Quaranta mesi di trincea significano oltre milleduecento giorni di guerra. Contarli risulta un’impresa, figurarsi viverli uno per uno senza interruzioni, senza sosta se non quella fatale e definitiva dell’eterno riposo. E dire che quasi quasi, nelle veglie tremende di vedetta, tra un piede ignoto e una mascella spalancata nell’estremo ghigno dell’agonia, più d’un combattente invidia la calma e la quiete della Fine. D’altronde, si muore una volta sola: vivere costa invece molta più fatica. Soprattutto se ti trovi, tuo malgrado, nella bolgia infernale che dalle aguzze sommità di Bormio si bagna nelle acque gelide dell’Adriatico, dipanandosi per i golgota del Carso e del Grappa e i carnai del San Michele e del Sabotino. Strappato dalla terra irrorata di sudore rurale, rapito dalla polvere moderna d’officina, il condannato al supplizio in grigioverde s’è ritrovato fante tra i fanti, dannato tra i dannati, in marcia verso l’Isonzo già vermiglio di sangue e orrore.

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Trincea di fanti tra le pietraie del Carso

Doveva essere un’avventura estiva, una movimentata e goliardica passeggiata militare sotto il Solleone dall’Isonzo all’Hofburg di Vienna: a Natale, tutti a casa! Invece a casa, anzi sottoterra, c’è finita l’Europa, stroncata dalla sua straripante potenza. L’Italia, cenerentola della grandeur continentale, trovatasi a metà del guado, incerta della propria forza di stato industriale, giuocando l’all-in dell’intervento ha determinato la propria trasformazione nazionale.  E mentre si celebra armi in mano la dipartita del Vecchio Continente, in trincea nasce un popolo: il risultato è un tipo nuovo, finalmente e compiutamente italiano, che sintetizza tra giberne e scarponcini chiodati i mille campanili ancora disuniti nella comunità cameratesca dei combattenti.

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In posa per il fotografo. Il cameratismo tra i combattenti fu fondamentale per mantenere il morale e sopportare le terribili avversità del tempo di guerra

Già reduce pur essendo ancora in prima linea, la massa di disperati che affolla le trincee d’Italia ha passato fiumi, triturato rocce, rapito alle aquile vette inosabili con malcelata rassegnazione ed un pizzico di guasconeria tutta nostrana. Si va e si muore nella guerra ormai battezzata Grande, ma all’italiana. Tra le oscene spallate cadorniane, sogni di gloria napoleonici uccisi dall’orrore vero e crudo dell’assalto, ecco dipinta l’epopea eroica dei Toti, dei Battisti, dei Sauro, dei Rizzo, dei Baracca, dei D’Annunzio. E dietro di loro, celati dall’oblio dei fenomeni di massa, i titani senza nome che giorno per giorno dal 24 maggio radioso combattono bestemmiano e muoiono senza però perdere mai. Hanno ceduto terreno, han vissuto la sciarada tragico-farsesca di Caporetto (citofonare generale Badoglio fratello Pietro), eppure i contadini di Sicilia e gl’operai di Lombardia, i pastori Sardi e i focosi guerrieri di Romagna han resistito all’urto dei barbari austro-germanici e all’incompetenza dei nostri comandi. Sul Piave, tra il Novembre 1917 e il giugno 1918, la barriera umana di santi maledetti ha urlato con vigore romano

Non passa lo Straniero!

E così è stato. Il vento della Storia s’è piegato alle mani ruvide e fangose del fantaccino, e ha portato in dote i semi della Vittoria. I cui frutti, maturi a Vittorio Veneto, son stati colti ad un anno esatto dalla disfatta di Caporetto. Nell’incredulità degli Alleati, l’Italia vince (perché di Vittoria si tratta, lo ribadiamo fermamente) sul campo il proprio nemico, annientandolo con una magnifica azione strategica che porta il nostro esercito in tre giorni a Trento e a Trieste. Si badi bene, è l’unica potenza dell’Intesa a sconfiggere in battaglia l’avversario: la Germania si ritira ordinatamente in Patria senza mai effettivamente essere annichilita da uno scontro risolutore, mentre l’Impero Ottomano esplode da sé, oramai decomposto dalla stanchezza dei secoli. L’Impero Austro-Ungarico di Carlo I no

Nell’ottobre 1918 ancora una volta sulla fronte italiana rintronò il colpo mortale. A Vittorio Veneto l’Austria non aveva perduto una battaglia, ma aveva perduto la guerra e sé stessa, trascinando anche la Germania nella propria rovina. Senza la battaglia distruttrice di Vittorio Veneto noi avremmo potuto, in unione d’armi con la monarchia austro-ungarica, continuare la resistenza disperata per tutto l’inverno

A parlare è quella vecchia canaglia del generale Ludendorff, generalissimo delle armate del Kaiser Guglielmo, nel 1919. Omaggio cavalleresco, che riconosce un’innegabile verità sancita il 4 novembre di novantotto anni fa: l’Italia ha vinto la Prima Guerra Mondiale. Quella data, oggi irretita da una etichetta scema che ha eliminato Vittoria qual fosse una parolaccia scritta in una latrina, risulta un patrimonio storico fondamentale, vergognosamente nascosto e distrutto dalla melassa mortale del politicamente corretto ignorante e vile. Il ricordo del Passato costituisce la base essenziale di una comunità, a maggior ragione di una Nazione: manipolarlo e distorcerlo, sia in un modo che in un altro, per meri fini di bassa politica contingente rappresenta un modo di agire francamente osceno. E questo, in conclusione, fa ribrezzo.