di Gianluca Giansanti

‹‹Se la gioventù delle trincee e delle scuole accorre ai Fasci […] è perché, nei Fasci, non c’è la muffa delle vecchie idee, la barba veneranda dei vecchi uomini, la gerarchia dei valori convenzionali, ma c’è giovinezza, c’è dell’impeto e della fede››

Ferma rottura con il recente passato liberale, deciso appoggio ai reduci della Grande Guerra, mentalità antiborghese ed un ostinato antiparlamentarismo furono i connotati che separarono il fascismo dalla gran parte degli altri movimenti politici sorti in Italia nell’immediato dopoguerra. In particolare il primo fascismo poté contare su uno strumento ampiamente trascurato e sottovalutato da gran parte dei movimenti politici ad esso ostili: l’appoggio delle istanze studentesche e giovanili.

Mussolini, infatti, ebbe la precisa volontà d’incentrare sul mito della giovinezza il nucleo stesso del neonato movimento fascista, il simbolo di cui si dichiarava fautore, esponente e guardiano volendo “innalzare lo stendardo della giovinezza” dinnanzi a tutti i vecchiardi politicanti sordi alle voci di una gioventù tradita. La geniale intuizione del futuro Duce fu quella d’incanalare e sfruttare a vantaggio proprio e del nascente movimento fascista, reso a quasi esclusivo uso e consumo giovanile, lo smisurato potenziale ideologico insito nella delusa ed abbandonata coscienza generazionale, modellandola in un possente fattore di mobilitazione. L’intenzione era quella di lanciare al potere una nuova classe dirigente, più dinamica e reattiva alle istanze che il dopoguerra aveva portato alla ribalta, formata da uomini la cui età era ampiamente al di sotto della media degli altri movimenti nazionali. I fascisti opponevano al concetto di classe quello di nazione e l’idea di giovinezza era elemento principale per l’identificazione di una comunità nazionale essendo i giovani nobili esponenti dell’unica parte “sana” della nazione, la vera ed incorruttibile nazione. Essere giovani significava, da un punto di vista politico, rifiutare categoricamente la perversa pratica delle tessere e dei regolamenti, sentire la militanza politica come vera e propria guerra di religione in cui la diade fedele-infedele si sovrapponeva, e in parte si sostituiva, a quella amico-nemico come categoria del politico.

La giovinezza finiva così per assurgere a marmoreo archetipo del moto rivoluzionario: si era giovani in quanto rivoluzionari e non viceversa. La conflagrazione bellica era innalzata ufficialmente a simbolo del conflitto generazionale ed il fascismo si presentava come l’unico movimento politico capace di porre la “valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutti e di tutto”. Le frequenti agitazioni nazionaliste che sconquassarono la consueta quiete degli atenei italiani trovarono costante pubblicizzazione, documentazione ed appoggio sulle pagine del quotidiano diretto da Mussolini, il quale in breve tempo divenne punto di riferimento per molti studenti universitari ex combattenti. In questa nuovissima e del tutto unica forma di combattentismo studentesco l’identità del reduce conviveva giorno per giorno con quella di un qualsiasi studente, dando luogo a una figura sociale completamente sui generis e non del tutto assimilabile né alla prima né alla seconda. Le rivendicazioni di categoria confluirono violentemente nelle istanze di un nazionalismo aggressivo e rivoluzionario, rendendo ben presto il movimento combattentistico studentesco uno strumento estremamente efficace di lotta politica e di eversione dall’ordinamento liberale.

Il mito della giovinezza, dunque, con i suoi ideali costantemente riadattati nel vivo dell’esperienza squadrista, consentiva al fascismo di presentarsi credibilmente come l’unico attore in grado di saper fornire una risposta adeguata alle istanze di rinnovamento delle giovani generazioni, proponendo non soltanto un programma politico, ma un modello esistenziale, una concezione del mondo e uno scopo in cui riconoscersi ed immedesimarsi. Nel 1923 traendo le conclusioni dei risultati emersi da un’inchiesta sui giovani avviata nel 1921, il direttore della rivista della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), Giampiero Dore, pose all’attenzione con estrema lucidità la dirompente forza attrattiva del fascismo nei confronti dei giovani. Nel tentativo di spiegare come mai i due terzi dei giovani delle università, “compresi i cattolici”, fossero ormai fascisti o comunque di orientamento tendenzialmente nazionalista, egli scriveva:

“Ma perché questi movimenti completi, totali, unici, imperativi corrispondono alla necessità principale del loro animo. Perché possono essere fascisti e null’altro che fascisti: perché il fascismo, nella stessa assenza di una dottrina ben definita, ha sentimenti ben definiti capaci di riempire la vita di una generazione; perché oggi è la sete dell’ordine. È la voluttà dell’obbedienza e dell’obbedienza assoluta, è il bisogno d’un grande amore al quale venga tutto sacrificato, è questa fame insomma di nobile, di eroico che domina tutto e tutti”.

Bisogna riconoscere che il mito fascista della giovinezza non rappresentava un mero e scontato espediente propagandistico per chiamare alla mobilitazione una minoranza attiva della popolazione giovanile, per dare uno sbocco pratico all’esuberante vitalismo di cui era portatrice, ma si configurava come un rimedio concreto e reale, ovviamente in ottica fascista, alla crisi storica della generazione della guerra, offrendole un ruolo e un progetto di rinnovamento-redenzione per il prossimo futuro.

Nelle particolari condizioni della società italiana del dopoguerra il movimento mussoliniano fu quindi uno dei pochi a saper dare, o a cercare di dare, una risposta alle ansie e alla voglia di protagonismo di parte della gioventù studiosa italiana. A tre anni dalla fine delle ostilità, nell’inverno 1921-22, il neonato partito fascista poteva vantare tra le sue fila circa il 12-13% degli studenti medi ed universitari d’Italia; proprio sulla base del non indifferente apporto numerico fornito dai giovani al movimento delle camicie nere, Juan Linz ha definito il fascismo una “rivolta generazionale” ed ha indicato nei giovani dei ceti medi una delle categorie che, insieme agli ufficiali smobilitati e alla borghesia delle professioni, per prima rispose all’appello. In poche parole i giovani studenti italiani costituirono uno dei principali inneschi che contribuirono a far divampare l’incendio fascista all’interno della società nazionale