La politica sociale del Fascismo, durante il corso del Ventennio, ha rappresentato e rappresenta ancora oggi un importante argomento di dibattito: il gran numero di provvedimenti presi nei confronti del mondo del lavoro, in particolare, evidenzia la complessità di un’ideologia politica difficilmente catalogabile nei tradizionali schemi destra-sinistra. Fino alla Grande Guerra, lo Stato Italiano aveva applicato un comportamento tipicamente liberale nei confronti della dialettica lavoro-capitale: seguendo il celebre postulato del laissez-faire, poco o nulla era stato fatto in materia di diritti dei lavoratori. Allorché il Fascismo giunse al governo, nell’ottobre 1922, le istanze delle classi subalterne, iscritte in buon numero nel PNF, furono sfruttate per estendere il consenso personale di Mussolini: in un solo anno (1923), la legislazione sociale fascista recupera il tempo perduto dai regimi liberali, con appositi Regi Decreti:

Tutela lavoro donne e fanciulli – (R.D. 653/1923); Maternità e infanzia – (R.D. 2277/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri – (R.D. 2841/1923); Assicurazione contro la disoccupazione – (R.D. 3158/1923); Assicurazione invalidità e vecchiaia – (R.D. 3184/1923)

Al contempo, nel campo della lotta di classe, nella dinamica del processo produttivo, il Fascismo aveva, fin dal 1921, adottato la teoria del Corporativismo, indicando in tal modo l’ipotetica terza via tra Capitalismo e Collettivismo marxista. Lo stesso Mussolini aveva espresso, a tal proposito, la propria idea di «Chi dice lavoro, dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime ma tutela di tutti gli interessi che armonizzano con quelli della produzione e della nazione». Era dunque necessario creare un documento programmatico che, elaborando la teoria corporativa, regolasse il mondo del lavoro nella nuova Italia fascista. L’onere dell’opera fu assunto dal Ministro delle Corporazioni Giuseppe Bottai, il più importante esponente della corrente sociale del Regime, che, traendo ispirazione dalla Carta del Carnaro dannunziana, redasse la Carta del Lavoro. Approvata, dopo numerose revisioni, il 21 aprile 1927, Natale di Roma, la Carta del Lavoro si compone di quattro parti e trenta articoli. L’articolo uno afferma che «La Nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli II. Il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzativi ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato». Il lavoro è definito dovere sociale; viene introdotto il contratto collettivo di lavoro, quale «espressione concreta della solidarietà tra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».

Viene inoltre istituita la Magistratura del Lavoro (art. V e X), riconosciuto il ruolo delle Corporazioni quali organi di Stato (art.VI), regolato il ruolo dell’intervento statale nell’economia (art. IX). Dal XI al XXI articolo si affrontano le tutele dei lavoratori e le garanzie minime del Lavoro. Chiudono la Carta articoli sulla previdenza, assistenza, istruzione, sanità. La Carta fu utilizzata dal Regime per propagandare all’estero la riuscita creazione di una terza via economica, mentre il capitalismo evidenziava i primi sintomi della catastrofica crisi del 1929. Molti paesi, infatti, prenderanno la carta come modello, specie dopo il crollo di Wall Street e l’apparente agonia del modello capitalista. Il successo del sistema corporativo, di cui la Carta è un pilastro imprescindibile,  fu certificato dal Congresso internazionale del lavoro di Ginevra del 1932, ove si affermò che «(Per l’Italia) non si può parlare di regressione nella politica sociale». Sul fronte interno, il documento di Bottai porterà dei concreti vantaggi materiali alle classi lavoratrici, specie sul fronte delle ferie e delle indennità in caso di infortuni o malattie. Alcuni esponenti dell’antifascismo, addirittura, rivedono le loro posizioni dopo il provvedimento del 21 aprile. Sono, però, dei successi minimi rispetto all’ardito progetto di totale trasformazione dell’economia in senso corporativo: Mussolini non può e non vuole assecondare Bottai, inimicandosi del tutto gli industriali e il grande capitale italiano. La vera attuazione del progetto corporativo e della politica sociale,  quale era nella mente del duce, si avrà soltanto durante la Repubblica Sociale, quando verrà approvata la socializzazione delle fabbriche ed elaborata la funzione sociale della proprietà. Fuori tempo massimo, però.