Somalia, venerdì 2 luglio 1993. Alba rosso fuoco sul Corno d’Africa, il sole nasce dall’Oceano Indiano. Sopra le case rotte della capitale pale di elicotteri da guerra smuovono l’aria immobile e calda. È un rumore sordo che cambia d’intensità, scende rombando, poi risale fino quasi a svanire, e di nuovo torna, ancora più vicino. Iroquois e Mangusta ronzano sul quartiere Haliwaa, periferia nord di Mogadiscio. Dai minareti delle moschee i megafoni dei muezzin cantano l’adhān, il richiamo alla preghiera; la recita cantilenante si diffonde sui tetti miscelandosi con il baccano degli elicotteri: Allahu Akba/Allahu Akbar/Allahu Akbar/Allahu Akbar. Le strade scassate della città sono ancora deserte. Il vuoto è riempito d’improvviso dai mezzi di due colonne distinte ma battenti la stessa bandiera, il Tricolore. Il gruppo Alpha arriva dal porto vecchio, Bravo è la colonna partita dalla base di Balad, 30 chilometri dal centro della capitale in rottami. 550 soldati accompagnati da 400 poliziotti locali viaggiano a bordo dei veicoli corazzati VCC-1 “Camillino”, dei blindati da trasporto FIAT, dei fuoristrada Iveco VM90. In appoggio alla forza, a terra, la 132° Brigata corazzata Ariete schiera 8 carri armati M60, mentre il reggimento di cavalleria Lancieri di Montebello è presente sul campo con altrettanti mezzi Centauro con cannone da 105 mm. In cielo, gli elicotteri del 1° reggimento Antares, fanno la guardia.

È iniziata l’operazione “Canguro 11”. È un rastrellamento, di routune, ma in grande stile. Gli uomini del generale Bruno Loi passano al setaccio la zona urbana tra il checkpoint “Pasta” e il checkpoint “Ferro”, ambedue sotto la responsabilità delle nostre forze. Pasta, Ferro, Banca, Demonio, Obelisco sono i presidi controllati giorno e notte dagli italiani lungo la via Imperiale (Mogadiscio – Addis Abeba), prima arteria somala, costruita durante gli anni ’30, in epoca coloniale. Sì perché la Somalia era colonia dell’Impero. Bignami storico per capire il contesto con veloce rassegna di eventi: il Regno d’Italia a fine Ottocento è interessato a questa terra desertica, più che altro per i porti sull’Oceano e poi più a Nord come sbocco per il golfo di Aden, e dunque Mar Rosso e base per Suez. 1908: nasce la Somalia Italiana. Durante gli anni ’30 si vedono i frutti di una politica di assimilazione lungimirante: rispetto per l’Islam, rispetto per la tradizioni locali, coinvolgimento nella forze armate come truppe coloniali. 1936: nasce l’Impero e l’A.O.I. Africa Orientale Italiana che ingloba i territori di Etiopia, Eritrea, Somalia. Mogadiscio si sviluppa, cresce di attività e di popolazione, su 90.000 abitanti, 30.000 sono italiani. Nella colonia somala si costruiscono ponti, dighe, ferrovie, strade, scuole, ospedali.

Seconda guerra mondiale, 1940: attacchiamo a Nord il Somaliland britannico, tutti i somali sono ora uniti. Sogniamo il Nuovo Impero Romano, ovvero dalle Alpi ad abbracciare il Mediterraneo tutto fino in Tunisia, Libia, Egitto e poi scendere giù in Sudan e Gibuti, dominando Suez e il Mar Rosso e ricongiungerci con l’A.O.I. arricchita delle coste kenyote e magari pure della perla di Zanzibar. Affascinate, dal Kenya al Sud Tirolo, dal mercato di spezie del Darajani bazaar di Stone Town al castello di Lubiana, sotto la stessa bandiera. Roma, Asmara, Torino, Mogadiscio, Palermo, Bengasi, Trieste, Tirana, Napoli, Tientsin, Milano, Gondar, Perugia, Tripoli, Cagliari, Rodi: Italia. Gavettone di acqua fredda, il sogno s’interrompe brusco, la realtà è diversa, gli inglesi contrattaccano.

1941: cade l’A.O.I. ora comandano gli inglesi nel Corno. 1948: eccidio di Mogadiscio. Avviene sotto gli occhi dell’autorità britannica, (che ci mette pure lo zampino infame) un massacro ai danni di connazionali e di somali filoitaliani. La carneficina che non risparmia donne e bambini conta 68 vittime. Ciononostante, l’anno successivo subentra al controllo inglese l’A.F.I.S. Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia che dura un decennio. 1960: Indipendenza. 1964: guerra contro il vicino etiope per l’Ogaden. 1969: il presidente Abdirashid viene ucciso da una sua guardia del corpo. Rischio di una guerra civile, prende il potere con un colpo di stato il generale ed ex-carabiniere Siad Barre. Culto della personalità, socialismo, nuova guerra somalo-etiope sempre per l’Ogaden, KGB, CIA, poi Bettino Craxi, aiuti, addirittura “Somalia ventunesima regione d’Italia” (ritorneremo e siam tornati), plebisciti, dissenso, repressione, guerra civile, esilio. 1991-92: nuova compagnia di attori. Il protagonista lo vuol fare il generale Mohammed Farah Hassan detto Aidid, “il vittorioso”, da quando entra a Mogadiscio, rovesciando Barre. Ma il rivale Ali Mahdi Mohamed viene eletto presidente ad interim. Aidid non ci sta. Ha inizio il grande scannatoio. Fazioni, signori della guerra, ferocia, confusione truculenta. Parole che identificano immagini del passato recente: pick-up “tecnica” con mitragliatrici pesanti, AK-47, lanciarazzi RPG, miliziani in canottiera, muri crivellati. Interviene l’ONU, nel tentativo malriuscito di portare pace e aiuti umanitari, spesso razziati. Missione UNOSOM I: fallimento. Missione UNITAF – Restore Hope/ristabilire la speranza: fallimento, la speranza è l’ultima a morire e ora è il suo turno. Missione UNOSOM II: prossimo fallimento.

La situazione del 1993 si aggrava. Battaglia della Radio: i caschi blu pakistani tentano di occupare la radio di Aidid. I suoi guerriglieri attaccano, gli scontri sono violentissimi, muoiono 23 pakistani. Intervengono in soccorso i carabinieri del Tuscania, e i paracadutisti del Col. Moschin. per proteggerli. I pakistani dopo pochi giorni si vendicano. Sparano contro un assembramento di persone, ne ammazzano 20.  Questi gli antefatti della Somalia dove operano le forze armate italiane. Siamo al 3 di luglio, mattina incandescente con Canguro e il grande rastrellamento. L’operazione inizia come altre volte, senza incidenti. Gli altoparlanti delle jeep chiedono ripetutamente alla popolazione di collaborare, la presenza dei 400 poliziotti somali non è un caso, hanno il compito di fare da interpreti e di mediatori con i civili, per tranquilizzarli. Le squadre perlustrano, bussano alle porte, s’infilano nei cortili. Vengono trovate molte armi, alcuni individui sono fermati e portati via alla base di Balad per essere interrogati. Uomini di Aidid, non c’è dubbio, quella zona è ora suo feudo. Nell’aria qualcosa adesso cambia, sale la tensione. Fucilate isolate. Colpi secchi ad intermittenza, inquietanti. Sembra una minaccia. O un richiamo alle armi. I poliziotti somali, puf!, spariscono. Insulti. Donne e bambini scendono in strada a far cagnara. Spuntano le prime barricate, alcuni copertoni bruciati diffondono puzza nera nauseabonda. Sassi volanti, i somali tirano le pietre. In pochi minuti l’area è diventata rovente. I paracadutisti fanno antisommossa. Sparano raffiche di fucile d’assalto Beretta AR 70/90 in aria, lanciano lacrimogeni, petardoni flash-bang per fare indietreggiare la massa nevrastenica. Non è sufficiente. Le auto sono rovesciate, incendi, fumo. Ma cosa ha scatenato la furia della folla? Forse è una rivolta per proteggere un arsenale particolarmente caro ad Aidid. Forse è una rivolta per proteggere Aidid stesso, su cui l’intelligence italiana, tramite i soldati, sta per mettere le catene. Forse –  e questa terza ipotesi è la più probabile – la colpa è dei poliziotti somali, che se la sono data a gambe: quella sbirraglia mal assortita sarebbe in realtà al soldo dell’acerrimo nemico Ali Mahdi, e la loro presenza nel quartiere di Haliwa, ambito dal signore della guerra Aidid, è vista come una provocazione. Sono spie del nemico, provocatori, sicari.

Caos. Adesso non più pietre ma piombo. La tattica dei miliziani è infame ed efficace. Mandano avanti le donne e i ragazzini, ad agitarsi urlanti, e dietro lo scudo umano di civili, loro si appostano con i kalashnikov e i lanciarazzi sovietici, pronti. Il generale Loi ordina di smobilitare, Canguro rientra alle basi. Le unità si rimettono in marcia, ma gli scontri nei pressi del vecchio pastificio abbandonato Barilla sono adesso di tale intensità che le retroguardie della colonna Bravo rimangono bloccate presso il Checkpoint Pasta, dove c’è l’incrocio tra la via Imperiale e via XXI settembre. Ai mezzi in prossimità di Balad, viene ordinata la retromarsh, per andare ad aiutare i commilitoni circondati. Escalation che s’impenna. Adesso si spara. Un sottotenente dei Lancieri viene colpito: è il primo ferito. Cecchini, ovunque, ogni finestra è una minaccia. Non più colpi singoli, ma raffiche, sempre più rabbiose. Tre veicoli corazzati per il trasporto truppe si piazzano al centro dell’incrocio. Grandine di pallottole sui mezzi. Gli equipaggi rispondono con le mitragliatrici pesanti; basta fumogeni e inviti alla calma, si deve rispondere, non c’è scelta, guerra. Un razzo schizza veloce dal bordo della strada! Investe in pieno un blindato e spappola la gamba del parà e medaglia d’oro Pasquale Baccaro, mentre sta usando la mitragliatrice. Il caporale muore dopo pochi minuti, Pasquale era di leva.  A bordo del mezzo colpito è un macello di sangue e feriti. Il comandante di squadra, il sergente maggiore e medaglia d’argento Gampiero Monti ha l’addome squarciato, ma riesce a rimanere lucido e ad aprire il portellone per far uscire i suoi uomini.  Anche il gruppo Alfa torna indietro. Alfa ha i cannoni dei carri armati. Al Checkpoint Pasta i baschi amaranti appiedati difendono la posizione, la sparatoria è brutale.

Dai buchi del pastificio in rovina dozzine di canne di AK-47 fanno fuoco. Si potrebbe farli tacere per sempre radendo al suolo l’edificio, con un ordine all’elicottero Mangusta, ben fornito, ma l’ordine non arriva. Il cerchio dei miliziani si stringe, la distanza tra le parti in combattimento è di 30 metri. Checkpoint Pasta è un fortino assediato. I feriti devono essere evacuati, subito. Due parà colpiti vengono sdraiati sullo scafo di un Centauro. Il capitano Ratti ordina secco al capocarro di mettere in moto e allontanarsi con i feriti. Il capocarro non vuole, c’è una barricata ad ostruire il passaggio. I due si guardano negli occhi, il capitano con il mitra dà un secondo ordine a cui non si può dire di no. I feriti son tratti in salvo. Entrano in azione gli incursori. Il Col. Moschin parte all’assalto, a piedi, vecchio stile. Vogliono spezzare l’assedio ripulendo casa per casa, con le granate e i fucili. Gli elicotteri segnalano le posizioni da annientare. Faccia a faccia con il nemico, il nemico ha la peggio. Ma nella battaglia cade il sergente maggiore e medaglia d’oro Stefano Paolicchi, un proiettile gli ha trapassato la milza. Lo scontro continua, un branco di miliziani s’impossessa di un nostro fuoristrada, si dimenano a bordo, esibiscono il trofeo. L’elicottero Mangusta gli dà la caccia. Il Mangusta ha l’obiettivo nel mirino. Il Mangusta colpisce. Sul fuoristrada nessuno si dimena più. Il terzo caduto è il sottotenente e medaglia d’oro Andrea Millevoi, ufficiale dei Lanceri, investito da una raffica a bordo del suo autoblindo, mentre era con il busto fuori dalla torretta; il corpo scivola nella polvere. Un somalo uscito dal medioevo in cerca di orridi cimeli tenta di decapitarlo con una zagaglia. Finisce fulminato, lo stronzo. Negli stessi istanti tre pallottole raggiungono il sottotenente della Folgore e medaglia d’oro Gianfranco Paglia. L’ufficiale stava cercando di tirare fuori d’impiccio l’equipaggio di un mezzo intrappolato. Perde l’uso delle gambe.

Arriva la cavalleria pesante. I carri M60 alzano gli obici. Fuoco dai cannoni, catapecchie e container usati come bunker da strada vengono sbriciolati con chi c’è dentro. Le forze italiane riescono a sganciarsi. Perdite italiane: 3 morti e 36 feriti. Perdite somale: intorno al centinaio. Quanto scritto, è una fredda ricostruzione di un episodio di guerra in tempo di pace. Le motivazioni dell’intervento italiano nella missione umanitaria poi degenerata in tragica impasse senza via d’uscita sono essenzialmente tre: la ricerca di prestigio internazionale, l’aspetto storico e d’interesse particolare che ci lega alla Somalia, essendo ex-colonia che conosciamo meglio di altri, e la volontà altruista, sincera; quest’ultima motivazione riscontrabile tra la truppa e gli operatori sul campo, quindi ad un livello più basso rispetto alle strategie geo-politiche perseguite da Roma, da Washington, dalla stanza dei bottoni di quella ambigua entità che è l’ONU. Tra chi andò in Somalia, ci fu chi voleva fare del bene, magari ingenuamente ma senza retorica.

2/07/1993 – Mogadiscio, Somalia, cronache dalla ventunesima regione d’Italia