Non furono i primi, non saranno gli ultimi. Dalle decine di pubblicazioni di Alberto La Marmora, con i suoi Voyage en Sardaigne (1826) e Itinéraire de l’île de Sardaigne (1860), fino all’opera Sardegna e Corsica (1877) di Carlo Corbetta, passando per Quintino Sella, Paolo Mantegazza e Heinrich von Maltzan, molti pubblicarono con discreto successo i propri resoconti di viaggio sull’isola. Non sempre senza polemiche, tanto che Efisio Bacaredda – sotto lo pseudonimo di Emilio Bonfis – scrisse con durezza: «A qualche italiano venne il gusto di fare un viaggio da touriste in Sardegna. In men che detto fatto, il viaggio è compiuto. E come se di sciocchezze, di sproloqui e di impertinenze non se ne fossero dette e scritte a sazietà a danno di quella povera isola, si ricorre subito a far gemere i torchi, per non defraudare l’universo delle loro scoperte ardite, delle impressioni peregrine raccolte e dei profondi studi fatti, lì per lì, sulle ciance oziose e insulse, raccattate su pei trivi, o rovigliate fetidamente in qualche vecchio lunario, ove si discorre dei sardi, da taluno che li conosce come può conoscere gli gnomi».

In un periodo nel quale la parola turista esisteva solo al francese, attraversare da un capo all’altro l’isola era niente più che un “settecentesco” viaggio tra un popolo poco civilizzato non toccato da fasti e nefasti dell’industrializzazione che andava trasformando l’Europa. E anche le menti più raffinate cadevano nelle “ciance oziose e insulse”, se è vero che la penna di Joseph de Maistre dipinse i sardi come «razza refrattaria a tutti i sentimenti, a tutti i gusti e a tutti i talenti che onorano l’umanità» – nonostante i vanti del governo sabaudo, per il quale l’intellettuale serviva come Reggente della Gran Cancelleria del Regno.

Fu con questi precedenti che Gabriele D’Annunzio, in rappresentanza del giornale Capitan Fracassa, approdò in Sardegna al seguito dei più adulti Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella. Viaggio su cui, appena cominciato (1882), oltremare era già un gran dire: si annunciava un libro con illustrazioni, racconti e impressioni della pittoresca e selvaggia terra sarda, che l’editore A. Sommaruga avrebbe dovuto pubblicare. Del libro non vi fu ombra, ma i reportages dei tre touristes furono  accolti e apprezzati. Scarfoglio aveva in precedenza avuto legami letterari con l’isola (come collaboratore della rivista cagliaritana “Vita e pensiero”), mentre il coinvolgimento di D’Annunzio fu del tutto inaspettato. Allora, appena diciannovenne, era già noto al pubblico per la raccolta Primo vere e per la falsa notizia della sua precoce morte.
In una ventina di giorni, egli ebbe il tempo di girovagare con mezzi rudimentali quella terra che, come scrisse in una lettera a Ranieri Ugo, amò filialmente. Vide, insieme ai due colleghi, «la festa della Plaia, vivida nel tramonto di primavera, al ritorno di Sant’Efisio, i lembi del paesaggio minerario, i querceti e l’austera solennità dell’Orthobene, […] poi Villacidro, sa Spendula, la festa di colori dei costumi isolani, is launeddas, i canti sardi, gli asinelli» (Pascarella).
Compose Sale e la poesia dedicata alla cascata di sa Spendula, affascinato dalle bellezze che quella terra misteriosa seppe offrirgli. In Sotto la lolla riuscì a cogliere aspetti esotici («dietro la cupoletta saracina»; «ditemi, è Timbuctù questo paese?»), facendo suonare la donna sarda di note musulmane: «Ne l’iride di càrabe profonda / a voi fiammeggia il Sahara incantato, / sprizza da ‘l fiore de la bocca tonda / la freschezza d’un dattero dorato». E ancora: «Che fascino di uri, per Maometto, / ne ‘l vostro riso (Una gran barba nera / con relativa canna di moschetto / sporge da ‘l muro). Grazie. Buona sera».

Anni dopo, nel 1893, D’Annunzio scriveva a Stanis Manca: «Io spero di potere a ciascuno (Sebastiano Satta, Pompeo Calvia e Luigi Falchi, ndr) stringere le mani, possibilmente, e di videni a Sassari luntanu. […] Ho la nostalgia della Sardegna, da dodici anni, come d’una patria già amata in una vita anteriore».
Ancora nel 1909, dalla sua cara Marina di Pisa, D’Annunzio scriverà nella prefazione a un libro dell’amico Hans Barth (Osteria. Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri) quanto fu in estasi per uno degli ottimi vini sardi: «Non conoscete il nepente d’Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i Sardi chiamano Domus de Janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo». Nonostante le promesse, e a differenza di Pascarella, il Vate non fece mai ritorno sull’isola. Il suo ricordo rimarrà scolpito nei suoi versi:

Dense di celidonie e di spineti
le rocce mi si drizzano davanti
come uno strano popolo d’atleti
pietrificato per virtù d’incanti.

Sotto fremono al vento ampi mirteti
selvaggi e gli oleandri fluttuanti,
verde plebe di nani; giù pei greti
van l’acque della Spendula croscianti.

Sopra, il ciel grigio, eguale. A l’umidore
della pioggia un acredine di effluvi
aspra esalano i timi e le mortelle.

Ne la conca verdissima il pastore
come fauno di bronzo, su ‘l calcare,
guarda immobile, avvolto in una pelle.