Uno dei peggiori lasciti del positivismo ottocentesco consiste nella convinzione fanatica della progressività della Storia: i cantori del dato positivo, immersi nella Seconda Rivoluzione industriale, non potevano non concepire la catena degli avvenimenti umani come una sequela ininterrotta di salti in avanti, sempre ad maiora.  Le magnifiche e progressive sorti avrebbero accompagnato l’uomo moderno verso l’ascesi tecnica e il nirvana automatizzato del secolo XX, consegnando la guerra, la fame, la miseria, l’ingiustizia alla pattumiera delle barbarie passate.

Com’è purtroppo noto, le illusioni dei baffuti pensatori in ghette e stiffelius annegarono nel bagno di sangue della Grande Guerra. Anzi, ad oltre cento anni di distanza, molti  temi significativi della vita sociale ed economica sembrano sempre più regredire verso le tenebre di un passato ridivenuto improvvisamente tragica attualità. A fronte di un Occidente in piena decadenza economica e valoriale, in cui le certezze di una vita sono demolite dall’implacabile moloch del dio mercato, il Medio Oriente vede pericolosamente materializzarsi lo spettro nero dell’ISIS e del fondamentalismo. Da Biserta a Damasco, dal Nilo all’Eufrate, non v’è quasi più traccia di quel socialismo arabo che aveva permesso, all’insegna del laicismo e della tolleranza, un poderoso avanzamento di civiltà e benessere. Alla base di quella stagione gloriosa stavano due pilastri: laicità e giustizia sociale.

Influenzato dall’esperienza del partito Ba’th (cui motto era “Libertà, socialismo, unità araba”) e dai marxisti d’influenza europea, il movimento si sviluppò nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, quando la prima fase dell’era postcoloniale era in via d’esaurimento. I leaders che subentrarono ai vari re d’operetta in Libia, Iraq, Egitto, Siria erano giovani, determinati e di estrazione prettamente popolare. Forti dell’appoggio delle masse, riuscirono in breve tempo a consolidare i propri governi, concentrando il potere su pochi e affidati elementi.
Sulla via del capofila Nasser, i vari stati arabi mossero contro le ingerenze delle potenze occidentali: autonomi in politica estera, autoritari in economia. Risale a quel tempo la grande campagna di nazionalizzazione delle numerose compagnie petrolifere straniere; con un’oculata pianificazione produttiva, nel giro di pochi anni i proventi del petrolio finanziarono un poderoso sviluppo dei paesi mediorientali, finalmente beneficiari di una condizione di vita degna e umana.
Banche pubbliche, previdenza sociale, alfabetizzazione, sanità, piena occupazione: le conquiste sociali si coniugavano con una sana politica pluriconfessionale, capace di impedire ed emarginare qualunque deriva ultraortodossa, all’occorrenza comunque duramente repressa. Il sogno dell’unità araba sembrava finalmente tramutarsi in realtà, nonostante l’accesa opposizione israeliana, grazie al sostegno di alcuni insospettabili paesi europei (specie il nostro: si guardi all’ENI e all’intelligente politica mediorientale di Fanfani , Moro e Craxi).

Eppure, quello che sembrava un sistema prospero e solido per quei martoriati territori non durò a lungo. La lunga crisi, iniziata nel 1979 con il colpo di Stato iraniano e il successivo risveglio (invogliato e finanziato da Washington) dell’Islam reazionario comportò il tramonto dei leaders tradizionali, in gran parte esautorati da Washington e servi, sulla scia delle nefaste primavere arabe. Quel che rimane, oggi, è sotto gli occhi di tutti.