Il generale Rafael de Nogales Méndez guarda le cime andine della Cordillera Oriental; dietro di loro, la sua Patria, così vicina, così lontana. Poco più di trenta miglia lo separano dal Venezuela, casa. Non può avvicinarsi suo malgrado, si è rifugiato in quel remoto e fangoso villaggio colombiano di frontiera per scrivere il suo libro, per trovare la giusta quiete necessaria a volare indietro nel tempo, tra i suoi ricordi in armi e dar loro nuova vita. Venezuela, la Patria, la sua famiglia, il suo sangue, le radici. Nubi color cenere avvolgono le montagne della Cordillera, tra poco pioverà a dirotto. Gli occhi gli si fanno lucidi. Quanto dovrà ancora mancare da casa? Se tentasse di passare il confine, verrebbe immediatamente braccato dai tagliagole della polizia segreta per finire scuoiato vivo in qualche fattoria di campagna addibita a sala governativa delle torture.

Rafael de Nogales Méndez (1879/1936)

Rafael de Nogales Méndez (1879/1936)

El gobierno è cosa del presidentissimo Juan Vicente Gómez, avido corrotto vaccaro semianalfabeta, chiamato El Benemérito, sfottuto come El Bagre, il brutto pescegatto dai grandi baffoni. Rafael de Nogales accarezza l’impugnatura di legno della sua fedele Mauser posata sulla scrivania, come la userebbe volentieri mirando a quel volgare faccione del pescegatto. Le campane della chiesa di San Rafael arcángel suonano senza sosta. Sotto il balcone della sua modesta abitazione nella via principale del paese di Gramalote, scorre la processione per la festa della Virgen de Mongui, protettrice del luogo. È la domenica del 10 settembre 1922, tardo pomeriggio. Un fulmine tra le vette, rombo di tuono, il cielo scarica una tempesta d’acqua sopra i fedeli in processione; imperturbabili le donne velate di nero, il prete con la croce d’argento tenuta alta, i ragazzi della parrocchia che portano a braccia la portantina con la statua di legno della Virgen, le suore della Compañía de las Hijas de la Caridad de San Vicente de Paúl con i loro copricapi cornetta, simili ad ali di gabbiano, che ricordano le forme di angeli consolatori, e che sotto la pioggia fitta diventano grondaie ambulanti. Con le finestre aperte sullo scroscio e le preghiere, Rafael si accende una sigaretta turca Murad, spirali di fumo danzano nella stanza dell’esilio di Gramalote, Pascià il pappagallo honduregno rosso e con la coda blu ascolta la litania sotto casa, impara e ripete con voce stridula, gracchiante, forse canzonatoria:

Sancta María, Mater Dei. Sancta María, Mater Dei. Sancta María, Mater Dei. Sancta …

Falla finita, Pascià, uccellaccio sacrilego!

Lo zittisce il generale. Il cavaliere errante guarda il quaderno con foglio bianco immacolato, vergine. Impugna la penna, e scrive, di getto:

Dedico rispettosamente quest’opera modesta, scritta con la penna ruvida di un soldato, alla memoria dei miei compatrioti sudamericani, dal Messico all’Argentina, che durante la Grande Guerra seppero combattere e morire nella gloria, per mantenere alta la tradizione guerriera della nostra razza.

Quello è un buon modo per cominciare. Gli occhi del generale guardano la stanza e i suoi oggetti testimoni di avventure lontane, lo sguardo si posa sul ritratto di Mustafa Kemal Atatürk in divisa da comandante della 7ª armata in Palestina prima della catastrofe, sulla grande mappa appesa alla parete dell’Impero Ottomano nel 1914, decadente ma allora ancora colosso asiatico dai Dardanelli alle coste arabiche del Mar Rosso e del Golfo Persico, tenendo a sé, ormai stanco e marcio nelle fondamenta, Palestina, Mesopotamia, Caucaso meridionale, sulla croce di ferro di prima classe appuntatagli al petto dalle mani del Kaiser Guglielmo II, sul crocefisso armeno in oro con gli angoli dei quattro bracci a trifoglio simbolo della Trinità, realizzati con antichissimi smeraldi egizi di Quseir. I ricordi di quattro anni sotto la mezzaluna.

Mustafa Kemal Atatürk

Mustafa Kemal Atatürk

1914

Il mondo è scosso dal grande terremoto della prima guerra globale. Gli Imperi Centrali scendono nell’arena contro gli Alleati. L’Europa occidentale trema, quella orientale pure. Il Belgio è invaso; la piccola nazione aggredita da forze sovrastanti cattura la simpatia del venezuelano; in gioventù, dopo una prima educazione in Germania, aveva studiato alla École royale militaire di Bruxelles. Decide senza indugi di arruolarsi nelle fila belghe, con i deboli attaccati dai forti, per una sua visione di onore, fedele agli ideali per cui è mosso, lui avventuriero, soldato del Mondo, viaggiatore senza sosta. Dopo grandi avventure, viaggi, battaglie in lungo e in largo, dopo il battesimo del fuoco a Cuba con gli spagnoli contro gli americani, dopo Haiti, dopo aver servito nell’esercito del sultano marocchino della dinastia alawide Mulay ʿAbd al-ʿAzīz, dopo aver peregrinato tra Africa nera, Asia centrale, India, Indonesia, Inghilterra, Irlanda, Stati Uniti, dopo esser tornato in Venezuela e aver partecipato al tentativo di rovesciamento del dittatore Cipriano Castro, dopo aver vagato in Centro America Honduras – Guatemala – Nicaragua – Messico, dopo aver passato la frontiera statunitense e aver commerciato in bestiame tra l’Arizona e il Nevada, dopo essersi imbarcato a San Francisco per la Cina, dopo esser stato spia doppiogiochista nel conflitto russo-giapponese del 1905, dopo aver trafficato a Shanghai, dopo esser stato arruolato come agente segreto per i governi di Giappone e Corea a Pechino, dopo aver viaggiato nelle terre selvagge di Siberia, dopo aver navigato sullo stretto di Bering e aver raggiunto l’impervia Alaska, dopo aver vissuto con gli eschimesi per due anni a caccia di balene, dopo esser tornato negli Stati Uniti a fare il cercatore d’oro in California, dopo aver fatto il cowboy in Texas al confine con il Messico in compagnia di “vaccari per tradizione, minatori per necessità e avventurieri per nascita”, dopo esser rientrato nella patria sudamericana ed essersi procurato nuovi nemici come il presidente Juan Vicente Gómez che combatte per quattro anni di fila con una guerriglia andina di indios ribelli, rivoluzionari arrabbiati, sovversivi indomiti, decide di raggiungere l’Europa e di menar le mani in quel gran carnaio della Grande Guerra, cataclisma umano davvero troppo invitante per un uomo così intrepido ardimentoso esagitato. Si ritrova tra i perdenti, naturalmente.

Le colonne tedesche entrano a Bruxelles il 20 agosto 1914

Le colonne tedesche entrano a Bruxelles il 20 agosto 1914

Dall’isola Martinica delle Antille francesi il nostro turbolento s’imbarca per il Vecchio Continente, visita Bordeaux e Parigi: la capitale di Francia è minacciata dagli elmi chiodati Pickelhaube della 1ª Armata del generale von Kluck, Attila novecentesco, in marcia aggressiva, incauta e impaziente di vittoria decisiva verso gli Champs-Élysées. Parigi nei primi di settembre ’14 è sottosopra, tram ingombri di civili spaventati, tiratori senegalesi con i berretti shashìa, di fanti della provincia ancora coi romantici pantaloni e giubbe blu così eleganti, così poco adatti all’inedita macelleria di fango e tecnologica tabula rasa terrestre, di autoblindo Peugeot modèle 1914, di clacson nervosi di lunghe vetture scoperte ministeriali: è il Can-can della guerra che incombe sulla Ville Lumière, il funerale trafficato della Belle Époque. I tenaci crucchi di von Kluck però capitolano; retromarcia della Deutsches Heer, ora tutto cambierà, non c’è più speranza di decidere il conflitto in una manciata di settimane, adesso, per milioni di uomini europei, c’è un tragico lungo presente di quattro anni di trincee, miseria, logoramento.

Rafael vuole arruolarsi, scalpita. Rotta ParigiLondraCalais, quest’ultima affollata di profughi francesi e belgi, alla frenetica ricerca di contatti nei ranghi alleati. Non ne trova nella caotica Calais straripante di gente in fuga, carretti, cavalli, bauli, valigie, sentinelle nervose. In lontananza ma neppure troppo, i rombi dell’artiglieria, e talvolta il ronzio delle nuove spettacolari macchine alate da guerra, i monoplani Rumpler Taube. Giunge nel cuore della notte inquieta a Dunkerque sulla Manica, si trova un albergo, appena si siede a cena riceve una visita di un picchetto di gendarmi francesi con le baionette innestate. Lo trascinano via, per strade buie e vicoli umidi di salsedine, credendolo una spia. Tutto viene chiarito, ha rischiato grosso Rafael, quelli sono tempi sospettosi, ogni straniero è un potenziale sabotatore. Non va meglio all’uomo in divisa da ufficiale britannico che incontra nelle sede provvisoria del Ministero degli esteri del Belgio, stretto da guardie, pallidissimo, con il labbro che trema; una spia tedesca che da lì a pochi minuti, sarebbe stato messo al muro. I belgi gli dicono che non è possibile combattere per loro, grazie ma no, l’avventuriero non ha la cittadinanza di un paese alleato. I francesi tentano di sedurlo con la Legione Straniera, ma lui rifiuta con sdegno, mai rinnegherebbe la propria patria venezualana. S’impunta, ci sarà pure qualche esercito che lo accetti senza fargli rinunciare alla sua cittadinanza. Lui vuole rimanere venezuelano al servizio di un’altra nazione, prestato alla guerra come un cavaliere in cerca di gloria, un soldato internazionale che viaggia e combatte ovunque nel pianeta, quella è la sua vita, ma sempre rimanendo venezuelano, attaccato alla propria bandiera. A Marsiglia forse c’è una possibilità con Peppino Garibaldi, nipote di Giuseppe, guerrigliero e rivoluzionario, pure lui dai trascorsi agitatissimi in Centro e Sud America.

Peppino Garibaldi (1879/1950)

Peppino Garibaldi (1879/1950)

Peppino ha messo su una Legione garibaldina inquadrata nella Legione straniera, interamente formata da volontari italiani che combattono contro i tedeschi. Ma no, un’altra idea frulla nella testa di Rafael de Nogales, più esotica e ancor più avventurosa. Si convince a raggiungere il Montenegro dal porto di Bari, passando da Roma, per combattere al fianco del minuscolo regno balcanico schierato con i serbi nella lotta contro l’Austria-Ungheria. Approdando sulle coste albanesi, e in viaggio verso Cettigne, villaggio-capitale del Montenegro di poche migliaia di abitanti, rari edifici in pietra e un palazzo reale in muniatura, modesto come una casa colonica, il nostro amigo assaggia quell’atmosfera orientale che lo avvolgerà nel corso di tutto il conflitto mondiale. Incauto, raggiunta Cettigne, aspettando una risposta dall’esercito montenegrino, per svagarsi decide di fare una gita sulle alture della zona.

È inizio autunno, e già la neve ostruisce i sentieri. Una banda di guerrieri montanari lo circonda, lo acciuffa. Viene condotto con la forza nelle postazioni d’artiglieria che sovrastano la base navale austro-ungherese di Cattaro e la sua baia. Non lo sapeva, ma quello è il fronte di guerra del Monte Lovćen, zona caldissima di frontiera! Si mette male, i miliziani che assomigliano a briganti medievali vogliono fargli la pelle. Rafael è in ginocchio nella neve, le canne di due revolver gli premono contro le tempie, una a destra e l’altra a sinistra, tra poco gli faranno esplodere il cervello. E così sarebbe stato se non fosse venuto in soccorso un parente di re Nicola I, che lo salva in extremis. Nemmeno nel piccolo e bellicoso Montenegro c’è posto per lui, e allora altri vagabondaggi, in Albania dove rifiuta un incarico dal sanguinario e ambiguo ministro Essad Pascià; in Grecia, in Serbia, a bussare porte: possibile che non ci sia nessuno che voglia i suoi servigi guerrieri? No, nemmeno a Belgrado, forse a Sofia, nella Bulgaria non ancora scesa al fianco degli Imperi Centrali c’è la possibilità d’incontrare l’ambasciatore russo ma niet, spasibo, sconforto. Chi rimane ancora? L’Inghilterra? Difficile. Il Giappone? Lontano. È venuto il momento di gettare la spugna. Ma in albergo gli si avvicina un tedesco, il barone Colmar von der Goltz “Goltz Pasha”, capo della missione diplomatica del Kaiser in Turchia, poi ufficialmente morto di tifo a Baghdad, ufficiosamente avvellenato di suoi “amici” ottomani, nel ‘16.  Parlano, e a lungo. Gli Alleati non lo vogliono? Combatterà allora per gli Imperi Centrali! Non importa per chi, l’importante è combattere quella stramaledetta guerra, partecipare, a tutti i costi! Bisogna combattere, sempre! La sua seconda patria sarà la Sublime Porta, la sua seconda bandiera sarà rossa con la mezzaluna bianca e la stella a cinque punte, senza rinunciare alla sua amata nazionalità venezuelana.

L'Impero ottomano

L’Impero ottomano

Inizia una lunga straordinaria avventura esotica. Costantinopoli, gennaio del 1915. Nei palazzi del potere decrepito, conosce il potente Enver Pasha, il capo della missione militare di Germania generale Otto Liman von Sanders, il “Leone di Gallipoli” che assieme Mustafa Kemal Atatürk ributta a mare austrialiani e neozelandesi dai Dardanelli, e il generale Friedrich Bronsart von Schellendorf, primo assistente capo dello Stato maggiore ottomano. Pascià levantini e junker prussiani, fez e monocoli, croci di ferro e medaglie di Imtiaz con sciabole d’oro, mitragliatrici Maschinengewehr 08 e truppe cammellate. L’impero del sultano-califfo Mehmet V s’è alleato a Berlino e Vienna; all’epoca gli ottomani sono guidati dal triumvirato dei Tre Pascià: Enver Pasha, capo del movimento dei Giovani Turchi organizzati nel Cup-Comitato dell’Unione e Progresso e ministro della guerra, Talat Pasha, ministro degli interni, l’Hitler turco massone e poi ucciso per vendetta armena ed Ahmed Cemal detto anche Djemal Pasha, ministro della marina. I Tre Pascià tentano di virare la rotta dell’inesorabile destino verso la disintegrazione, e allendosi con una potenza straniera non confinante come la Germania, cercano una fondamentale protezione fino a quando l’Impero non sia in grado di svilupparsi e difendersi da solo, come ai tempi d’oro. La vittoria significa salvezza; la sconfitta, la fine. Rien ne va plus, les jeux sont faits.

Luna rossa sul Corno d’Oro, la notte di Costantinopoli brilla di luci, sulle cupole migliaia di torce accendono l’oscurità sul Bosforo, i minareti sono alti lampioni a festa, i lampi dei cannoni rischiarano ad intermittenza il cielo, la placida superficie delle acque europee che si uniscono alle acque asiatiche diviene uno specchio di bagliori e fuoco. La metropoli festeggia l’effimera vittoria del perfido, vigliacco, pericoloso Djemal Pasha contro gli inglesi al Canale di Suez, poca roba se non uno scambio di saluti d’artiglieria.

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Istanbul, arrivederci, Rafael, con la sua nuova elegante divisa da ufficiale ottomano di cavalleria, salta su un treno militare diretto ad est. Inverno turco, neve sui caravanserragli. La locomotiva soffia vapore grigio-nero verso i campi di battaglia del Caucaso, verso la Terza armata di Enver Pasha contro i cosacchi dello zar Nicola, s’arrampica tra i villaggi dei monti della Bitinia, dove nelle foreste orsi e lupi sono ancora i padroni; il cielo si fa rosa, i vagoni scendono in valli di steppe giallastre abitate da pastori infagottati con pelli di pecora, poi in Frigia dall’orizzonte terso dove si sono stanziati i discendenti di Hulagu, nipote di Gengis Khan, gente dagli zigomi alti, tratti mongoli, e le città selgiuchidi tristi e sinistre, dove l’ombra della morte s’è annidata tra le torri e i bastioni fatiscenti; fischio del treno sotto le cime della Cappadocia e gli accampamenti dei nomadi, Anatolia delle mille civiltà, è il confine dell’Asia minore e di ruderi di antichi castelli, palazzi, poteri; prime colazioni di frittate con mandorle, uvetta, pistacchi e focaccine all’aglio; freddo, è una Siberia turca; capolinea, si scende, è la frontiera con il Caucaso insanguinato.

Per raggiungere la città di Erzerum si procede a cavallo e a piedi, per montagne ostili come piramidi di ghiaccio ricoperte di metri di neve, soffia la bufera, nebbia grigia spessa, notti all’addiaccio intorno a fuochi di fortuna, o in capanne lerce di tifo, non ci sono alberi, non cresce vegetazione in quelle lande del diavolo, viene la pelle d’oca a sentire il boato di valanghe rocciose che si staccano dai ghiacciai, è il Caucaso che saluta la comitiva di uomini; la piccola carovana passa affianco del cadavere in putrefazione di un soldato disperso, orrido pasto di lupi e altre bestie, insieme a carcasse di muli e cammelli, bisogna fare attenzione dove si poggiano i piedi: i precipizi sono abissi neri senza fondo. L’ufficiale dei Tre Mondi dopo giorni di viaggio riesce a ricongiungersi con i resti della Terza Armata, pestata a sangue dai russi nella battaglia di Sarıkamış alcune settimane prima. C’è da tenere un fronte ampissimo, dal Mar Nero alla regione persiana dell’Azerbaigian Orientale. La situazione militare per la Sublime Porta è pessima. E poi gli armeni…

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La questione armena è da anni che va avanti. Già nel biennio 1894-96 con i massacri hamidiani, chiese e villaggi erano bruciati e la gente cristiana scotennata. Adesso nella prima guerra mondiale, con gli ottomani inviperiti per le recenti brucianti sconfitte caucasiche tornano ad affilare le scimitarre per usarle contro i disprezzati armeni, infedeli, cospiratori, insofferenti, traditori. Il pretesto dell’odio è semplice: molti soldati armeni hanno disertato dall’esercito del Sultano e sono passati al nemico cristiano, al nemico liberatore. Tutta la provincia di Van è in subbuglio, bande irregolari si sono organizzate in comitati di lotta. La città di Van, dilaniata dalla guerra civile – guerra nella guerra – è teatro di indicibili massacri e adesso sta per cadere nelle mani ribelli, che l’hanno promessa ai russi, in cambio di protezione dalle lame maomettane. La dittatura dei Giovani turchi soffia sull’incendio, è l’occasione per fare un repulisti generale di cristiani dall’Anatolia e dalle periferie dell’Impero, per farli a pezzi, tutti quanti. Schiuma alla bocca, jihaad, morte agli infedeli nemici della patria e della mezzaluna, quella incontenibile voglia di pogrom. Rafael de Nogales si ritrova suo malgrado nel centro di quella truce follia, voleva duellare contro i cavalieri delle steppe di Nicola e si ritrova invece invischiato fino al collo nell’orrore, di cui ricorda, di cui scrive, di cui vuole essere testimone.

Ho visto cose che non dovrebbero essere mai viste da un cristiano.

Cavalca a sud, in Armenia, all’ombra di cime argentee, fino alle sponde del lago salato di Van, la porta dell’inferno. Le strade sono ingombre di cadaveri mutilati. Alte e inquietanti colonne di fumo si alzano dai villaggi. Echi di fucilate tra i monti. Drappelli armati di turchi e curdi s’aggirano truci come branchi di lupi a caccia. Sono le milizie senza divisa aizzate per la la pulizia etnica, per la grande macelleria, per il genocidio. Sull’isola di Akdamar sorge da mille anni il monastero della chiesa della Croce Santa, i gendarmi hanno ucciso il vescovo e i monaci, i loro corpi sfigurati sono ammucchiati sul sagrato.

Regioni abitate dagli armeni nel 1896

Regioni abitate dagli armeni nel 1896

È un viaggio verso l’orrore quello intrapreso da Rafael, e si sente impotente, è conscio di servire tra i carnefici di cristiani come lui. Nei paesi, sono orge omicide: stupri, lapidazioni, gole tagliate, incendi, baccanali di barbarie. Torme inferocite eccitate dal male assalgono le abitazioni dei loro antichi vicini di casa, li spogliano di tutto, saccheggiano il saccheggiabile, li ammazzano e abbandonano i resti ai corvi e ai cani randagi, ingrassati e che litigano tra loro per le ossa da spolpare. Bande di vampiri, s’aggirano in notti del terrore, massacrano e crocefiggono; sulle acque del lago galleggiano centinaia, migliaia di cadaveri gonfi. Le milizie curde ed azere vanno al lavoro con il sorriso sulle labbra, e per risparmiare proiettili preferiscono usare i calci dei fucili e le lame, oppure chiudere dentro le chiese gli sventurati per poi arderli vivi.

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Van: la città è in mano all’Autorità di Difesa Militare della Federazione Armena Rivoluzionaria, tra loro anche unità russe. Hanno scavato trincee, eretto fortini e barricate, sono armati di quella disperazione di chi sa che una sconfitta equivale alla morte certa. Sarà un assedio durissimo. De Nogales è con la divisione di gendarmeria. Conosce i capi turchi. È un incontro surreale, che stride con la violenza di quei giorni. Alle porte del castello sede del governatorato, gli viene incontro l’autocrate Djemal Pasha, appena nominato onnipotente governatore di quelle terre, uno dei tre triumviri, cognato di Enver Pasha. Un quarantenne dai baffi perfettamente curati, esile, in abiti civili all’ultima moda parigina, e coi capelli neri in acceso contrasto con il pallore del volto. Un vampiro? Il vicerè ha modi di fare squisiti, raffinati, colti, una iena educatissima. Al suo fianco, o meglio, dietro la sua ombra, il capitano Reshid Bey, capo dei pretoriani di Djemal, esecutore di tanti ordini di morte, con il veleno, il laccio per strangolare, la pistola. Dopo gli elaborati convenevoli del cerimoniale, si siedono attorno ad un’elegante tavola di vetro su una terrazza panoramica. Tappeti preziosi, porcellane di Sèvres, teiere d’argento, cuscini di seta, armi antiche di Damasco appese ai muri, enormi candelabri, lusso… mentre la vista si riempie della tragedia che si sta consumando là sotto in un vulcano di fuoco, i quartieri sono incendiati, pioggia di lapilli tra le vie, le cannonate scuotono l’aria, crepitio di spari, i piatti bordati d’oro tremano sulla tavola. Ci sono altri signori con loro, strani personaggi delle caste alte di Costantinopoli, ce n’è uno in completo bianco dall’espressione distaccata ed annoiata, blasé, dai modi di fare aristocratici e snob, pare un giovane damerino a passeggio tra i viali di Hyde Park e invece si trova nel bel mezzo della carneficina d’Armenia abbandonata da Dio. E ce n’è un altro in completo sportivo inglese, azzimato come per un tè in una tenuta dello Yorkshire, poco adatto per strade ostruite dai cadaveri. Barbari tagliagole camuffati da dandy, gente del “Servizio Speciale” – Teşkilât-ı Mahsusa, ramo segreto del Ministero della guerra in mano a torturatori e strateghi dell’omicidio di massa. A capotavola, il governatore, elegantissimo in cravatta bianca e garofano bordeaux all’occhiello bisbiglia cose all’orecchio del capitano Reshid Bey. La conversazione è poliglotta: francese, tedesco, inglese, turco; parlano con nostalgia dei tempi londinesi in gioventù, delle ultime novità letterarie europee, di avventure galanti, e l’ospite guarda le loro mani delicate fresche di manicure, mani che ogni giorno si lavano nel sangue dei nemici. L’artiglieria scuote la fondamenta della città sottostante, il massacro di uomini, donne e bambini la cui unica colpa è di esser cristiani, continua a ritmi frenetici.

La battaglia infuria in città. L’ufficiale venezuelano lotta con ardore. È una guerra metropolitana, i combattimenti sono casa per casa. Gli armeni non mollano, non possono. I cecchini bucano i muri per creare feritoie con cui colpire i turchi davanti, ai fianchi, alle spalle. Si deve ricorrere ad un massiccio uso dell’artiglieria per sbriciolare palazzi diventati roccaforti. Gli occhi bruciano per la polvere. Non c’è tregua. Le baionette sono innestate. Ci si fronteggia all’arma bianca, in mischie furibonde di urla e corpi e Rafael maledice il giorno in cui è diventato persecutore di altri cristiani come lui. Rafael combatte contro altri uomini armati, ma Rafael s’indigna e protesta contro lo sterminio degli inermi. Alti ufficiali turchi e le autorità civili responsabili di quel genocidio lo guardano con sospetto. Si fa quindi nuovi nemici, d’ora in poi dovrà guardarsi le spalle, c’è il rischio di svegliarsi con la gola recisa.

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Con l’incedere dei russi, le forze ottomane sono costrette ad abbandonare la città per riassestarsi e reggere l’urto dei cosacchi della Transbaikalia e della brigata dei fucilieri del Caucaso. Tra i monti del Kurdistan s’accendono feroci duelli con la fanteria di Mosca, che avanza compatta tra gli urrà, a file, con le baionette lucide, noncuranti del fuoco di mitragliatrice, fino allo scontro corpo a corpo, definitivo. Inseguendo ed inseguiti, la cavalleria dei due schieramenti avanza, arretra, si perde in terre sconosciute dove regnano le bestie, in pietraie di altri mondi, in alta quota dove si estendono deserti di ghiaccio. Intanto, giù a valle, nelle provincie di Siirt e Bitlis, la macchina dello sterminio non si ferma. Rafael è nuovamente testimone di orrore. Bruciare, abbattere, uccidere: così recitano gli ordini delle massime autorità civili dell’Impero. Il venezuelano ne è disgustato. Assiste a colonne di profughi ridotti a scheletri, scortati da ceffi barbuti e torme di sciacalli umani. Le donne e i bambini muoiono come mosche dagli stenti e per la crudeltà dei gendarmi. Nei villaggi i cani rosicchiano gli arti di cadaveri mal sepolti che spuntano da improvvisate fossi comuni; morte, disperazione, sulla superficie dell’Eufrate la corrente trasporta verso la Mesopotamia migliaia di armeni trucidati.

Basta, è troppo, minaccia di lasciare l’esercito, ma non può, è vincolato da un giuramento: lo trasferiscono. Visita il Medio Oriente degli ultimi anni ancora sotto la mezzaluna, Aleppo, Damasco, Beirut, la Palestina, la Mesopotamia irachena di Mosul e Baghdad dove la secolare luce della Sublime Porta sta svanendo. 1915-1916-1917: gli anni della prima guerra mondiale si consumano in innumerevoli battaglie, offensive, ritirate, mattanze. A Gaza, è uno degli ufficiali alla testa del contingente che sbaraglia per due volte l’esercito britannico di sir Archibald James Murray che mira a liberare Gerusalemme e strappare la Palestina tutta al Sultano. Il conflitto si sposta nel deserto. E sono immagini vintage in bianco e nero di truppe cammellate, di cavalieri arabi, di postazioni di mitragliatrice che falciano schiere tra i sassi bruciati dal sole, da biplani in picchiata che scaricano bombe, di prime contraeree, di arcaici tank d’acciaio incandescente che sferragliano verso trincee, di pallida luce di luna piena che illumina i campi di battaglia, di artiglieri austriaci in perfette divise da parata nella polverosa baraonda di botti, di colonnelli prussiani alla carica tra le dune, di blitz notturni con la dinamite e i pugnali affilati, di incursioni alla Amedeo Guillet – eroe italiano – in profondità nelle linee nemiche per far saltare in aria ferrovie e magazzini, di soldati della lontanissima Australia, di gurka nepalesi con i coltellacci kukri per lo scotennamento del nemico.

Cavalleria turca a sud di Gerusalemme (1916)

Cavalleria turca a sud di Gerusalemme (1916)

Quella è la dimensione di un Lawrence d’Arabia alternativo, sconfitto; è come se Thomas Edward Lawrence, il famoso  agente di Sua Maestà, condottiero della  Rivolta Araba, si guardasse allo specchio e vedesse la sua controparte antagonista dall’altro lato della barricata vestito con l’uniforme ottomana, nelle sembianze di Rafael de Nogales Méndez, guerriero giramondo. I turchi vinceranno con grande onore due battaglie a Gaza, la terza la perdono. Incombe il disastro totale, richiamato a Costantinopoli, nel settembre del’17 Nogales ha tempo per assistere alla tremenda esplosione dei magazzini navali e ferroviari di Kadıköy, dove un sabottaggio manda all’aria le fondamentali riserve di munizioni dell’Impero, i treni e un quartiere intero, sconquassato da una deflagrazione immane il cui spostamento d’aria soffia via un’intera folla, devasta una porzione di città ed è descritto dal nostro come un’apocalisse di fuoco e fumo.

Ancora pochi mesi di guerra per lui. Nei palazzi del potere cadente in dissoluzione irriversibile, si trama contro quell’impiccione sudamericano, testimone troppo scomodo per quel che è successo con gli armeni. Quando è in licenza in Austria-Ungheria e Germania, a riprendere fiato e al sicuro dai sicari di pascià fanatici e vendicativi, termina la prima guerra mondiale. Compie dunque il suo ultimo beau geste nei confronti della sua seconda patria. Torna ad Istanbul caduta e occupata da truppe anglo-franco-italiane. Mentre c’è il fuggi fuggi generale, il si salvi chi può delle alte cariche ottomane, lui si presenta al nemico, per presentare le dimissioni porgendo la spada. Fino alla fine fedele ai suoi principi. Novembre del 1918,  il vento freddo del Bosforo agita la bandiera rossa con la mezzaluna, un cavaliere vagabondo aspetta solitario su una banchina del porto, il mare è mosso nel Corno d’Oro, lo sguardo dell’avventuriero si perde tra le onde e i ricordi dei cuatro años bajo la Media Luna.