Buio. L’oscurità avvolge tutto, anche i rumori, par quasi d’esser ripiombati nel caldo grembo materno. Forse è questa la morte, un’infinita anabasi, un cerchio perfetto che si chiude e si riapre dove tutto inizia. O forse no. Ta-pum! Un colpo secco, e poi un rumor tondo, greve, di massa morta, che cade e sprofonda. Il tonfo s’amplifica, dilatato dalla tenera roccia carsica. Qualche lamento, una preghiera, una bestemmia e poi nulla, silenzio. Come una marea montante, il letto di salme macilente sale verso l’alto, alimentato dalla spietata e sicura macelleria dei partizani, perfetti operai della morte. La tecnica è oggettivamente brillante: si lega con del fil di ferro un gruppo di prigionieri e li si mette in riga in prossimità della cavità naturale. A quel punto si spara e, se pietà non l’è morta, a precipitare per decine di metri saranno dei cadaveri. Più spesso, invece, per far economia di proiettili si delega alla gravità l’infame ruolo di boia. La colpa degli infoibati ? Non condividere l’avvento e la realizzazione della nuova e folgorante Jugoslavia di Tito, forgiata dalla lotta partigiana e dalla dottrina comunista in salsa slava. Accusa, ca va sans dire, arbitraria, che da queste parti può colpire donne, vecchi, preti, malati, uomini inermi, soprattutto se italiani.

Gli taliana hanno perduto la guerra, devono pagare, non importa come. Occorre che scompaian dalla terra, dalla loro terra. Chi resta, muore. È il dramma secolare delle pulizie etniche, virus balcanico che prospera quando guerra, distruzione e dolore hanno già preparato il terreno. Chi si oppone, muore. Le avvisaglie s’eran già palesate al tempo dell’8 settembre 1943, all’epoca dello sfascio nazionale. Deportazioni, stragi, violenze avevano attraversato la Venezia Giulia occupata dai partigiani jugo fino all’arrivo – le ironie della Storia- delle forze germaniche, accolte dalla popolazione festante. Con la vittoria definitiva dell’ Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia il destino dell’Istria e della Dalmazia appare segnato: Tito ha l’appoggio di Stalin, l’Italia, non più Regno ma non ancora Repubblica, è sconfitta, povera, lacerata, alla mercé dei padroni di Londra e di Washington. Come se non bastasse, poi, la guerra civile ha lasciato strascichi carichi d’odio e sangue, tanto che per i comunisti di Togliatti Trieste, Gorizia – e se fosse anche Venezia! – devono passare al vittorioso compagno Tito. Miserie degli sconfitti! L’intervento delle truppe alleate, nell’estate del 1945, evita nuovi e più tragici sviluppi. La linea di confine, così come disegnata ai tavoli della pace di Parigi, annulla in sostanza la Vittoria italiana del 1918 e assegna alla Jugoslavia l’Istria, la Dalmazia e parte della Venezia Giulia. Trieste, per fortuna, evita la sorte di Fiume e Pola: dovrà però attendere il 1954 per tornare definitivamente in seno all’Italia risorta.

Tra il primo ed il secondo round sono stati assassinati circa 11mila italiani, e più di 350mila profughi han dovuto abbandonare le proprie case, le proprie vite, i propri morti per scappare dalle barbarie e dalle persecuzioni. L’amaro destino degli sfollati, le testimonianze e i racconti del dramma epocale sofferto da quelle genti verrà manipolato, a lungo sottaciuto e nascosto, per squallidi calcoli ideologici e di convenienza politica. Al di là delle ubriacature internazionaliste e dalle banderuole identitarie a noi contemporanee, rimane il sacrificio doloroso d’un popolo e d’un territorio, condannato dal destino a espiare ingiustamente la colpa di una guerra perduta.