Sole a picco su pendii scoscesi e arsi. Frinire di cicale assordante e scirocco teso. Il sudore che imperla la fronte sotto l’elmetto e rende scivolosa la presa sul fido ’91. Giorni interi di noia e attesa.  Si aspetta il nemico, stancamente, tra una guardia e l’altra. In questo clima disincantato, che solo la Sicilia può dipingere, gli uomini e gli ufficiali delle forze dell’asse attendevano al varco americani e inglesi. Le notizie, giunte pochi giorni prima, non erano di certo delle più incoraggianti. Pantelleria si era arresa senza combattere: è bastata qualche salva della US Navy per far cedere, senza l’ombra di una minima risposta difensiva, una piazzaforte difesa da quasi 8000 uomini.

Soldati inglesi a Pantelleria (1943)

Soldati inglesi a Pantelleria (1943)

Dopo l’abbandono dell’Africa e l’intensificarsi dei bombardamenti sul territorio metropolitano il morale delle truppe italiane non era di certo dei più entusiastici, ma l’avanzata andava fermata ad ogni costo.

Bisogna che non appena questa gente tenterà di sbarcare, sia congelata su questa linea che i marinai chiamano del bagnasciuga.

Mussolini tentava di mostrarsi ancora sicuro di sé, del proprio regime e della possibilità di resistere alla marea plutocratica. La realtà era di tutt’altra natura. L’incapacità dello Stato e dell’industria privata di organizzare una politica degli armamenti degna di questo nome, unita alla scarsa combattività di uno stato maggiore già pronto al cambio della casacca in corsa (uno sport tutto italiano), condannarono sin dal principio le operazioni militari per la difesa del suolo patrio. Solo il 25 maggio 1943 si decise il siluramento del generale Roatta in favore di un uomo più energico e capace: il generale Alfredo GuzzoniQuest’ultimo tentò, con quel poco che aveva, di far fronte alla più grande forza di sbarco che l’Europa avesse visto fino ad allora. I suoi rapporti, finalmente precisi e circostanziati, diradarono le nebbie sulla reale situazione militare dell’isola e permisero la preparazione di piani operativi che quantomeno potessero bloccare provvisoriamente, in qualche punto della costa, lo sbarco nemico.

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Mettere a confronto i due schieramenti è, ancora oggi, imbarazzante. Italiani e tedeschi potevano disporre di un massimo di 900 apparecchi, molti dei quali già antiquati. Solo i Macchi 202 e 205 per la Regia Aeronautica e i Messerschmitt BF 109 e 110 per la Luftwaffe potevano tenere il passo dei caccia alleati che, superiori per numero e prestazioni, inficiarono per tutta la durata dei combattimenti la sinergia delle varie armi dell’asse. La potenza di fuoco che la flotta americana poteva sviluppare era veramente mastodontica. Corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere, data l’assenza della nostra aviazione, poterono bersagliare le nostre posizioni terrestri con i loro grossi calibri e frustrare, quindi, ogni nostro tentativo di contrattacco. Anche a terra le cose non sorridevano ai nostri ragazzi, gli alleati potevano mettere sul campo 181000 uomini, 600 carri moderni, 14000 veicoli e 1800 pezzi di artiglieria contro 180000 italiani e 28000 tedeschi, dotati di sole due divisioni corazzate raccogliticce e poche batterie controcarro.

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Il ronzare continuo dell’elica e una meravigliosa distesa azzurra facevano da sfondo ai pensieri dell’aviere che solcava i cieli mediterranei davanti le coste di Gela. A bordo del suo leggerissimo CR42 volava in perlustrazione cercando di scorgere le sagome della flotta nemica. Ad un tratto ecco in lontananza una nave, due navi, tre, decine di imbarcazioni: arrivano. Erano le 16:30 del 9 luglio 1943. Lo stato di allerta viene diramato su tutta l’isola ma è ormai evidente la rotta del nemico, l’obiettivo alleato è il tratto di costa che da Licata si estende fino a Gela.

I battaglioni della difesa costiera, formati quasi esclusivamente da truppe del posto, riprendono magicamente consistenza. Si ammassano le munizioni, si controllano le armi, si attende, ancora per poco. Nelle prime ore della notte ecco la prima mossa degli americani, 3400 paracadutisti dell’82° divisione aviotrasportata vengono lanciati nel cielo siciliano. Il vento forte e una nutrita e efficace azione della nostra contraerea disperdono però le formazioni degli alianti, i reparti si ritrovano sparpagliati e lontani dagli obbiettivi prefissi; sarà facile per gli uomini di Guzzoni intercettarli e neutralizzarli. Intorno alle 2:00 della notte iniziano, invece, le reali operazioni di sbarco.

Paracadutisti americani pronti al lancio

Paracadutisti americani pronti a lanciarsi sulla Sicilia

La flotta americana spara con tutti i pezzi disponibili sulla sottile linea difensiva costiera degli italiani. I grandi calibri delle navi centrano i bunker sulla spiaggia, è un delirio inimmaginabile. Le nostre batterie tentano di rispondere al fuoco ma la gittata dei pezzi non permette di raggiungere gli obbiettivi navali al largo della costa. Protetta dal fuoco navale la 7° divisione di fanteria americana mette piede a terra. I ranger scendono veloci dai mezzi di sbarco, armati fino ai denti cercando di prendere possesso della spiaggia. Anche se sottoposte a una micidiale pressione le difese costiere resistono ancora. I pezzi da 100 e da 75 mm, le mitragliatrici e l’armamento individuale dei militi aprono il fuoco sugli invasori. La situazione è incerta, gli italiani si battono con caparbia determinazione, gli atti di eroismo non si contano. Il fuoco navale è micidiale ma l’oscurità non permette di aggiustare bene il tiro e le truppe da sbarco sono costrette ad eliminare le casematte una ad una a costo di terribili perdite. A Porta Marina il caporalmaggiore Cesare Pellegrini decide di entrare nella storia. Da solo con la propria Breda 37 fa strage tra gli attaccanti, sotto il suo tiro micidiale cade un intero plotone americano, resiste fino all’alba fin quando un graduato americano non riesce ad aggirare la sua postazione e a neutralizzarlo. I superstiti dei reggimenti costieri con la prima luce del sole si ritirano, evacuano l’abitato di Gela e si ricongiungono con le truppe italiane che nel frattempo dall’entroterra si stanno dirigendo verso la testa di ponte nemica.

Nave Robert Rowan affondata innanzi le coste di Gela

Nave Robert Rowan affondata innanzi le coste di Gela

Difatti mentre la lotta infuriava sulla spiaggia, il grosso delle forze italo-tedesche muoveva dalle proprie basi di Niscemi e Caltagirone per contrattaccare prima che l’enorme dispiegamento di forze nemiche mostrasse tutto il suo peso. Le manovre dell’asse, sia per la grande confusione del momento sia per la resistenza, più o meno caparbia, delle truppe americane risultò inorganico e sfilacciato. I primi a giungere a contatto con il nemico furono gli uomini del gruppo mobile H della divisione “Livorno”. Al comando del capitano Granieri, discesero da Niscemi seguendo la statale 117 per attaccare gli americani nel quadrante nord-est della cittadina costiera.

Forte di soli 12 carri Renault 35 F e reparti motorizzati di fanteria il gruppo mobile H si scontrerà con forze ben maggiori delle proprie. Già nel tragitto, che dai contrafforti delle montagne prospicienti Gela giunge ai primi edifici dell’abitato, le perdite sono altissime. Tre dei carri italiani vengono inchiodati al suolo dal fuoco navale e dall’artiglieria nemica, tra questi, anche, il carro comando di Granieri. Così esposto, il battaglione, accelera la marcia per riuscire  ad avvicinarsi al nemico e risparmiarsi almeno il fuoco della flotta. Si addentra nella periferia, combatte, elimina, con la forza della disperazione più che con i cannoncini da 37 mm, la prima resistenza americana. Gli yankee rispondono con tutto quello che hanno, artiglieria ad alzo zero agli incroci, bombe a mano, mine posizionate all’ultimo minuto, esplosivo lanciato dai tetti; è un infermo. La visibilità per i nostri carristi è ridotta al minimo, il fumo delle esplosioni costringe addirittura il capo carro a scendere dal mezzo per potersi orientare.

Si combatte casa per casa, strada dopo strada. Uno dopo l’altro i fragili carri italiani vengono sventrati o immobilizzati, chi può continua a combattere anche da fermo. L’ultimo carro, al comando del quale è presente il tenente Navari, continua imperterrito la sua avanzata. Taglia in diagonale l’intero dispositivo difensivo americano, spara con tutte le armi di bordo contro ogni obbiettivo nemico, sferraglia per le strade del paese come se si fosse a una parata. Irrompendo in piazza Umberto I è oramai arrivato a trecento metri dalla spiaggia, continua a fare fuoco contro il centro di comando americano che si affaccia proprio davanti al duomo della città. Un colpo di Bazooka centra l’F35 e uccide il pilota, Navari è costretto ad uscire dal carro, ustionato e ferito impugna la sua Beretta d’ordinanza e spara. Un colpo di fucile lo centra in piena fronte: stramazzò al suolo con la pistola ancora fumante nella mano.

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Nel frattempo il resto della divisione “Livorno” da est e la “Hermann Goring” da ovest cercavano di convergere su Gela e sfruttare il temporaneo stordimento delle truppe nemiche conseguente alla puntata offensiva del tenente Navari. Le operazioni di avvicinamento furono però lente e difficoltose, dal cielo la caccia americana agiva indisturbata nella maggior parte dei casi e martellava incessantemente gli uomini dell’asse, anche la flotta, instancabile, bombardava le avanguardie dei reparti italo-tedeschi costringendoli a uno stillicidio continuo di uomini e mezzi. Le varie direttrici di attacco ebbero diversa fortuna. Gli italiani riuscirono a sfondare al centro dello schieramento di loro competenza ma non ai lati, dove la 2° divisione corazzata americana resistette per tutto lo svolgersi della battaglia. Situazione opposta per i tedeschi, invece, i panzer della wehrmacht riuscirono a percorrere la strada costiera ma furono inchiodati al centro del loro dispositivo d’attacco. Lo sfondamento definitivo delle linee americane, insomma, non avvenne mai. Anche questa volta gli italiani riuscirono ad addentrarsi in profondità nelle difese americane ma senza disarticolare il fronte avverso, la linea di difesa alleata assomigliava molto a un tracciato elettrocardiografico, si ristringeva e si ritirava in base all’alternanza di mille piccoli scontri, più o meno fortunati, e mai alcuna unità a stelle e strisce fu accerchiata o isolata dalle altre.

L’impossibilità di raggiungere la spiaggia e fermare il conseguente afflusso di uomini e mezzi nemici impose ai comandi dell’asse la ritirata. Nella battaglia di Gela fu, infatti, gettato tutto quello che italiani e tedeschi potevano impiegare. Poco, troppo poco. L’obbiettivo fu mancato per un soffio, come un miraggio beffardo si profilò alla vista dei nostri militi ma fu impossibile raggiungerlo. Le unità dopo due giorni di incessante lotta erano sfiancate e ridotte all’ombra di se stesse. 3000 i morti per il nostro schieramento e molti di più i feriti, senza riserve da impiegare e con le retrovie minacciate dall’8° armata britannica sbarcata ad Augusta, la ritirata fu inevitabile. La guerra continuò per tutto luglio e agosto, si incattivì sui monti Erei intorno ai paesi di Agira e Mistretta e solo dopo il balzo alleato verso il continente e l’8 settembre cessò realmente la resistenza italiana.

Effetti dei bombardamenti aerei sugli hangar dell'aeroporto di Catania. In primo piano i resti di un biplano Fiat C.R.42

Effetti dei bombardamenti aerei sugli hangar dell’aeroporto di Catania. In primo piano i resti di un biplano Fiat C.R.42

La battaglia di Gela e la conseguente campagna di Sicilia è l’esempio principe di come certa storiografia politicizzata ha tentato per decenni di mistificare la realtà. Siamo stati obnubilati in tutti questi anni da una coltre di menzogne che ci ha dipinto come un popolo di imbelli pronto al tradimento pur di interrompere le sofferenze della guerra o peggio ancora per abbracciare i “liberatori” e la loro democrazia. Le15 manifestazioni di giubilo popolare riprese dagli alleati e propinateci di continuo sono solo delle mistificazioni grottesche che si sono potute girare a rastrellamenti ultimati. Anche a Gela per esempio la popolazione ha aiutato e combattuto con le nostre truppe regolari. Esemplare fu il lancio di bombe a mano dal campanile del Duomo contro mezzi corazzati americani, compiuto da tre ragazzi del posto. I nostri feriti, curati e nascosti nei sottoscala e nelle soffitte non si contano. Il collasso dell’entità nazionale non è di certo avvenuto sul campo ma su un’ambulanza del Regio Esercito, il collasso della nazione non può essere imputato al popolo ma a pochi lungimiranti che hanno pensato bene di mandar tutto a puttane pur di salvarsi la dignità mondana.