Finlandia, 1939. La neve è incessante. L’inverno non sembra commuoversi nemmeno di fronte ai corpi esanimi dei propri figli. Anzi, ha l’aria di esser quasi affascinato da quel gioco di colori che il sangue disegna sulla neve. Rosso su bianco, un’opera dai contorni sfumati. Un tributo all’eroismo, in bilico tra il bello ed il macabro. Il cielo plumbeo conferisce ancor più vigore alla guerra, delineando un’ambientazione che si confonde con gli animi. Il vento gelido sembra tagliare la faccia. Una sensazione a cui entrambi gli schieramenti sono abituati, e che in fin dei conti fa sentire quasi a casa. Ma il tepore domestico è lontano, quelle sensazioni – a volte date per scontato – hanno un sapore nostalgico, come se fossero relegate ad un mondo che si fa fatica a ricordare. Il calore del camino ha lasciato il posto al glaciale freddo della neve. Ora la guerra è quotidianità, ma non riesce ad essere routine. Quell’invasione sembra ancora difficile da razionalizzare, eppure è necessario difendersi. Proteggere i propri confini dall’invasione sovietica. Ed è così che i ritmi naturali, un tempo scanditi dall’armonia della Natura, mutano in un rumore incessante di spari. Ora è il fuoco delle armi a scandire le giornate, delineandone inesorabilmente il succedersi del tempo.

Il melodioso rumore della neve che cade si alterna agli scoppi inconfondibili dei fucili. Eppure nel bel mezzo di quella fanfara di piombo; un fucile, un Mosin-Nagant, riesce a ritagliarsi il proprio meritato posto nella storia. Come Durlindana per Orlando, quel fucile fu il prolungamento brachiale del finlandese Simo Häyhä. La Morte Bianca, questo fu il nome con cui la storia volle ricordare uno tra i più grandi cecchini della prima metà del Novecento. Un soldato insolito. Più che in battaglia sembrava stesse recandosi ad una battuta di caccia: fucile in spalla, poche provviste ed una mantella bianca per potersi confondere con il deserto della neve. Si sa, l’abilità del cecchino non è solo nella mira ma anche nell’attesa. Immobile. Häyhä era in grado di rimanere immerso nella neve per ore, senza mai perdere la concentrazione. Ciò che, però, lo rese una leggenda fu il suo particolare equipaggiamento: egli fu in grado di collezionare un numero eccezionale di uccisioni, senza l’ausilio di un mirino telescopico, usando semplicemente le tacche di mira del fucile. Evitando così che le lenti riflettessero sulla neve e lo rendessero un bersaglio visibile per le truppe sovietiche. Ebbene un tiro dopo l’altro, delinearono i contorni di una leggenda, la Morte Bianca. Bianco ed inesorabile come la neve che cadeva su quel lembo di terra, su quel confine intrinsecamente eurasiatico, la Finlandia.

A Kollaa, in un villaggio al confine con l’Unione Sovietica, il tributo di sangue fu altissimo. Più di cinquecento furono le uccisioni che la storia attribuì al cecchino finnico durante quella battaglia. Un numero altissimo che in breve tempo fece rimbombare il nome di Häyhä tra le mura del Cremlino. La reazione sovietica fu violentissima. Una volta individuata – seppur sommariamente – la posizione del cecchino, si decise di bombardare a tappeto l’intera area. Sebbene  tempestato da una pioggia di fuoco, la Leggenda riuscì in qualche modo ad aver salva la vita. Ma fu nel Marzo dell’anno successivo che la sua storia dai contorni leggendari subì una brusca frenata. A cento giorni dall’inizio della Guerra d’Inverno, il leggendario Häyhä venne colpito al volto da un proiettile che lo ridusse in coma. Durante la sua convalescenza, le due nazioni firmarono la fine delle ostilità. A guerra finita, Simo Häyhä si ritirò a vita privata, lontano dai riflettori. Come un eroe, dopo una vita di sacrificio abbandonò il palco scenico, lontano dai personalismi e dall’idolatria. Lascerà il suo corpo mortale all’età di 97 anni, regalando ai posteri una storia che sfuma nella leggenda.