Il nome di Bettino Craxi,  insieme a quelli di altri esponenti della politica italiana della cosiddetta “Prima repubblica” rimanda nell’immediato all’immagine dell’uomo di potere corrotto e colluso, secondo la vulgata propagandata al tempo del celebre scandalo di “Mani Pulite”. Attorno alla figura del capo socialista, infatti, un’intera generazione di professionisti dell’informazione ha saputo costruire un vero e proprio mito demoniaco, tanto che il solo tentativo di riabilitazione dello stesso appare quasi una bestemmia impronunciabile. Dopo Tangentopoli si è innescato un vero e proprio processo di demonizazzione-demolizione che ha indotto a ridurre a becero luogo comune l’intera esperienza politica e governativa del segretario del PSI. L’esecutivo Craxi, infatti, oltre ad essere stato uno dei più longevi governi d’Italia, compì esiziali scelte strutturali che segnarono indissolubilmente i mitologici anni Ottanta e l’intera evoluzione della storia d’Italia.

Notevole fu, infatti,  la politica economica avviata tra il 1983 ed il 1987, in grado di diminuire l’inflazione ed accelerare la crescita e lo sviluppo economico del Paese, entusiasta di un miniboom capace di risollevare il morale e il portafoglio dopo la drammatica stagione del terrorismo. La tutela del made in Italy, il dinamismo e la modernità delle scelte di struttura resero l’ Italia una tra le maggiori potenze industriali, tanto da far segnare il celebre “sorpasso” del PIL nostrano sull’Inghilterra tatcheriana. La rincorsa al benessere racchiudeva un’organica concezione dello Stato: abbandonato il marxismo, il PSI craxiano adottò il cosiddetto socialismo nazionale, capace di sintetizzare giustizia sociale e sovranità nazionale, indipendenza e tutela dei diritti di classe. Il nazionalismo sovranista del premier mirava quindi a porre l’Italia al centro del suo mare, quel Mediterraneo ponte di civiltà tra Roma e il variegato e complesso mondo Arabo. Craxi seppe intravedere, per l’Italia e per l’Europa, la possibilità di emanciparsi e raggiungere l’indipendenza contrastando con i fatti la logica della Guerra Fredda e della divisione bipolare. Tra Stati Uniti e Unione Sovietica Craxi scelse pragmaticamente l’Italia, tentando di muoversi autonomamente entro i pur angusti confini della NATO. È in seguito a questa sua idea sovranista che, specialmente dopo Sigonella, Craxi iniziò ad ottenere inaspettate simpatie da parte di certi ambienti della destra sociale italiana. La fascinazione tra gli eredi dell’ex socialista Mussolini e il leader del Garofano, in realtà, poggiava su solide basi trasversali: si pensi ai tentativi- falliti- di modificare le strutture dell’ordinamento italiano  trasformandolo in un sistema di tipo presidenziale (da Craxi definito enfaticamente La Grande Riforma)  che attirarono facili ironie dalla satira politica comunista, intontita dai fantasmi del Fascismo.

Convinto della bontà di una seria e “socialista” collaborazione internazionale,  Craxi ritenne infine necessario, a completamento della sua organica visione dell’esistente, stabilire accordi duraturi a livello globale per vincere le battaglie dello sfruttamento e della miseria.  L’idea di cooperazione tra nazioni fu sempre presente nella attiva politica estera del suo governo, tanto da stabilire legami di sostegno a movimenti in lotta per la liberazione del proprio popolo, dalla Palestina al Cile, dalla Somalia alla Cecoslovacchia.  Al netto, dunque, di beceri e anacronistici pregiudizi di maniera, il valore e l’audacia dell’opera di Bettino rimangono innegabili: il socialismo nazionale, il sostegno all’indipendenza e alla libertà dei popoli, la costruzione di un sano patriottismo tricolore son tutti elementi che, a trent’anni di distanza, mantengono ancora intatto il loro potente e ineguagliato valore.