Notte fonda di fine estate del 1967. Un aereo da turismo con sei persone a bordo sorvola il Nord-Ovest italiano. Il Beechcraft King Air A90 oltrepassa il villaggio di Sanfront a quindici chilometri da Saluzzo, in provincia di Cuneo, sotto la maestà del Monviso, il Re di Pietra. Il viaggio è tranquillo. Nell’abitacolo, chiacchiere in tedesco. Uno scossone in quota, la scena cambia repentina. Il guasto è improvviso e fatale. Il rumore regolare nel cielo dell’aeroplano che segue la rotta Francoforte – Antibes in Costa Azzurra, diventa un singhiozzo di motore malato, un borbottio di sussulti meccanici. I passeggeri non respirano più, il fiato è strozzato dalla caduta libera. L’aereo precipita avvitandosi verso il basso. Giù, in picchiata mortale, senza possibilità di salvezza. Un pioppo amputa un’ala. La fusoliera è avvolta dalle fiamme: non più un aereo, ma un proiettile incendiario lanciato verso il terreno con lo strascico di una scia rosso-arancione, come una cometa.

Alla borgata Comba Gambasca, villaggio di quattro gatti abitanti quattro case con i tetti in losa, la signora Brondino è sveglia. Al pari di un buh! la donna fa un salto dallo spavento coi capelli dritti; uno schianto terrificante riecheggia nella Valle Po come se fosse l’esplosione di una bomba. Apre la finestra e urla dalla paura quando vede la montagna che s’illumina di vampe rosse; chiama anche il marito a vedere quel terribile spettacolo da cinematografo. La coppia crede di trovarsi nel mezzo del castigo divino. I coniugi Brondino, umili rozzi montanari, terrorizzati da quella visione infernale, fanno il segno della croce, e si barricano nella baita, invocando la protezione di Dio alla furia dell’apocalisse. No, non è l’apocalisse quella notte tra i monti del cuneese. Quello che si è appena sfracellato tra le rocce di un ruscello di montagna è l’aereo di Herr Harald Quandt, miliardario tedesco. Squillano nevrotici alle prime luci dell’alba i telefoni dei carabinieri, dei vigili di paese, dei pompieri, dei prefetti, dei questori, dei giornalisti. Tutti buttati giù dal letto. Dopotutto Herr Harald Quandt non è un miliardario qualunque.

Suo padre, Günther Quandt: grande industriale nei rami elettrico, siderurgico, minerario, militare. Prudente nazista dal 1933, anno della salita al potere di Adolf Hitler. La guerra lo avvantaggia enormemente: potere, commesse gigantesche, stabilimenti arraffati nei territori occupati come preda di guerra dell’industria del Reich, amicizie con gli altissimi papaveri del nuovo impero, generosi appoggi dai vertici nazisti e utilizzo di manodopera a costo zero, cioè schiavi. Giudicato come mitläufer, ovvero una delle tante pecore che seguono il vento e i nuovi potenti, che abbracciano il nazionalsocialismo non per fede ma perché partito vincitore, e per trarne beneficio personale. È l’effetto carrozzone, si sale sul carro dei vincitori per conformismo e opportunismo. Quandt incarna la figura del Wehrwirtschaftsführer – quei 400 industriali e alti dirigenti d’azienda nominati “capi dell’economia di guerra”, in quanto fornitori della Wehrmacht e detentori di posizioni chiave nell’apparato economico tedesco prima e durante la seconda guerra mondiale. Guerra: la gigantesca fortuna dei Quandt nasce proprio con l’elemento bellico. Prima con la Grande Guerra e le milioni di uniformi confezionate per l’esercito imperiale, poi tutto ingigantito con l’avventura hitleriana e le batterie VARTA, i fucili, le munizioni, le BMW e le Mercedes-Benz di cui Günther Senior possiede una sostanziosa quota societaria. È ricco, è potente, e in seconde nozze si sposa con Magda Rietschel, una ragazza bionda, avvenente, ambiziosa.

Hitler al Salone Internazionale dell’Automobile di Berlino nel 1938. Günther Quandt è il primo sulla sinistra, nello sfondo con gli occhiali il figlio Herbert.

Hitler al Salone Internazionale dell’Automobile di Berlino nel 1938. Günther Quandt è il primo sulla sinistra, nello sfondo con gli occhiali il figlio Herbert.

Sua madre, Magda Behrend Rietschel, prima Quandt, poi Goebbels: giovane e attraente First Lady del Terzo Reich. Sposa in prime nozze l’influente industriale – con cui mette al mondo Harald – poi incontra il dottor Joseph Goebbels, abile e onnipotente ministro della Propaganda. La coppia si sposa il 19 dicembre 1931, nella tenuta innevata del primo marito Günther, nel Meclemburgo. I due difatti, nonostante abbiano divorziato, sono rimasti in ottimi rapporti d’amicizia e di convenienza. Il testimone di nozze è Adolf Hitler. Si suicida nel bunker della Cancelleria del Reich il primo maggio 1945 insieme al marito, dopo aver avvelenato i sei bambini della coppia con il cianuro. Helga, Hildegard, Helmut, Holdine, Hedwig, Heidrun: hanno tutti nomi che iniziano per h, in onore del cognome dello zio Adolf. Laggiù, nel bunker di Hitler, l’ultima ridotta del nazionalsocialismo, Heidrun, la più piccola a morire, ha 4 anni. I bambini sono morti per il fanatismo dei genitori, ma sono anche morti per evitare che finissero oggetto di vendetta dai soldati assetati di sangue dell’Armata Rossa. Va detto che i soldati russi calano da oriente per schiacciare il nemico e per farla pagare a tutti i tedeschi militari e non. Invadono il Reich per vincere la guerra e per stuprare la Germania. La violenza carnale è collettiva, seriale e abituale tra le truppe d’occupazione, non risparmiano nemmeno le vecchie e le bambine. In questo scenario di rese dei conti totalitarie, la scelta di Magda nazi Medea novecentesca di portare con sè i suoi figli nel Valhalla ariano, benché appaia a noi atto disumano, ha perlomeno una sua chiara spiegazione come ultimo atto di protezione di una madre che è stata la darklady del III Reich, la sua regina in qualche modo.

Suo patrigno, Joseph Goebbels: giornalista, studioso, organizzatore, geniale ministro della propaganda del Reich, gerarca intoccabile, fedelissimo del Führer fino all’ultimo respiro, plenipotenziario della guerra totale, Herr Doktor. Rispetto agli altri uomini più importanti della corte di Hitler – Himmler, Goering, Bormann, Speer – la sua figura è quella che più rimanda ad espressioni quali cieco fanatismo alla svastica ed indiscutibile fedeltà all’idea nazionalsocialista e al capo indiscusso di essa. Quando tutto brucerà, altri tradiranno, lui, no. Uccide con un colpo alla nuca la moglie Magda, per poi ammazzarsi a sua volta.

Lui, Harald Quandt: rampollo del gotha industriale della Germania, parte volontario come tenente della Fallschirmjager, i parà tedeschi, i “diavoli verdi” della Luftwaffe, uno dei vanti armati di Hermann Göring. Costituita nel 1938, la 7. Flieger-Division (divisione dell’aria), diviene poi uno. Fallschirmjäger-Division nel 1943 fino alla fine della guerra. Si lanciano i diavoli verdi dalle pance degli Junkers Ju nei cieli scandinavi per l’attacco alla Norvegia durante l’operazione Weserübung nell’aprile del Quaranta; conquistano ponti, occupano gli aeroporti, punti assolutamente nevralgici per il controllo del regno nordico. Il mese successivo atterrano sul suolo belga e olandese; degna di nota è la presa del forte Eben-Emael in Vallonia quando un kommando di un’ottantina di parà pionieri, trasportarti con gli alianti, compie un colpo di mano eccezionale e rimasto esempio di audacia nella storia delle operazioni delle truppe speciali dell’era moderna. La fortezza, situata al confine, è considerata a ragione imprendibile da terra, e allora i pionieri dell’aria atterrano sul tetto con il pugnale fra i denti, sopra le teste spaventate dei belgi e la espugnano con bombe e lanciafiamme. Hitler gongola, il piano del blitz è suo.

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Tuffo nel vuoto di un diavolo verde

Ma l’azione più celebre della divisione in cui combatte il giovane Harald è senza dubbio l’operazione Merkur per l’occupazione di Creta. La prima ondata dell’assalto è formata dai paracadutisti, a loro il compito di prendere areoporti ed approdi, per permettere agli armamenti pesanti e alle truppe di montagna di atterrare e sbarcare. Harald e camerati si lanciano dagli Junkers Ju, soprannominati “Tante Ju – la zia Ju”, e piovono sopra i neozelandesi trincerati nell’isola greca. La missione si rivela però sin da subito molto più difficile rispetto a quanto il comando si aspettava: tanti gli alianti che si sfracellano al suolo, i britannici fanno il tiro al piccione con i tedeschi che scendono dalle nuvole come grossi fiocchi di neve – bersagli facilissimi – e la popolazione dell’isola è ferocemente ostile. Molti sono i soldati rimasti impigliati negli alberi e negli arbusti della macchia mediterranea, sembrano prede immobilizzate da grandi ragnatele di fili, stoffa, rami, e poi arrivano i ragni, cioè i contadini locali armati di falcetti e attrezzi per il lavoro della terra e per lo scotennamento popolare. I pastori e i contadini cretesi torturano, fanno a pezzi, uccidono. Quando i tedeschi vedono che cosa è stato fatto ai loro commilitoni, s’imbestialiscono. La risposta scontata è rappresaglia di piombo sui civili; è putroppo ovvio, come tante volte si vedrà nel corso della seconda guerra mondiale.

Sappiamo che anche Harald combatte nell’Egeo nella grande operazione aviotrasportata, che ha sì successo, ma a fronte di un elevatissimo numero di perdite, che di fatto dimezza la forza paracadutista del Reich. Da parte germanica, sarà l’ultima operazione del genere. L’Oberleutnant Quandt del battaglione pionieri prende parte anche alle battaglie in Italia. Tra il fiume Simeto e la piana di Catania, a seguito dello sbarco alleato in Sicilia, i diavoli verdi tentano di arginare la piena anglo-americana. Harald è in prima fila negli accesi scontri per il controllo del ponte Primosole contro la 1st Airborne Division “Red Devils”: è un duro braccio di ferro tra parà inglesi e parà tedeschi, elite dell’aria contro elite dell’aria, diavoli rossi contro diavoli verdi. L’Asse arretra lungo lo stivale, lascia la Sicilia, abbandona la Calabria e la Puglia, perde Salerno e Napoli, scava la trincea lungo la linea Gustav tra Appennini, dal Tirreno all’Adriatico, il muro invernale del feldmaresciallo Kesselring. L’avventura bellica del tenente Harald Quandt finisce nel 1944, a Tavullia “Tomba di Pesaro” nelle Marche. La sua unità lotta contro carri americani che li stanno massacrando: è lotta impari. La compagnia è annientata, Harald riesce a distruggere uno Sherman con un panzerfaust ma poi cade, crivellato da sei pallottole, ad un passo dalla morte, ma aggrappato ancora alla vita.

Dopo la guarigione, gli aspetta il campo di prigionia americano. Finisce la guerra, nel 1947 è libero. Quando il padre muore durante un viaggio in Egitto, lui e il fratello diventano due degli uomini più ricchi della Germania Ovest. Fanno parte dell’esclusivo club “dei 18 miliardari” il gotha dell’economia tedesca. Sono gli anni ’60 e Harald ora detiene il comando su una galassia industriale di 200 aziende, per un giro d’affari che può essere sintetizzato in una percentuale: il 10% della totalità del PIL tedesco, un titano minerario-manifatturiero-farmaceutico-finanziario. Altre cifre sottolineate: il 30% della BMW, il 10% della Daimler-Benz, e un patrimonio personale che se attualizzato agli euro odierni, arriva ai tre miliardi, suppergiù. Finanza, grande industria, potere.

Un tratto distintivo della famiglia Quandt è la discrezione, il low profile. Lavorano, si arricchiscono, governano in silenzio. Ad un giornalista che lo interroga:

“Preferisco che i giornali pubblichino false informazioni sul mio conto, piuttosto che il segreto della nostra famiglia venga conosciuto”.

Torniamo agli anni della prigionia di guerra. Un ufficiale tedesco guarisce in convalescenza nell’infermeria del campo, le ferite si stanno rimarginando. Non tutte però. Gli consegnano una lettera: è stata già aperta da quei galantuomini signori dell’OSS – Office of Strategic Services. La mittente è sua madre, Magda Goebbels. L’ha scritta prima del sacrificio estremo di sé e dei suoi bambini, il sinistro Götterdämmerung, il crepuscolo degli Dei dell’impero uncinato:

“Mio figlio adorato! Siamo nel Führerbunker già da sei giorni – papà, i tuoi sei fratellini e sorelline ed io – nell’intento di dare alle nostre vite nazionalsocialiste l’unica possibile onorevole conclusione… sappi che sono rimasta qui contro la volontà di papà, e che anche domenica scorsa il Führer voleva aiutarmi ad andarmene. Tu conosci tua madre – abbiamo lo stesso sangue – non ho avuto alcuna esitazione. Il nostro glorioso ideale è andato in rovina e con esso tutto ciò che di bello e meraviglioso ho conosciuto nella mia vita. Il mondo che verrà dopo il Führer e il nazionalsocialismo non è più degno di essere vissuto e quindi porterò i bambini con me, perché sono troppo buoni per la vita che li attenderebbe, e un Dio misericordioso mi capirà quando darò loro la salvezza… I bambini sono meravigliosi… mai una parola per lamentarsi o una lacrima. Le bombe scuotono il bunker. I bambini più grandi proteggono quelli più piccoli, la loro presenza è una benedizione e riescono a far sorridere il Führer di tanto in tanto. Possa Dio aiutarmi a trovare la forza di superare la prova finale e più difficile. Ci resta un solo obiettivo: la lealtà verso il Führer anche nella morte. Harald, mio caro figlio – voglio trasmetterti quello che ho imparato nella vita: sii leale! Leale verso te stesso, leale verso le persone e leale verso il tuo paese… Sii orgoglioso di noi e cerca di tenerci tra i ricordi più cari…”

Infine, la cometa artificiale nel Nord Ovest e lo schianto d’aeroplano tra le borgate occitane. Gambasca, Sanfront … paesini sperduti tra le valli del Monviso, memorie antiche di madri badesse-contesse, di incontri in boschi di castagni con streghe piemontesi qua chiamate masche, di marchesi della sperduta provincia cuneese, di storie locali e minori. E invece adesso c’è un aereo che cade e un lampo di grande e tragica memoria d’Europa. È una cometa storica.