di Federico Franzin

Quella di Charleston è una delle stragi della follia alle quali gli Stati Uniti ci hanno abituato, al punto da far passare quasi inosservata quest’ultima tragedia. Il volto lombrosiano del killer, tipica vittima dei bulli replicato senza troppa convinzione in notiziari e giornali. Cadaveri per lo più senza nome e certamente senza volto. A ben vedere non c’è molta differenza tra le varie Columbine o Newton rispetto al massacro di Charleston. Menti deboli reinventate in una nebulosa confusa di ideologie deformate e culto delle armi. Vite misere che con un guizzo nero di follia lucida che si trasformano in una sorta di  missione.
Questa volta però la solita strage americana rischia di segnare definitivamente una storia rimasta sospesa per 150 anni. L’assalto perpetrato nel cuore della comunità afroamericana della cittadina del South Carolina da parte di un fanatico della mitologia della razza bianca in salsa redneck non poteva non portare ad affrontare il fantasma del razzismo che lì, nel sud degli Stati Uniti, evoca l’immagine di scorribande notturne e di cappucci bianchi . La polemica sulle armi facili si è consumata in fretta. Quello che è rimasto è il pretesto per una imboscata definitiva ai simboli del grande Sud.

Nel giro di pochi giorni, una psicosi iconoclasta ha consumato la sua vendetta verso la bandiera confederata, ultimo vessillo dell’epopea di un popolo costretto all’ombra della colpa nonostante la propria dignità.
La bandiera confederata scompare quindi in maniera ufficiale in South Carolina, ammainata in quanto simbolo di un sud razzista secondo la governatrice Nikki Haley.  La tratta degli schiavi è una realtà talmente lontana da non necessitare di ulteriore condanna plateale, essendo una pratica esclusa dalla Weltanschauung occidentale. Ma questo non implica una condanna storica nei confronti di un popolo dipinto in maniera impietosa e spesso distorta, consegnando al mondo l’immagine sudista come sinonimo di crudeltà e disumanità. Questo soprattutto grazie ad una mitopoiesi abolizionista che perdura fino ai giorni nostri. Le ragioni della guerra di secessione tra gli emancipatori del nord e i crudeli Stati del Sud sono di fatto racchiuse in motivazione come al solito più complesse delle ragioni morali che vogliono gli yankees come missionari della liberazione delle piantagioni di cotone. Nel campo della semplificazione storica, la necessità di trovare dei buoni e dei cattivi oscura il “sole dei vinti”. E’ proprio Il bianco sole dei vinti, lo storico saggio del 1980 sulla dignità storica dei confederati di Dominique Venner, ristampato recentemente da Settimo sigillo edizioni a far luce su questo. La nuova edizione de Il bianco sole dei vinti arriva con un tempismo eccezionale e quasi profetico. Noto ai più soprattutto per il plateale suicidio a Notre Dame nel 2013, Venner è stato uno storico della Nouvelle Droite affascinato dalla storia americana almeno quanto la storia Europea.

La scrittura gentile di Venner accompagna un grande coraggio nel dipingere uno degli avvenimenti più importanti e della storia moderna. Uno dei primi raccontati interamente dai vincitori. Fermo restando la maledizione della schiavitù, Venner cerca di sottolineare le percezioni storiche errate costruite spesso ad hoc dagli abolizionisti arrivate a noi intatte. Da La capanna dello zio Tom, romanzo archetipo di ogni orrore sudista scritto da un’importante abolizionista che mai nella vita ha visto un campo di cotone, né tantomeno ha mai visto il Sud, alle condizioni reali dei lavoratori decisamente migliori di quanto si è abituati a pensare se non altro per motivi di efficienza e certamente migliori delle condizioni disastrose della classe operaia della illuminata Europa. Rispetto al modello del lavoro salariale gli uomini del Sud credono con sincerità che lo Stato servile sia un modello migliore e tradizionalmente consolidato, dove il lavoratore non sarà mai abbandonato a se stesso, privato di sostentamento, ma anzi è accolto da un modello patriarcale di società dove si creano legami indissolubili e più umani rispetto al modello distopico della rivoluzione industriale. Gli Stati confederati concepiscono realmente la propria terra come una Arcadia, baluardo della tradizione rispetto all’alienazione e alle condizioni miserevoli degli orizzonti sferraglianti di un futuro di uomini privi di radici, in balia della precarietà della sola giustizia di salario e padroni. È l’affresco di film come Via col vento che incornicia un Sud del dolce vivere successivamente devastato dalla furia nordista e che fotografa rapporti più complessi e umani del lavoro servile, rispetto la mitologia tipica che si incontra a riguardo. Anche capolavori come questo sembrano destinati ad uno sguardo più severo, mosso dal politicamente corretto. Anche per questo leggere Venner oggi è fondamentale.