Cuore di Tenebra. Nel capolavoro di Joseph Conrad, un misterioso Kurtz regna folle nell’angolo oscuro della giungla, ventre umido e malato dell’Africa Nera.

Apocalypse Now. Nell’opera d’arte di Francis Ford Coppola, il colonnello Kurtz si erge a dio della morte nei meandri malarici della foresta cambogiana, infero di pazzia e napalm.

Scivola il vaporetto lungo le acque nere del fiume Congo, naviga il battello militare sul dorso del serpente Mekong, verso gli abissi della Terra, dove l’odio ha le sue radici, dove il male ha la origine; gli orologi vanno in frantumi, il tempo non esiste più e la giungla sussurra, ha fame di uomini.

“L’orrore! L’orrore!”

 L’orrore di Conrad e Coppola è immaginato, l’orrore del nostro racconto invece, benché romanzato, è reale. Il colonnello Kurtz vive per davvero, Cuore di Tenebra è tra i monti Altaj, non più foresta tropicale, ma rocce e altipiani incontaminati. Questa è la storia del barone Roman von Ungern-Sternberg, l’uomo che volle farsi Khan.

È la primavera del 1921 ad Urga (Ulan Bator), la capitale del neonato Regno di Mongolia. Un ospite di riguardo è arrivato in città. Ferdynand Antoni Ossendowski, scienziato polacco, scrittore, esploratore, è da mesi che vaga nella taiga siberiana, gelido e sconfinato campo di battaglia della guerra civile russa che infuria da quando i bolscevichi hanno preso il potere; rossi da una parte, bianchi dall’altra a farsi la pelle con furia accesa. La controrivoluzione bianca è condotta con la medesima passione con cui i bolsevichi si dedicano alla rivoluzione, senza dunque alcuna riserva, esitazione, pietà per gli esseri umani.

Il polacco viene accompagnato alla yurta del generale Ungern-Sternberg della Divisione Asiatica di Cavalleria (Asiatskaja konaja divizija) nella quale servono mongoli, buriati, russi, cosacchi, caucasici, perfino tibetani, coreani, giapponesi e cinesi, una formazione eterogenea; razze e ideali, Europa e Asia sotto le stesse insegne della U nera. L’armata che segue il barone, forte di 6.000 anime votate all’impresa eccezionale o forse ad interessi più pragmatici come saccheggi e ori, è come la sua guida, ovvero fuori da ogni schema, singolare, psicotica. È un esercito schizofrenico, di tagliagole per professione o per passione, di cosacchi dalle lame affilate, di avventurieri senza Dio, di ufficiali alcolizzati, morfinomani e orfani di Zar, di reazionari esaltati, di mercenari, di fanatici buddisti, di veterani dei fronti della Grande Guerra, di unni moderni, di assassini, di proto-nazisti, di pazzi, di cercatori di gloria, di anime perdute, di cavalieri neri.

All’ingresso della yurta Ossendowski esita, spaventato. Una pozza di sangue sporca l’entrata, decisamente un cattivo auspicio. Ha l’impressione di entrare nalla tenda del diavolo.

“Entrate!”

Dentro. Poca luce. Ma non c’è nessuno! Un’ombra si muove. Un volto emerge dall’oscurità. Un uomo pallido, dai capelli e baffi biondo-rossiccio, con l’ampia fronte sporgente, lo fissa senza sbattere le palpebre; non chiude mai gli occhi, mai, rimangono spalancati, sono due pezzi di ghiaccio che scrutano l’ospite. Una belva lo scruta dal fondo della caverna. Lui, il barone pazzo, il barone sanguinario, il barone nero, ora è in piedi, si mostra con la tunica mongola di seta rossa, su cui ha appuntato la Croce di San Giorgio, l’alta onoreficenza zarista ottenuta per il coraggio dimostrato nei combattimenti contro i tedeschi in Galizia, anni prima. Ungern accende delle candele che illuminano la sinistra penombra della yurta. Appaiono icone ortodosse, tappeti, mobili da campo e attorno ad un tavolo altre figure, fino ad un istante prima mimetizzate nel buio. Sono gli attori secondari di questa piece teatrale d’avventura, mistero e tragedia.

C’è il generale Boris Rezukhin, vice comandante della divisione e braccio destro del barone. Fedelissimo, cane da guardia in divisa cosacca, è uomo di rara ferocia dalla voce pacata e dai modi cortesi. Non si scompone mai, rimane gentile e sorridente anche quando sbudella. C’è l’aiutante capitano Veseloffsky, alto e dai capelli rossi. Silenzioso, un cobra velenoso, parla poco. Impassibile, ha la faccia scolpita nella pietra, è killer spietato. C’è Bogdo Geghen, il Bodg Khan, l’ottavo Buddha reincarnato, monarca della teocrazia mongola, liberato dalla prigionia cinese da Ungern, il nuovo dittatore di quella terra lontana. Vizioso, sifilitico, avvelenatore, si ingozza talmente tanto di vodka da diventare cieco. È un alleato effimero, il barone dovrebbe ben guardarsi da quell’ambiguo dio vivente. C’è Dambijantsan, un influente lama appartenente all’antico ordine dei berretti rossi, chiamato anche il Monaco Vendicatore. I berretti rossi sono temuti e guardati con sospetto per via delle loro tetre pratiche magiche e il Monaco Vendicatore, esploratore degli aspetti più nascosti e truci del buddismo tantrico, ama terrorizzare la popolazione mongola fin dai primi dei novecento, con la superstizione, con tenebrose arti magiche e più banalmente con la violenza fisica.

“Ossendowski vi prego, sedetevi con noi.”  

Il tempo e lo spazio mutano, la tenda si stacca dalla terra di Urga, vola verso un’altra dimensione non più di questo mondo. Compaiono alcuni lama che venerano Ungern come la reincarnazione di Tamerlano, il fondatore della dinastia timuride dell’Asia Centrale ricordato come il Grande Emiro. Entrano degli sciamani con maschere spaventose. Dai braceri si diffonde l’odore di incenso, inebriante, stordente. La vista dell’ospite polacco si sfoca, la mente nuota tra le stelle. Gli sciamani suonano i tamburi e soffiano nei flauti, evocano gli spiriti di Gengis Khan e del Mahakala, il Grande Oscuro, divinità guerriera buddista, protettrice della rilevazione; invocano gli spiriti di Shambala e di Agarthi, custodi dei  paradisi primordiali dei giusti, luoghi mitici o regni sotterranei, che il barone diventato Ungern Khan vorrebbe riportare sulla terra di Mongolia, ripulendola con pugno di ferro dalle orde cinesi e comuniste, nemiche della tradizione. Su un grande vassoio d’argento eredità di palazzi aristocratici perduti è servito l’essere immondo. Un grosso verme schifoso, di colore rosso, lungo mezzo metro e spesso come un braccio umano: è Allghoi Khorhoi, il verme mongolo della morte che vive nel deserto del Gobi.

“Ma allora esiste per davvero!” Esclama Ossendowski.

Il barone impugna un coltello, incide la carne ributtante della creatura leggendaria, taglia delle piccole porzioni. Ne offre un pezzetto all’ospite. Il rito magico prevede l’ingestione dell’ Allghoi Khorhoi e Ossendowski manda giù quel boccone disgustoso. Oblio. Visioni. Il passato prende forma nella yurta.

Episodi della vita del barone si sbobinano nella mente del polacco, in trance.

Ungern-Sternberg: famiglia di nobiltà baltica, furono corsari nel Mar del Nord, cavalieri teutonici, crociati in Terra Santa tra cui un fanciullo di 11 anni che partecipò alla penosa “Crociata dei bambini”; tra gli avi di Roman c’è persino un alchimista del XVIII secolo a cui hanno affibbiato il soprannome di “Fratel Satana”. Con tali antenati si fa presto a dannarsi l’anima. Il barone porta al dito un anello di rubino con l’effige di una svastica, antico simbolo buddista dai svariati significati come ruota della dottrina, infinito, sole e tutte le cose. Apparteneva a Gengis Khan, ora è ora è reliquia degli Ungern, e quando il barone cadrà, sarà preda di guerra del generale Bljucher, il “Napoleone rosso”, e dopo le purghe dei ’30, apparterrà al maresciallo Žukov “l’Ariete”, l’eroe di Stanlingrado.

Passano gli anni di gioventù del giovane Roman, come il nonno anche lui si affascina e si avvicina al buddismo e alle filosofie orientali. Cavalca il ventenne tenente dello Zar Nicola II nelle remote terre di Buriazia bagnate dal lago Baikal. Laggiù, tra monti inesplorati e valli inaccessibili, boschi selvaggi e tribù misteriose, credenze sciamane e antiche leggende, il ragazzo con la divisa da ufficiale di cavalleria rimane folgorato dallo stile di vita delle genti nomadi buriate e mongole, e dai loro misticismi esotici, così lontani e magici rispetto alla solennità tradizionale del cristianesimo ortodosso. La religione buddista tibetana e le pratiche  del sciamanesimo contano molto nella crescita spirituale dell’ufficiale, che poi negli anni successivi degenera, si deforma, mischiandosi a qualcosa di diabolico, di primitivamente malvagio, dando concretezza e materia all’orrore. Nella sua mente, visioni mistiche, studi religiosi, credenze orientali, amore per la guerra e utopici piani politici si mischiano in un pericoloso e incontrollabile mix esplosivo. Le idee esaltate del barone affollano il suo pensiero impregnato di filosofie messianiche e di tantrismo. Sogna di creare un ordine militare buddista composto da cinesi, mongoli, tibetani, buriati, afgani, kirghizi e altri. Quest’ordine, una volta creato, sarebbe dovuto essere il baluardo spirituale ed armato contro la Grande Bestia, il bolscevismo e l’occidente corrotto e marcio in mano all’usura, al denaro e alle banche. È  la volontà tradizionalista, portatrice della divinità, che si deve scagliare contro la modernità e i suoi giacobini, contro il mondo del progresso, contro le rivoluzioni che dal 1789 stravolgono l’ordine millenario delle cose, contro la borghesia avida, contro l’ateismo.

Poi la Grande Guerra, Armageddon di trincee e mischia di baionette, è maestra di morte. L’ufficiale mostra carisma, coraggio, capacità al comando, abilità strategica, brutalità contro il nemico, brutalità contro i suoi uomini, che lo rispettano ma lo temono, la disciplina tra le sue fila, è ferrea.

Una bandiera rossa sventola sugli antichi palazzi imperiali. Il 1917 è rosso, la guerra a ovest è perduta ma non è ancora venuto il momento di deporre le armi: dalla vecchia guerra nasce la nuova guerra, ed è civile, russi contro russi, bolscevichi contro reazionari. L’ammiraglio Aleksandr Vasil’evič Kolčak riunisce e comanda le forze bianche. Defezione: il barone Ungern e l’ataman cosacco Semënov, disconoscono l’esercito controrivoluzionario, e sostenuti dai giapponesi, portano avanti una lotta privata, un conflitto nel conflitto. Dall’effimero Stato cosacco di Transbaikalia conducono le loro operazioni contro tutti: attaccano i rossi, attaccano i bianchi. Sono mesi dove i cavalieri di Ungern approfittano della situazione per dedicarsi ad uno dei loro passatempi preferiti: l’assalto ai treni di rifornimenti delle parti in lotta. Dai boschi innevati a ridosso dei binari, centinaia di diavoli scatenati sbucano con la sciabola in mano gridando il nome di  von Ungern-Sternberg, aggredendo i convogli scortati da guardie intorpidite da viaggi lunghissimi che vengono fatte a pezzi senza pietà alcuna. Vengono presi di mira sia i treni battenti bandiera rossa sia quelli con i vessilli zaristi. Non fa alcuna differenza. Anzi, i bottini più pregiati sono proprio quelli depredati all’Armata Bianca dell’ammiraglio Kolkak, che viaggiano dal porto lealista di Vladivostok per rifornire di mitragliatrici e cannoni le operazioni controrivoluzionarie negli Urali e il centro della resistenza antileninista nella Siberia Centrale. Tra Vladivostok e la Siberia Centrale c’è di mezzo il regno guerriero della Transbakaila, dove si aggirano gli squadroni del barone, come branchi di lupi affamati.

Orrore: l’odio dei contendenti si incancrenisce. Impalamenti, mutilazioni, impiccagioni collettive, caldaie di locomotive a combustibile umano, disertori e nemici bastonati a morte. Ma anche la straordinaria avventura di Mongolia, quando il barone scaccia i cinesi e fonda una monarchia mistica nel cuore dell’Asia, e lui ne è il dittatore.

Altre visioni si rincorrono nella testa dell’ospite polacco.

L’uomo che volle farsi Khan è riuscito nel suo intento. Ora di notte, nelle polverose strade di terra battuta di Urga, un diavolo con occhiali da aviatore si aggira a tutta velocità su un infernale carrozza senza cavalli, un’imponente FIAT rossa con i fari spianati tra le gher, terrorizzando i mortali. Battaglie feroci si combattono alle pendici di catene montuose e il suo esercito è seguito da torme di lupi famelici che ripuliscono il passaggio segnato da cadaveri di uomini fatti a pezzi.

Ossendowski, ospite di riguardo nella yurta del barone ha visto il passato e il presente. Adesso vede anche il futuro. Guarda il barone perdere tutto, tradito dai mongoli prima e poi dai suoi stessi uomini. Il signore della Mongolia e della guerra dichiara l’intenzione di compiere una conversione prima verso ovest, poi verso sud, per raggiungere i monti Altaj e la Zungaria. I suoi soldati, ormai braccati dalle forze rosse, non capiscono. Forse quel pazzo del loro comandante vuole davvero raggiungere il Tibet e il “Regno Sotterraneo”? Ammutinamento, il barone Roman von Ungern-Sternberg, ormai solo e sconfitto, viene venduto da un predone calmucco all’Armata Rossa, che lo fucila a Novonikolaevsk, in Siberia Centrale, alle 6 di mattina del 15 settembre 1921.

L’ospite polacco si desta dall’incubo. Nella yurta del barone diventato dio della guerra, non c’è più nessuno. Un anello di rubino brilla solitario sul tavolo: ha l’effige della svastica.