò alla fuga i propri compagni. Scrive lo storico Aldo Schiavone: «il suo nome, latinizzato, suonava come Spartacus: per i romani, i suoi padroni, era ormai il nome di uno schiavo in fuga, di un dannato cui non restava che la morte». È proprio Schiavone, però, a mostrare come la vicenda di Spartaco andasse ben oltre questa semplice definizione.

Nato in Tracia (attorno all’anno 100) e frequentatore degli ambienti greci, egli coniugava in sé due antropologie: la forza trace e la mitezza greca. A questi due elementi se ne aggiungeva un terzo: quello della religiosità intessuta di tratti misterici, trasmessogli dalla sua compagna, una sacerdotessa consacrata a Dioniso. Arruolatosi giovanissimo nell’esercito romano, lo abbandonò presto per motivi personali, dovuti alla nascente avversione contro la dominazione romana. Catturato, in quanto disertore, fu venduto come schiavo (probabilmente nel 75). Arrivato a Capua, combatté per diversi anni nell’arena, prima di escogitare, con i suoi compagni più fidati (Crisso ed Enomao), il piano per tornare in libertà. Sfruttò abilmente il momento di disordine interno alla Repubblica, ma non pensò mai di abbandonare l’Italia: la sua non era una fuga, ma una rivolta, mossa dal desiderio di vendetta contro quella civiltà che prima aveva conquistato la sua terra e poi lo aveva reso schiavo. Un motivo forte, passionale, ma sviluppato con grande lucidità strategica e veduta di obiettivi. Stando alla lettura che ne fa Schiavone, il fine ultimo di Spartaco risiedeva nella volontà di distruggere la res publica dall’interno, mediante la collaborazione con i numerosi avamposti secessionistici anti-romani, che da sempre caratterizzavano l’Italia e che avevano dimostrato la loro vitalità durante la guerra sociale di vent’anni prima.

Per tutto il 73 e per gran parte del 72, con i suoi compagni, si mosse su e giù per l’Italia, trovando poca resistenza da parte dell’autorità, sorpresa e arrogante verso coloro che considerava solamente degli schiavi. Così, i rivoltosi ebbero il tempo di reclutare persone (migliaia, tra cui anche uomini liberi, ridotti in miseria), ottenere armamenti migliori, vincere battaglie e, con esse, incrementare il morale. La fuga dei dannati diventò, per la Repubblica, uno spettro, che rianimava, con maggior intensità, l’esperienza delle due rivolte servili siciliane del secondo secolo. Questa fonte di terrore era costante, anche perché il capo che l’animava era un grande stratega, capace di sconfiggere ripetutamente i romani sul campo, ma anche un uomo umile, mosso dal suo ideale di egualitarismo radicale. Insomma, Spartaco era un “profeta in armi”, intento non a fomentare i propri uomini in razzie e violenze di ogni genere, ma ad educare quello che credeva essere un vero e proprio esercito. La sua era una guerra, che partiva dagli schiavi, ma che non si fermava a loro, né tantomeno mirava ad abolire la schiavitù in sé. Questo fatto è dimostrato dai maestosi funerali organizzati in onore di Crisso, durante i quali si assistette ad un “capovolgimento simmetrico e terribile”, visto che circa trecento prigionieri romani furono fatti combattere fino alla morte come gladiatori. Perciò, chi fa di Spartaco un “eroe moderno” sbaglia, come chiunque decontestualizzi i fenomeni storici.

Proprio la mancanza della moderna struttura di classe (superfluo sottolineare come nelle società antiche difficilmente si possa parlare di “classi”, bensì di “ceti” o “gruppi sociali”) e l’impossibilità di stringere alleanze (a causa del “pregiudizio schiavistico” verso gli insorti) sono le ragioni della fine di un sogno, che avrebbe potuto determinare la fine dell’impero universale, ancor prima della sua creazione ufficiale. A queste ragioni, ovviamente, va ricondotta la mobilitazione romana, per mezzo di Marco Licinio Crasso e Gneo Pompeo Magno (futuri triumviri con Cesare): il primo sconfisse i romani sul campo, il secondo tagliò loro la fuga. La battaglia decisiva fu combattuta nella primavera del 71 nella valle dell’alto Sele (vicino alla cittadina di Oliveto Citra). Da un punto di vista numerico gli schieramenti si equivalevano, ma le forze fisiche e mentali dei rivoltosi erano allo stremo. I migliori equipaggiamenti romani fecero il resto. Spartaco cadde «come un comandante vittorioso» (Floro), entrando nella leggenda, trasmessa nei secoli unicamente da fonti romane. Il suo corpo non fu mai rinvenuto, mentre i suoi compagni vennero rastrellati e crocifissi sulla via Appia, da Capua a Roma, come monito per ribellioni future. La Repubblica era morente, ma ancora in vita.