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Sanremo, febbraio del 1992. Dal teatro del casinò va in onda il programma Piacere Raiuno, conducono Elisabetta Gardini, Toto Cutugno, Gigi Sabani. Viene intervistato un ospite insolito per quel tipo di trasmissione. È un soldato di ventura appena rientrato dal conflitto nell’ex Jugoslavia, dal fronte croato. Ecco, pensando alla figura del mercenario moderno, uno s’immagina un volto truce magari segnato da cicatrici, un fisico da picchiatore, un Rambo. No, invece. Nel salotto televisivo, intervistato dalla bella Gardini, siede un ragazzino poco più che ventenne, fragile, occhi azzurri spalancati e spaventati, mingherlino, timido, impacciato, dalla r moscia su voce flebile, pallido, due fili di barbetta rossiccia sul mento, maglioncino di lana su camicia: più che un lanzichenecco di fine millennio sembra un animatore d’oratorio.

Roberto Delle Fave nei primi anni novanta

Roberto Delle Fave nei primi anni novanta

Questa è la storia di Roberto Delle Fave, bambino disturbato che viaggiò volontario all’inferno.
L’interesse per questo strano ed inquietante personaggio nasce dopo la visione del documentario intervista Red Devil. Il mercenario, girato da Erion Kadilli, prodotto dalla Ramingo Produzioni del torinese Tommaso Magnano (anche lui regista), e vincitore nel 2011 del Biografilm festival di Bologna. Un esperimento molto ben riuscito, è un video-ritratto di angosce, di paranoie, di esperienze nell’orrore recente, di un mitomane che mischia fatti reali a fantasie malate. Non si tratta di un documentario di Storia, si è piuttosto nell’indagine psichiatrica, ma non per questo il documento risulta essere meno intrigante, al contrario. È una pellicola carica di fascino noir. Ne consiglio la visione completa.

Siamo nel 2010, a Bordighera, ci sediamo davanti a Roberto Delle Fave e ci ritroviamo ad ascoltare un folle. Fuma a ripetizione, soffi di sigaretta invadono lo schermo, denti macchiati masticano nicotina, dita mal curate stringono l’ennesima cicca in combustione. Vive in una casa che è un piccolo zoo privato. Dalle teche iguana, rospi, tartarughe guardano la libertà vietata. L’acquario è per i piranha. Roberto vizia i ratti con un cono gelato, un bonbon delizioso per quei topi, si gettano sul cono ammucchiandosi uno sull’altro nella gabbia, schifosi. Alleva serpenti, vuole bene ad un lungo e grasso boa dalle squame lucide, goloso di capre; è un affetto reciproco, il boa e Roberto si abbracciano, si stringono, carrezze, un bacio. Inizia un viaggio nelle tenebre ma – si badi bene – di essere consapevoli di trovarsi in luoghi squilibrati della memoria e che dunque il vero, quello che è esperienza vissuta, è contaminato dall’invenzione, da un’immaginazione masochistica; non c’è filtro, è un garbuglio. Dentro la testa di Roberto il demone della guerra reale è in macabra simbiosi con il demone della guerra irreale. In questo articolo, per quanto possibile, si cercherà di separare i due elementi, di separare cioè, il vero storico dalla finzione bugiarda.

Roberto Delle Fave con uno dei serpenti da lui allevati

Roberto Delle Fave con uno dei serpenti da lui allevati

Il protagonista di Red Devil inizia a raccontare di sé, partendo di quando era un ragazzo dotato di intelligenza di certo vivace, curiosa e poco ortodossa, ma probabilmente già nei suoi aneddoti giovanili c’è la tendenza a mistificare. Gli hobby adolescenziali sono i furti e gli scippi. Finisce in riformatorio per la prima volta a 14 anni. Per una rapina dal bottino di ben 14.000 delle vecchie lire provoca un conflitto a fuoco con i carabinieri. In un altro episodio para-cinematografico, per rubare cinque chili di gelato usa una bomba a mano scagliata in gelateria. La gioventù turbolenta, di armi e pistole puntate in faccia, è la sua scuola di guerra. Sono fatti di cui non si è trovata conferma nei giornali del tempo. A 20 anni si mette in testa di intraprendere la carriera di reporter. Sì, fa il giornalista, difatti nella trasmissione RAI citata all’inizio, Toto Cutugno prende la parola, ha riconosciuto quel ragazzo spaventato: è stato intervistato da lui in una precedente edizione del Festival della canzone. Roberto come reporter viaggia verso est, verso quel nuovo conflitto alla periferia della ricca Europa occidentale.

I Balcani sono in fiamme
, dopo la rapida e quasi indolore guerra d’indipendenza Slovena, ora tocca alla Croazia. Ed è un bagno di sangue questa volta. La Croazia del presidente nazionalista Tuđman vuole staccarsi da Belgrado. C’è però un ostacolo, rappresentato dall’autoproclamata Repubblica Serba di Krajina delle regioni di Krajina e Slavonia, storicamente abitate da serbi. I serbo-croati (non esiste più la nazionalità di jugoslavo, e i media imparano ad identificare le persone tramite il ceppo etnico-religioso d’appartenenza) residenti nelle aree orientali della Croazia confinanti con la Bosnia, ancora sotto il governo centrale di Belgrado, e con la Serbia, s’oppongono. I croati si dichiarano pertanto indipendenti ma l’Armata Popolare Jugoslava JNA, adesso espressione armata dei soli serbi e montenegrini, si muove immediatamente, per impedire che le zone tradizionalmente serbe finiscano in mano croata, e per proteggere le popolazioni lì residenti.

Battaglia di Vukovar in Slavonia, agosto – novembre 1991: assedio moderno nell’Europa di fine millennio. La città è stritolata. La potenza serba è ancora in piedi, rabbiosa. Pioggia incessante di granate di artiglieria. Tutto è distrutto. Nelle ultime fasi, pochi giorni prima della vittoria serba, avvengono violentissimi combattimenti casa per casa. Nuove forze sinistre fanno la loro apparizione; sono i gruppi paramilitari, volontari e motivati, non inquadrati ufficialmente nell’esercito regolare e pertanto adoperati per il lavoro sporco, per i rastrellamenti, per gli assalti più duri, per le attività di pulizia. Spazzini armati pesantemente che spazzano via quello che non è serbo. Nuovi nomi: Beli orlovi, le aquile bianche, ultra-nazionalisti ortodossi, panserbi, si considerano gli eredi dei Cetnici, coraggiosi guerrieri monarchici uniti dall’odio contro gli ottomani e i loro discendenti bosgnacchi, dalla bandiera nera con il teschio, le tibbie incrociate e il motto “Per il Re e la Patria, libertà o morte”; e Arkanovi Tigrovi della Guardia volontaria serba SDG, le Tigri di Arkan, all’anagrafe Željko Ražnatović, uno dei protagonisti di quei conflitti così vicini a casa nostra, eppur così lontani, quasi fossero una proiezione di altre epoche, di odi antichi strisciati fuori da buchi neri della Storia, un ritardo del tempo. La Tigre Arkan, torneremo a parlare di lui, ascoltando quanto ci dirà a proposito Delle Fave.

Bandiera dei Cetnici, movimento militare e politico serbo

Bandiera dei Cetnici, movimento militare e politico serbo

Roberto è laggiù, macchina foto e videocamera, in quella baraonda di dolore e case crollate e auto bruciate. Quello che vede, lo cambia. Un giorno è accompagnato da una soldatessa croata, la ragazza gli fa scudo dai proiettili destinati a lui, e muore salvandogli la vita. Decide che non vuol più essere giornalista, realizza che in Italia non ha un presente figuriamoci un futuro, e allora crede che la sua strada sia militare. Farà il mercenario. Entra nelle forze di difesa croate, e avendo una qualche esperienza nel ramo mine e botti, fa lo sminatore. È di stanza nella barocca Vinkovci, non lontano dal confine con la Serbia; i villaggi tutt’attorno brulicano di ribelli di Slavonia. Sono tre i mesi che passa nella cittadina al fronte, la morte è ovunque, anche nei suoi sogni. In branda, di notte, la morte gli appare bella, donna sensuale dalla pelle bianca come il latte e lunghi capelli corvini. La morte è una dark lady “scopabile al 1000 per 1000.” In questo periodo porta una giacca a vento dell’Invicta, il modello “Red Devil” con una toppa con il diavolo rosso sul petto. Adesso Roberto “Red Devil” Delle Fave ha il suo nome di battaglia. Con lui, altri stranieri, veri mercenari professionisti, ex Legione Straniera nel curriculum mortis, e altri sbandati europei, avventurieri improvvisati, maniaci di vario genere, anche qualche giovane idealista: alcuni neofascisti combattono con i croati visti come i successori ùstascia filonazisti, altri invece, di fede comunista, preferiscono entrare nelle fila dei vecchi compagni serbi, più in sintonia politicamente. Rossi contro neri, ancora una volta. Ma è un’illusione, loro non c’entrano nulla quaggiù, sono imbucati alla festa del massacro, non sono fatti loro, invadenti scrocconi dell’orrore.

Red Devil ricorda di un generale croato, un tal Jastreb, che tradotto significa “Falco”, responsabile di una grande fornitura di armi leggere dalla Germania. Nel salone dell’hotel Slavonia sono ammassati migliaia e migliaia di AK47 donati dai tedeschi. Una gigantesca santabarbara a disposizione. Il generale Jastreb – più che falco, volpe – si vende tutto. Il giovane bordigotto apprende la notizia riservata da funzionari dei servizi segreti di Zagabria. Il generale Jastreb s’è venduto armi e battaglia; s’è venduto la città di Vukovar e la sua gente. Ma andando a verificare, scopriamo che c’è già un’inesattezza; il generale Jastreb il falco, è in realtà il colonnello dell’aeronautica, oggi in pensione, Mile Dedaković, comandante della guarnigione croata nelle prime settimane d’assedio, la 204° brigata Vukovar, poi riassegnato a Vinkovci. Sappiamo piuttosto che Jastreb, dopo un tentata controffensiva per spezzare l’assedio serbo, si scontra con il suo presidente Tuđman accusandolo di non aver mandato adeguati rinforzi e per questo viene zittito dalla polizia, con alcuni giorni di detenzione. In quella guerra vengono fuori strane trame, interessi sporchi, indicibili patti sotteranei, diplomazie doppiogiochiste, affari criminali.

Ma non divaghiamo, torniamo a percorrere la visionaria narrazione di Red Devil come spunto d’indagine psico-storica. Come quella volta che imbottisce di piombo un bambino: 30 colpi del kalashnikov, tutti a segno. C’è questo ragazzino che sta giocando con un’arma giocattolo, Roberto teme sia un mitra vero e lo spazza via dalla Terra. Non si assolve, usa parole di disprezzo verso se stesso, ma sarà vero o è solo un suo incubo? Un altro generale, un certo Bobebko, mai sentito prima, dice a lui e agli altri stranieri della brigata internazionale di levarsi dai piedi o di arruolarsi nelle forze regolari croate. Così Red Devil si ritrova in caserma a Gospić, importante nodo stradale verso la costa, tra i monti della Dalmazia contesi tra serbi e croati. Sulla piazza principale, c’è il monumento a Nikola Tesla, grande scienziato nato nei paraggi, poi muri crivellati, tetti crollati, rottami, buche di mortaio.

Ancora oggi in molte cittadine dei Balcani è possibile osservare i muri martoriati dalle raffiche di armi automatiche

Ancora oggi in molte cittadine dei Balcani è possibile osservare i muri martoriati dalle raffiche di armi automatiche

E le mine antiuomo, tante; chissà se tra i tanti modelli di quegli ordigni infami di mutilazione ci sono anche quelle prodotte fino al 1994 a Brescia dalla Valsella Meccanotecnica. Valsella, una storia successo, le mine del Made in Italy, amputazioni d’eccellenza. In un altro programma RAI del corrispondente di guerra Sandro Vannucci, un approfondimento dal titolo “Soldato d’avventura”, compare di nuovo Roberto. Immagini inizio ’90 di vecchio vhs, qualche riga grigia di disturbo sullo schermo, la videocassetta ha la sua età. Ultimo dell’anno 1991, da Bordighera i vecchi genitori, preoccupati, anche disperati, chiamano al telefono il figlio balengo. È una coppia di anziani borghesi, due persone tranquille, dignitose. Ho l’impressione che il degenere abbia intenzione di spaventare i suoi vecchi. E infatti li terrorizza:

… qua si combatte, qua c’è la morte, mors tua vita mea…

Improvvisamente la voce del Roberto Di Ventura s’interrompe, alla cornetta gracchia una lunga raffica di spari ra-ta-ta-ta-ta-ta. La madre sgrana gli occhi terrificati sgomenti. Roberto Delle Fave Di Ventura, Roberto alla guerra. Sandro Vanucci va a trovarlo a Gospić; riprese RAI che sembrano archeologia televisiva – da un’auto in movimento cartoline dello squallore, scorci di grigio, case sventrate, neve marcia bordo strada, alberi tristi, fango: sono i Balcani invernali in profonda depressione armata. Ed ecco di nuovo Red Devil, occhiali a specchio, scherza con una bomba a mano. Ma è un mercenario annoiato, Gospić è ormai retrovia, battaglie più furenti sono altrove, nubi sopra la Bosnia.

1992, copione già visto, la Bosnia ed Erzegovina musulmana si vuole staccare dai resti della Repubblica Federale, ma nella regione non ci sono solo bosgnacchi, ma anche i serbi, che sono tanti, che non ci stanno. Republika Srpska: entità territoriale dei serbo-bosniaci, con capitale Banja Luka nella Bosanska Krajina, in contrapposizione violenta al nuovo governo di Sarajevo dell’avvocato Alija Izetbegović. Nel mezzo anche la fazione dei croati di Bosnia, per non farsi mancare nulla, per un macello completo; disintegrazione, sfide affollate. Slobodan Milošević fomenta, tamburi scandiscono la marcia della Grande Serbia, il poeta psichiatra Radovan Karadžić guida il suo popolo rimasto fuori dai confini di Belgrado, al suo fianco il generale Ratko Mladić, in una terra che vista sulla mappa ricorda il numero 7, ad ovest della Drina, boschi e foreste, mimetiche e ortodossia.

Che carnaio, sul campo di battaglia giungono mastini dall’estero. Neonazisti con i croati. Volontari greci e russi con i serbi. Mujahideen dai paesi arabi, nordafricani, caucasici, dell’Asia Centrale con i bosniaci. Calderone di lame e insegne e bande: scimitarre neo-ottomane, vessilli con l’aquila bicipite, bandiere nere della santa Jihad, Tigri nelle foreste, fondamentalismo cattolico, Chiesa ortodossa serba, Piana dei Merli 1389, campanili e minareti, berretti verdi, mezzalune d’Occidente, raffiche a cadenza ritmata. Roberto vuole partecipare anche lui. Si porta dietro la videocamera. Da dentro l’abitacolo di una Mercedes con targa tedesca che si arrampica sui tornanti sull’altopiano Igman, guardiamo la stella a tre punte sul cofano muoversi tra i boschi di pini che stringono l’asfalto, pitone grigio che striscia tra i monti insanguinati attorno Sarajevo. L’autoradio della berlina germanica spara ad alto volume una canzone di Toto Cutugno.


Toto Cutugno- Soli, brano contenuto all’interno del disco “L’italiano” (1983)

Soli – la pelle come un vestito. Stranezza, è un’allucinazione. Una voce italiana di musica leggera si diffonde nella scenografia sbiadita di una videocassetta dal nastro usurato nell’Europa selvaggia, nell’Europa dei lupi. Il panorama di inquietudini surreali. La cintura dei monti attorno a Sarajevo è teatro di lunghi scontri, e su queste pendici, in un tempo che sembra essere lontanissimo, si disputarono i XIV Giochi olimpici invernali del 1984; sul monte Trebević si scendeva a rotta di collo con i bob, sul monte Igman si volava con gli sci dal trampolino, ma adesso che c’è la guerra gli impianti arrugginiscono, scheletri di alberghi in rovina danno riparo a cannoni e mortai.

Ciò che resta degli impianti sportivi predisposti per le Olimpiadi invernali di Sarajevo ’84

Red Devil combatte con i Cigni NeriCrni Labudovi, una formazione paramilitare bosniaca e musulmana, ritenuta d’elite, operante nelle zone tra Konjic, Igman e Jablanica.


Membri della brigata Crni Labudovi

Sostiene di essere in qualche modo uno dei leader, un importante addestratore. Troviamo come capi, i nomi di Senad Mehdin Hodžić, Hajro Mešićm, Hase Tiric; di Roberto Delle Fave, non c’è menzione. Ad ogni modo, è tra le loro fila. La videocamera s’interessa a un lanciagranate a tamburo in grado di sparare ordigni in rapida successione. Un ex legionario francese illustra agli amici bosniaci le funzionalità del cannone portatile. Dettagli della scena: istruzioni in francese, divise spaiate, poca marzialità, orrende acconciature tipo “mullet” alla MacGyver, canne di Avtomat Kalašnikova.

Sezione dell'Avtomat Kalašnikova 47

Sezione dell’Avtomat Kalašnikova 47

Quante storie ci racconta Roberto sulla sua permanenza in Bosnia. Il reparto dove opera, ha il compito di controllare il sobborgo di Dobrinja, a est di Sarajevo, uno dei bersagli preferiti dell’artiglieria del generale Mladić. Si vanta di non aver più spazio sufficiente sul calcio del suo fucile, ogni tacca un morto ammazzato da lui, 297 tacche: 297 colpi a segno, un’ecatombe. È un numero che nemmeno Chris Kyle, il formidabile cecchino americano dei Navy SEAL, reso celebre dal film di Clint Eastwood American Sniper, ha raggiunto. Forse solo Vasily Zaytsev, sniper dell’Armata Rossa sulle cui gesta killer hanno girato Il nemico alle porte, e il finlandese Simo Häyhä possono vantare un record migliore. Ergo, troviamo difficile credere al ligure. Il documentario Red Devil. Il mercenario ad un certo punto mostra Roberto che apre la cassa dei ricordi, il suo personale vaso di pandora del passato malvagio. Tira fuori un coltellaccio, dono dei mujahideen, che serviva per decapitare, e un’altra lama, un pugnale alquanto kitsch, con l’impugnatura dalla forma di un teschio di demone, uno “spaccareni” uguale preciso a quello del comandante Arkan, dice lui. Ecco, gli si illumina lo sguardo, attacca a parlare e blaterare del suo supereroe preferito, Arkan, la Tigre.


Željko Ražnatović militare di etnia serba noto come Arkan

Arkan, il più grande, il più figo, e il migliore dei migliori. Affascinante, spietato, determinato, un grande uomo d’affari un grande attore e un grande regista. Un bell’uomo, aveva la mia mentalità, lui pensava all’epurazione etnica.

Parole d’amore. Benché siano su due fronti opposti, i due si incontrano. Arkan avrebbe ragione a far fuori l’italiano, Red Devil si autoaccusa dei massacri dei civili serbi a Derventa, nella Republika Srpska. L’intervistato ricorda che il comandante delle Tigri si portava appresso dei pentolini d’orefice per sciogliere il piombo, che poi versava addosso ai prigionieri. Sì, ma non è chiaro. Red Devil è finito prigioniero delle Tigri? Arkan l’avrebbe trattato con benevolenza per poi lasciarlo libero per rispetto guerriero nei confronti di Delle Fave? Uhhhmmmm. Arkan non lo avrebbe degnato di uno sguardo, forse si sarebbe limitato ad ordinarne l’immediata esecuzione e farne sparire il corpo in una fossa. Infuria la tempesta civile ed etnica, granate sulle folle al mercato, sotto l’aeroporto protetto dall’ONU i bosniaci scavano un lungo tunnel che collega la città alla salvezza, traffici della borsa nera e nerissima, i cecchini son scatenati – Pazite, Snajper!: è l’assedio di Sarajevo, il più lungo della Storia moderna, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, quasi quattro anni.


Alcune immagini dell’assedio di Sarajevo: il più lungo della storia moderna

Sull’episodio della Biblioteca nazionale di Sarajevo, bruciata – e con essa gran parte dei preziosi volumi – per colpa delle granate incendiarie dell’esercito della Republika Srpska, Roberto ha la sua versione dei fatti. La biblioteca e libri non sarebbero andati distrutti dal bombardamento, in realtà il fuoco è appiccato da Delle Fave e compari per coprire il furto di alcuni volumi antichi, venduti ad un collezionista francese, e dunque i Cigni Neri nascondono il misfatto incendiando l’edificio. Una versione poco credibile. Ne dice altre di cose poco credibili. Sostiene che lo IOR – Istituto per le opere di religione (che Delle Fave storpia in IORK – e già ci fa venire qualche dubbio), ovvero la Banca Vaticana, finanzi bande croate cattoliche per far saltare in aria proprietà e chiese ortodosse, e moschee, naturalmente. I soldi arrivano dal cardinale Franjo Kuharić. Su Međugorje, meta di pellegrinaggio religioso a seguito delle apparizioni della Vergine Maria, Red Devil ha le idee chiare: Međugorje sarebbe stata risparmiata alle violenze grazie al denaro dei preti cattolici, destinati a far contenti tutti, eserciti e bande irregolari di ogni schieramento. La salvezza di Međugorje sarebbe stata comprata cara e salata.

Il cardinale Franjo Kuharić

Il cardinale Franjo Kuharić

Tra la confusione mentale di Roberto troviamo però qualche richiamo alla sinistra realtà. La località, che per la Bosnia rappresenta una cospicua fonte di guadagno in termini di business da pellegrinaggio, fino al 1995 è sotto il controllo del Consiglio di difesa croato e poi dell’enclave della Repubblica Croata dell’Erzeg-Bosnia. Nei pressi, sorgono campi di concentramento. La collina dei sei veggenti di Podbrdo, di proprietà dei frati francescani, è usata come poligono di tiro. Dal villaggio, nel 1992, parte il raid distruttivo contro il monastero ortodosso di Žitomislić, scrigno di preziosi manoscritti del XVI e del XVII secolo, che già nel 1941 subì la furia ùstascia, venuti lì per torturare i monaci e gettarli nel pozzo. Nel conflitto recente, i neo-ùstascia devastano, saccheggiano, profanano.

È un fiume in piena Roberto, ora tocca anche il massacro più famoso della guerra, parla di Srebrenica, luogo della memoria nera delle Nazioni Unite, scheletro nell’armadio dei caschi blu. Adesso i ricordi di Delle Fave corrono a briglia sciolta perdendo completamente il raziocinio; facendo un minestrone creativo sui fatti, ci fornisce un film di fantastoria. La versione di Red Devil: secondo quanto asserisce, insieme ai serbi di Mladić ci sarebbero stati croati e addirittura bosniaci, come il suo reparto dei Cigni Neri, incredibilmente assieme a darsi da fare nella mattanza dei musulmani della cittadina di Srebrenica, brutalmente passati per le armi e poi gettati nelle fosse comuni. I maschi dai 14 e 78 anni, massacrati, sarebbero stati oggetto di un indicibile e lurido baratto con i caschi blu olandesi. In cambio della consegna della carne da macello, i fucilatori avrebbero donato agli olandesi 250 vergini, fresche e pronte allo stupro collettivo della soldataglia dell’ONU, che con la bava alla bocca, eccitati, forniscono agli orchi di Mladić le liste con i nomi di chi deve essere fatto fuori.

Sono gli stessi caschi blu che sequestrano le armi e i passaporti ai condannati, che preparano il terreno all’esecuzione di massa, che chiudono uomini e ragazzi bosniaci nei capannoni, a disposizione dei coltelli e dei proiettili, pronti per essere scotennati. Prima il dovere e poi il piacere; dopo quella fatica, gli olandesi si abbandonano alle gioie della ricompensa, si sollazzano con le 250 giovani vergini in una grande orgia accompagnata da droga ed ettolitri di rakija scioglibudella. Addirittura, lasciano incustoditi veicoli, divise e armi, permettendo così alle squadre della morte di compiere lo spaventoso rastrellamento mascherati da caschi blu.

Memoriale di Srebrenica-Potočari

Memoriale di Srebrenica-Potočari

Una possibile versione storica: scrivo “possibile”, perché tuttora è difficile sapere con certezza sui fatti e i numeri delle vittime del massacro. A scatenare la furia serba sarebbero state le azioni di Naser Orić, comandante del 8º gruppo operazioni della 28ª Divisione dell’esercito di Bosnia ed Erzegovina, che con i suoi tagliagole, protetti in una zona che in teoria sarebbe dovuta rimanere demilitarizzata, si dedica a raid etnici, a barbare spedizioni contro i villaggi, alle esecuzioni sommarie di civili serbi. Srebrenica dunque come vendetta serba.

A partecipare sarebbero stati uomini della Srpska assieme alle unità Skorpions, paramilitari così chiamati per l’utilizzo di mitragliette cecoslovacche Vz.61 “Skorpion” e molto vicini ai servizi segreti di Belgrado. Di certo, inoltre, c’è la vergognosa omissione dei caschi blu d’Olanda, un grave atto di vigliaccheria dell’ONU tutto, la cui credibilità era stata già pesantemente minata l’anno precedente dall’immenso disonore del Ruanda. È dalla metà degli anni ’90 che ci si rende conto di cosa valgono le forze militari sotto il comando ipocrita dell’ONU: poco o nulla. Insomma, Roberto Delle Fave esagera ed inventa sceneggiatture di tragedie che grondano ancor più sangue rispetto alla realtà dei fatti, ma rimane il disprezzo che si può provare in quell’occasione per le Nazioni Unite, con o senza le 250 vergini promesse.
Ma qualcosa di vero la dice Red Devil nel documentario? Sì. Non dice il falso quando racconta della Bosnia di 25 anni fa come territorio anarchico, Tortuga di montagna, riserva di caccia per gangster in mimetica, mafie e trafficanti di ogni specie. Non è inverosimile il percorso tortuoso delle forniture illegali di armi tra Germania – Austria – Francia – Italia.

Emergono poi altri elementi inquietanti. Sulla La Stampa del 19 novembre 1994, si scopre che è a Fiume in quei giorni – Rijeka, per i croati – accusato di essere spia e di contrabbandare armi. Sempre secondo quella fonte, Delle Fave avrebbe barattato la libertà e perfino un posto nella polizia locale scendendo a patti con i servizi segreti di Zagabria, minacciati di rivelare segreti indicibili della Storia recente in caso di condanna in tribunale. Forse è un episodio che si collega con l’attentato dinamitardo subito l’anno successivo, riportato dalla La Stampa il 30 novembre 1995. Una bomba, posizionata da ignoti, devasta una villetta alla periferia nord di Fiume. Nel trafiletto si dice che ci sono anche i genitori con lui, il signor Cesare e la signora Maria, e che lì si son trasferiti da tempo, per stare vicino a quel matto combinaguai del figlio. La mamma e Roberto se la cavano, il papà no, muore per le ferite riportate il 30 dicembre. Una vendetta, ma di chi? Quella lingua lunga di Red Devil gli ha di certo causato un buon numero di nemici.
Poi c’è l’affaire Xavier Gautier. Il giornalista de Le Figaro Xavier Gautier, impegnato in un’inchiesta sul traffico di armi in Bosnia, viene ritrovato impiccato nel maggio del 1996 nella sua casa alle Baleari. Molto strano come suicidio. Come si fa ad appendersi ad una trave con le mani legate? Il corpo è pitturato da croci azzurre. Stesso colore usato per scrivere in italiano (lingua che Gautier conosceva) frasi inquietanti alle pareti, tra cui, spicca:

TRADITORE, DIAVOLO ROSSO

Non sappiamo la verità; Red Devil, nel documentario dice:


Roberto Delle Fave sulla morte del giornalista Xavier Gautier

Anche in questo caso, non possiamo accettare questa versione come buona, forse è solo l’ennesima leggenda, ma com’è che si dice, ogni leggenda ha un fondo di verità… ma attenzione, adesso stiamo lasciando la psico-storia per entrare nel thriller, in un romanzo. Fermiamoci qui.
Come se non fosse già sufficiente quest’ingozzata di auto-accuse e di orrori, verso la fine dell’intervista confessa altre colpe ancora più ripugnanti, come quando:

Scopavo con ragazzine di 5 e 7 anni con vecchie di 70 anni.

Ma io non gli credo, sembra quasi che il protagonista del film “Red Devil. Il mercenario” di Kadilli e Magnano, voglia apparire allo spettatore come quello che non è, una bestia feroce, un duro, un assassino senz’anima. Una mitomania perversa: vuole attirarsi l’etichetta di cattivo, di malvagio, vuole essere probabilmente temuto, ma non ci riesce, perché si prova pietà. È una collezione di tante bugie, ripetute così tante volte a se stesso, che alla fine anche lui ha finito di crederci. È l’allucinazione di Roberto. Il mercenario di Bordighera è giudice delle sue malefatte, vere, presunte o false, e la sentenza emessa è:

Spero sempre che un cancro arrivi.

Red Devil muore di cancro al cervello nel 2014. Si credeva un dio della guerra.

Sono stato dio in Bosnia.

Dice Roberto, ma a me sembra di ascoltare solo un povero diavolo.